domenica 10 novembre 2013

Pillole di autore: "La caduta" di Albert Camus


Per la destra del Novecento Camus era un intellettuale di sinistra, per gli intellettuali di sinistra non lo era abbastanza perché non organico, non di partito: una coscienza troppo libera. Poco amato anche dall’intellighenzia parigina d’estrazione borghese – che di quella borghesia pretendeva di sviscerarne tutti i mali – lui che era nato in Algeria da madre analfabeta. Uno spirito mediterraneo che però è riuscito meglio di altri intellettuali a scavare in questo travagliato Novecento, ed essere oggi, a cento anni dalla sua nascita, ancora di grande stimolo e attualità. 

Le “pillole” che seguono rappresentano un percorso all’interno de La caduta romanzo del 1956, dall’inizio del monologo di Jean-Baptiste Clamence, protagonista del romanzo, al suo finale meccanicismo di salvezza.  

Edizione di riferimento: Albert Camus, Opere. Romanzi, racconti, saggi, Milano, Bompiani, 2000.  
a cura e con introduzione di Roger Grenier; apparati di Maria Teresa Giaveri e Roger Grenier.

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Potrei, egregio signore, senza rischiare d’importunarla, offrirle i miei servizi? […] Prima di venir qui ero avvocato, se vuol saperlo. Ora sono giudice-penitente.

Guerra, suicidio, amore, miseria:  costretto dalle circostanze, vi prestavo attenzione, certo, ma in modo cortese e superficiale. A volte facevo mostra di appassionarmi per una causa estranea alla mia vita quotidiana. In fondo però non partecipavo, tranne, naturalmente, quando la mia libertà era contrastata. Come potrei dire? Tutto scivolava, sì, su di me tutto scivolava.

Eran soprattutto gli altri che mi disgustavano. Certo, conoscevo le mie debolezze, e me ne pentivo. Continuavo però a dimenticarmene con meritoria ostinazione. Invece, il processo agli altri si svolgeva senza tregua nel mio cuore. Capisco, la cosa urta. Forse pensa non sia logico? Ma il problema non è rimanere logici. Il problema è scivolar via, e soprattutto, oh! sì, soprattutto evitare il giudizio. Non dico evitare il castigo. Il castigo senza il giudizio è sopportabile, e d’altronde ha un nome che garantisce la nostra innocenza: sventura. No, si tratta invece di sfuggire al giudizio, di evitare d’esser sempre giudicati senza che mai venga pronunziata la sentenza. Ma non è così facile. Oggi, noi siamo sempre pronti a giudicare, come a fornicare, con questa differenza, che non c’è il timore di non riuscire.

Siamo tutti casi eccezionali. Tutti vogliamo appellarci a qualcosa! Ognuno pretende a ogni costo di essere innocente, anche se per questo debba accusare il genere umano e il cielo.

Fatto sta che, dopo lunghi studi su me stesso, ho scoperto la duplicità profonda della creatura. Allora, a furia di frugare nella memoria, ho capito che la modestia mi aiutava a brillare, l’umiltà a vincere e la virtù ad opprimere. Facevo la guerra con mezzi pacifici, e alla fine, per mezzo del disinteresse, ottenevo ciò che agognavo.

Niente scuse, mai, per nessuno, questo è il principio da cui parto. […] Così, secco. In filosofia come in politica, io sono per ogni teoria che rifiuti l’innocenza all’uomo e per ogni prassi che lo tratti da colpevole.

La mia idea è semplice e feconda. Salire in cattedra, come molti miei contemporanei, e maledire l’umanità? Pericolosissimo. Viene sempre il giorno, o la notte, che la risata scoppia senza preavviso. La sentenza che uno pronuncia sugli altri, finisce col rimbalzargli dritto in faccia, non senza danno. E allora? dice lei … Ebbene, ecco l’alzata d’ingegno. Ho scoperto che in attesa dell’avvento dei padroni e delle loro verghe, dovevamo, come Copernico, invertire il ragionamento per trionfare. Visto che non si potevano condannare gli altri senza giudicare immediatamente se stessi, bisognava incolpare sé stessi per aver diritto di giudicare gli altri. visto che ogni giudice prima o poi finisce penitente, bisognava fa la strada in senso inverso, esercitare il mestiere di penitente per poter finire giudice.



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