venerdì 14 febbraio 2014

John Keats: la fulgida stella del romanticismo inglese


Nell’immaginario collettivo, il poeta romantico di primo Ottocento ci appare forse un poco stereotipato nella figura dell’artista tormentato e ispirato in contemplazione di una natura selvaggia e solitaria, spesso ai margini di un mondo a lui contemporaneo che non ne comprende la carica poetica e lo mortifica con i nuovi ideali dell’utilitarismo che vengono applicati ad ogni aspetto della vita umana. 
In Inghilterra la comparsa dei primi poeti identificati in seguito come romantici, quella prima generazione composta ad esempio da Wordsworth e Coleridge (la cui prefazione alla seconda edizione pubblicata nel 1800 delle Lyrical Ballads è tradizionalmente considerata appunto come manifesto del Romanticismo) e soprattutto la generazione successiva - con Shelley, Byron e Keats - si muove in un mondo complesso, età di rivoluzioni, fervente dibattito, istanze democratiche ed enormi mutamenti sociali uno su tutti la prima fase della rivoluzione industriale che investe il Nord del Paese e che genera enormi  mutamenti sulla struttura e la mentalità stessa della società inglese tra la fine del Settecento e il primo Ottocento.
Ognuno di questi grandi poeti meriterebbe di trovare qui lo spazio dovuto a quei giganti della letteratura che come pochi hanno saputo attraversare epoche e luoghi e giungere fino a noi con i loro versi ancora intatti e potenti, di quella forza che è concessa solo a pochi.

Oggi, San Valentino, scegliamo di lasciarci trasportare dalle meravigliose parole di Keats poeta amatissimo dalle generazioni successive e da pochi stimati contemporanei appartenenti alla sua cerchia (i quali lo ritenevano a ragione una promessa della poesia inglese), che nel brevissimo tempo della sua vita ha consegnato ai lettori pagine immortali, capaci ancora oggi di toccare le più profonde corde del nostro cuore.

Considerato uno dei maggiori poeti in lingua inglese, come è noto non conobbe in vita che una millesima parte del successo che pochi decenni dopo la sua scomparsa gli sarebbe stato riconosciuto; figlio di un’umile famiglia proprietaria di una locanda a Londra, grazie ai sacrifici del padre riesce ad essere ammesso in una buona scuola dove si concentra sullo studio dei classici e della storia, scoprendo un precoce interesse per la letteratura inglese rinascimentale, soprattutto per Spenser che diventerà uno dei modelli di riferimento nella sua produzione poetica. Ma la prematura scomparsa dei genitori lascia i ragazzi Keats in una situazione di povertà per ovviare alla quale John, il maggiore che allora aveva 14 anni soltanto, sceglie di mettere da parte gli studi classici e diventare apprendista di un farmacista e chirurgo allo scopo di intraprenderne un giorno la professione. I problemi economici lo tormenteranno tutta la vita, insieme alla malattia che presto lo colpisce: uno dei fratelli muore infatti di tubercolosi e probabilmente è nel prendersi cura assiduamente di lui che poco dopo anche John inizia a manifestare i primi sintomi di quella malattia che in pochi anni lo ucciderà. Frattanto, il lavoro come farmacista si fa sempre più oppressivo per Keats che parallelamente agli studi medici presso un ospedale di Londra non aveva mai smesso di dedicarsi alla poesia, scoperta in giovanissima età e da allora sempre più viva dentro di lui; divorato dal fuoco sacro dell’arte, sceglie quindi di abbandonare la professione di farmacista per dedicarsi completamente alla composizione poetica, nonostante le prime opere pubblicate abbiano ricevuto pesanti stroncatura da parte della critica ma incontrando allo stesso tempo il favore di quella piccola cerchia di amici artisti che come si accennava ne intuiscono immediatamente il talento, individuando in lui la promessa della nuova scuola poetica dei romantici. Trasferitosi alla periferia di Londra con il poeta ed amico Charles Brown per dedicarsi totalmente alla sua arte, compone e pubblica in questi anni (tra il 1810 e il ’20) la maggior parte dei suoi lavori tra cui il poemetto Endymion, anch’esso duramente stroncato dalla critica. Quella casa immersa nella natura è anche il luogo dove, insieme alla più fervida ispirazione compositiva, scopre l’amore: l’incontro con Fanny Brawne da nuovo impulso alla vena creativa di Keats e in breve i due si fidanzano, nonostante le ristrettezze economiche del giovane poeta e soprattutto dell’aggravarsi della malattia. A questo periodo della vita del poeta è dedicato il bel film Bright Star (2009) di Jane Campion, con protagonisti Ben Whishaw ed Abbie Cornish, in cui natura, musica e struggimento si fondono perfettamente con alcuni dei più celebri versi del poeta.
Il finale della breve vita di Keats è tragicamente noto: su consiglio di dottori e amici a lui molto affezionati, si prepara ad un soggiorno in Italia dove spera di riacquistare le forze per superare la malattia; ma giunto nei pressi del golfo di Napoli la nave sulla quale è imbarcato è costretta a restare bloccata nel porto 40 giorni in seguito allo scoppio del colera e quando infine giunge a Roma non è il dolce autunno mediterraneo ad accoglierlo ma l’inverno, che porta all’aggravarsi della sofferenza di Keats. Poco dopo muore quindi di tubercolosi, poche lettere avvisano i suoi cari amici della prematura scomparsa del poeta; sulla lapide nel cimitero inglese di Roma l’epitaffio cita:
« This grave contains all that was mortal, of a YOUNG ENGLISH POET, who on his death bed, in the bitterness of his heart, at the malicious power of his enemies, desired these words to be engraven on his tombstone: Here lies one whose name was writ in water »[1]
Ma il suo nome e soprattutto le sue parole restarono invece scolpite nella pietra, così come la sua figura che più di altri incarna l’ideale del poeta romantico, completamente dedito all’arte anche nei giorni più bui. È infatti la poesia per Keats l’unico mezzo in grado di aiutarci a tollerare le cose spiacevoli dell’esistenza e ricavarne quindi bellezza. Essa ha un potere salvifico assoluto: spesso è sacrificio e sofferenza per la mancanza di riconoscimenti ma anche per l’ambivalenza che genera nel poeta diviso tra amore borghese e dedizione all’arte e allo stesso modo colpevole, la poesia, di sviare dal quotidiano che diventa così nel confronto con l’arte solo una macchia grigia sullo sfondo. È una poesia complessa, a tratti oscura, difficile da rendere in traduzione, attraversata da profonda musicalità e spesso di conseguenza ricca di enjambement con versi che è impossibile contenere,  parole inconsuete e neologismi, predominanza della musicalità sulla regola sintattica.
Esemplare di tale complessità poetica e del significato della poesia stessa per Keats, è l’incipit di Endymion, il poemetto in pentametro giambico ripreso dalla tradizione teatrale shakespeariana ma adattato al distico rimato (una tipologia metrica di lunga tradizione nella storia poetica inglese, usato per esempio anche da Chaucer nei Canterbury Tales) e anche questo stravolto dalla creatività di Keats che non può limitare la frase ad un singolo distico, ma la lascia libera di strabordare:

 A THING of beauty is a joy for ever:
Its loveliness increases; it will never
Pass into nothingness; but still will keep
A bower quiet for us, and a sleep
Full of sweet dreams, and health, and quiet breathing.
Therefore, on every morrow, are we wreathing
A flowery band to bind us to the earth,
Spite of despondence, of the inhuman dearth
Of noble natures, of the gloomy days,
Of all the unhealthy and o’er-darkened ways
Made for our searching: yes, in spite of all,
Some shape of beauty moves away the pall
From our dark spirits. Such the sun, the moon,
Trees old and young, sprouting a shady boon
For simple sheep; and such are daffodils
With the green world they live in; and clear rills
That for themselves a cooling covert make
’Gainst the hot season; the mid forest brake,
Rich with a sprinkling of fair musk-rose blooms:
And such too is the grandeur of the dooms
We have imagined for the mighty dead;
All lovely tales that we have heard or read:
An endless fountain of immortal drink,
Pouring unto us from the heaven’s brink.

Se la poesia non ha il potere di cambiare il mondo (come invece era convinto Shelley) essa è tuttavia capace di donarci qualcosa di altrettanto meraviglioso: nonostante tutte le cose che non vanno, la poesia è infatti quella «thing of beauty» che è una gioia per sempre, capace di rendere questo mondo tollerabile, alleviando la pena dell’esistenza, diventando per noi rifugio tranquillo e sonno pieno di dolci sogni. E proprio Endymion sarà oggetto delle più pesanti critiche da parte dei recensori del tempo, opera attaccata con egual ferocia da entrambe le parti, whig e conservatori. Tra i progressisti è John Lockhart[2] il più accanito che prende in giro il giovane poeta per essere stato anch’egli contagiato dalla “metromania” dilagante in quegli anni e che non risparmia davvero nessuno, dai domestici alle signore non sposate, perfino un uomo come lui di scarsa cultura classica che avrebbe fatto meglio a proseguire nella professione di farmacista. Lockhart, sprezzante, chiama Keats e quelli della sua cerchia «cockney rhymesters» poetastri che senza diritto (di istruzione, ma anche di classe) osano scrivere poesie spingendosi perfino a riprendere un argomento classico come quello del bellissimo pastore Endimione amato da una divinità, un mito antico deturpato da qualcuno che poco conosce della cultura greca e classica. Nella critica di Lockhart, progressista moderato che ci tiene a distinguersi socialmente dal gruppo di Keats e secondo cui il progresso doveva essere portato da aristocratici illuminati, il senso di classe è estremamente forte e influenza il giudizio sull’opera del giovane poeta. Ma non è solo l’estrazione sociale a costare a Keats feroci stroncature; per altri critici, come John Croker[3] (conservatore) ad esempio il giudizio negativo si basa strettamente sulle scelte stilistiche da lui operate soprattutto su quell’oscurità che rende incomprensibili i versi, l’uso di parole inconsuete e al limite della correttezza sintattica.

Profondamente scosso dalle critiche ricevute e indebolito nel fisico a causa della malattia, l’estro creativo di Keats tuttavia non si arresta, spaziando da un tema all’altro, da una forma ad un’altra, ispirato dall’amore per la giovane Fanny e per la poesia stessa, dal gusto antiquario tanto in voga al tempo insieme all’interesse romantico per il medioevo inglese di cui esempio poetico è la forma della ballata, che Keats prende a modello per esempio in La belle dame sans merci (anche questa lirica recitata in Bright Star):

O WHAT can ail thee, knight-at-arms,
  Alone and palely loitering?
The sedge has wither’d from the lake,
  And no birds sing.

O what can ail thee, knight-at-arms!
  So haggard and so woe-begone?
The squirrel’s granary is full,
  And the harvest’s done.

I see a lily on thy brow
  With anguish moist and fever dew,
And on thy cheeks a fading rose
  Fast withereth too.

I met a lady in the meads,
  Full beautiful—a faery’s child,
Her hair was long, her foot was light,
  And her eyes were wild.

I made a garland for her head,
  And bracelets too, and fragrant zone;
She look’d at me as she did love,
  And made sweet moan.

I set her on my pacing steed,
  And nothing else saw all day long,
For sidelong would she bend, and sing
  A faery’s song.

She found me roots of relish sweet,
  And honey wild, and manna dew,
And sure in language strange she said—
  “I love thee true.”

She took me to her elfin grot,
  And there she wept, and sigh’d fill sore,
And there I shut her wild wild eyes
  With kisses four.

And there she lulled me asleep,
  And there I dream’d—Ah! woe betide!
The latest dream I ever dream’d
  On the cold hill’s side.

I saw pale kings and princes too,
  Pale warriors, death-pale were they all;
They cried—“La Belle Dame sans Merci
  Hath thee in thrall!”

I saw their starved lips in the gloam,
  With horrid warning gaped wide,
And I awoke and found me here,
  On the cold hill’s side.

And this is why I sojourn here,
  Alone and palely loitering,
Though the sedge is wither’d from the lake,
  And no birds sing.


Dal genere medievale Keats riprende il topos misogino dell’amore che svilisce l’uomo, incarnato dalla Dame bella e crudele che con il suo fascino ammalia i cavalieri allontanandoli dalle loro imprese; topos in cui vi possiamo leggere l’ambivalenza del giovane poeta di fronte ai sentimenti per Fanny, tra slancio sentimentale e timore per ciò che un amore borghese può sottrarre alla sua vena poetica (in termini pratici anche, con una moglie a cui pensare sarebbe dovuto tornare probabilmente alla professione di farmacista, economicamente più sicura rispetto a quella del poeta sfortunato). Ma possiamo leggerla anche in modo contrario, pensando che la Belle Dame sia invece la Poesia che allontana dalla semplice e chiara vita quotidiana mediante l’incanto dei suoi versi strani e ammaliatori capaci di rendere di conseguenza il mondo un posto grigio. La tensione del rapporto arte/vita traspare quindi in tutta la ballata ed è evidente in molte altre opere di Keats: se l’arte, la poesia, rende tollerabile la vita e la arricchisce con la sua bellezza è anche vero però che sembra svuotarla di significato e trovare un compromesso tra questi due mondi risulta davvero arduo, soprattutto nel breve tempo dell’esistenza del poeta romantico.

Non ci è dato sapere quale sarebbe stata la scelta di Keats, se cedere all’amore o all’arte o se ad un possibile compromesso fra i due sentimenti; nel giorno degli innamorati (ma anche negli altri 364 in fondo), personalmente scelgo di pensare che una cosa non avrebbe escluso l’altra, che la passione per Fanny alimentava una già brillante creatività di nuovo fuoco e che il poetastro di Lockhart di lì a poco avrebbe conosciuto il favore del mondo, grazie anche a versi come questi:

BRIGHT Star! would I were steadfast as thou art—

Not in lone splendour hung aloft the night,

And watching, with eternal lids apart,


  
The moving waters at their priestlike task
         
Of pure ablution round earth's human shores,

Or gazing on the new soft fallen mask

Of snow upon the mountains and the moors:—

  
No—yet still steadfast, still unchangeable,

Pillow'd upon my fair Love's ripening breast
  
To feel for ever its soft fall and swell,

Awake for ever in a sweet unrest;

  
Still, still to hear her tender-taken breath,

And so live ever,—or else swoon to death.


 Debora Lambruschini



[1] «Questa tomba contiene tutto quanto resta di mortale di un giovane poeta inglese che sul letto di morte, nell’amarezza del suo cuore, di fronte al potere maligno dei suoi nemici, desiderò che fossero incise queste parole sulla sua lapide: Qui giace qualcuno il cui nome era scritto nell’acqua»
[2] Per la stroncatura di Lockhart, vedi l’articolo “Cockney school of poetry” pubblicato sul Blackwood’s Edinburgh Magazine
[3] Giudizi espressi nella recensione apparsa sul Quarterly Review

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