sabato 9 novembre 2013

CriticaLibera - Praga



C’è questa città che a fasi alterne mette in campo leggende e dona scrittori al mondo: Rilke, Hrabal, Kundera, Havel. Ovviamente Franz Kafka. Tutta gente che ha lasciato ai posteri qualcosa di poco consolatorio. Il genius loci qualcosa deve pur influire. Mi ricordo una poesia di Rilke, di una tigre chiusa in gabbia che disegnava come una pazza solo cerchi concentrici davanti alle sbarre. E non le era rimasta la forza neanche per un ruggito. Da qui a Joseph K. che si lascia sgozzare come un cane al termine del “Processo” il passo è naturale. Non c’è nulla da fare, da Praga passa la linea d’ombra dell’Europa, quel senso di colpa che ha generato, non a caso, gli scrittori della rimozione. Gli scrittori dell’ambiguo. Che se intitolano una loro opera con insostenibile leggerezza, lo notava Calvino nella prima delle sue Lezioni Americane, vogliono in realtà comunicarci l’ineluttabile pesantezza del vivere. Ma cosa c’è da rimuovere? Il senso di colpa, appunto, il confine tra innocenza e perversione.
Carlo IV di Lussemburgo imperatore, governò il Sacro Romano Impero scegliendola come sua città preferita. Protesse gli ebrei ma tollerò i primi feroci pogrom che si diffusero nei borghi soprattutto tedeschi. Per ragioni di realpolitik. Non usò la mano militare per fermare le violenze contro gli israeliti per non urtare troppo regioni di cui era in bilico la fedeltà al suo potere. Capite il discrimine sottile che passa da queste parti? I pogrom si scatenarono allora perché l’Europa era stata falcidiata dalla grande peste nera del 1348 e la colpa del flagello fu fatta ricadere sugli ebrei. E giù pire e forconi. E questo imperatore ad alzare la voce a parole e a comportarsi da Pilato nei fatti. Magari dopo ci avrà pensato, nel chiuso delle stanze, seduto su un trono sempre più vacillante mentre rielaborava il misfatto prodotto dalla sua ignavia. Non dico per pentirsene ma insomma… quando questo malessere interiore coinvolse la psicologia collettiva l’ombra si allungò.


Passa qualche decennio ed ecco un tipo che di nome fa Jan Hus. È avanti cento anni rispetto ai vari Lutero e Calvino. In ogni senso: difatti finisce al rogo mentre Lutero e Calvino i roghi li erigono. Lo bruciano a Costanza e ne disperdono le ceneri sul Reno. Il suo monumento interessa pochi a Staromestske Namesti, perché la sua non è di quelle storie conosciutissime. Inoltre la piazza vecchia di Praga è circondata da attrazioni quali il municipio, la chiesa di San Nicola o quella di Tyn. Per non farsi mancare nulla ci sta il famoso orologio. E tutti ad alzare gli occhi ai rintocchi. Invece la vicenda di Hus andrebbe riscoperta. È il muro di gomma alzato dalla Chiesa ogni volta che qualcuno ha provato a rinnovarla nelle sue fondamenta teologiche. È l’eresia che queste terre prima coltivano e infine rinnegano. Incerte. Maligne eppure bigotte.
Un altro sovrano, Rodolfo II, regnò da Praga trasformando la sua corte in un laboratorio alchemico. Dissertava con Tycho Brahe e Keplero quando l’astronomia era praticamente una branca dell’astrologia e una disciplina per iniziati simile alla Kabbala. E siamo al punto. La Kabbala. È di quegli anni a cavallo tra Cinque e Seicento la leggenda del Golem. Ce la narra molto bene Marek Halter, scrittore ebreo polacco oggi residente in Francia. Il libro si intitola Il cabalista di Praga, fa parte di un filone di pubblicazioni che vede misteri dappertutto, in biblioteche, monasteri, libri proibiti, documenti segreti, sette diaboliche e perfino in Dante Alighieri. Libri di lettura scorrevole ma non di grande levatura, disponibili in genere presso la Newton & Compton.
Questo però è scritto da persona seria, attendibile, e vede il rabbino Juda Loeb ricorrere a uno stratagemma estremo pur di salvare il suo popolo dalle persecuzioni: il Golem, un gigante che secondo la Kabbala può essere generato dall’argilla che si trova sulle rive della Moldava, il fiume di Praga. In fronte al mostro viene posta la parola emet, in ebraico “Verità”.
Ora, “Verità” è una parola secca intrisa di manicheismo. Io sto dalla parte del giusto, del bene, tu stai dalla parte sbagliata, del male. Potevano questo termine e la creatura che lo portava addirittura stampato in testa prosperare in un luogo tetro, lacerato, sfuggente come la terra di mezzo praghese, palcoscenico di eretici, contrabbandieri, alchimisti, occultisti, untori e vittime, gente di dubbia collocazione sociale e teorica? No. Difatti, il Golem si fa sempre più grande, scontroso e comincia a uccidere e a spargere il terrore. Al rabbino promettono di cessare la violenza contro gli ebrei se lo distrugge e a Juda Loeb non resta che acconsentire. Come? Eliminando la prima lettera di emet che diventa met: “Morte”.
Vedete, basta una semplice elisione e tutto cambia. La Verità contiene la Morte che come ben sappiamo è l’unico destino vero che ci sia dato conoscere. Il ricordo di questa storia sopravvive ancora tra le piazze e le stradine dell’oro, una doppiezza sconcertante che Praga serba anche nelle infinite leggende dal finale poco chiaro e nelle lugubri chiese che fanno la lotta con gli scintillii del barocco dietro l’angolo. Tutto è in chiaroscuro, se ne può uscire solo con un esorcismo. Anche se l’esorcismo sa di magia e si ricomincia daccapo.

Foto e testo di Marco Caneschi

2 commenti:

Anonimo

Interessante e ricca sintesi storico-culturale di una magica città magica!
Bravo Caneschi!

Anonimo

Grazie Anonimo