venerdì 12 aprile 2013

La sfida intellettuale del crimine: "Borges e gli oranghi eterni" di Luis Fernando Verissimo

La copertina dell'edizione italiana

Luis Fernando Verissimo
Borges e gli oranghi eterni
Trad. di Amina Di Munno
Editore Atmosphere Libri, 2012


Uno dei generi letterari che negli ultimi anni ha sempre più conquistato terreno è quello del noir. Confesso che ancora devo capire quali siano le sue coordinate, ovvero cosa lo differenzi da un poliziesco. Probabilmente cambiano le atmosfere, gli ambienti e l'inchiesta non è condotta con modalità strettamente codificate come quelle utilizzate da Sherlock Holmes, Maigret, Pepe Carvalho o Montalbano. Il mistero che avvolge il morto e la sua relazione con l'assassino è forse più fitto, e il ricorso all'uso di linguaggio scurrile e scene di sesso più tollerato. Non voglio entrare nel merito, queste sono impressioni di chi ha il demerito di iniziare a considerare seriamente uno scrittore solo dopo la sua morte, fatte salve alcune rare eccezioni. Talmente rare che ci potrebbe dire, alla De Andrè, che ho "poche idee, ma in compenso fisse".


Dicevo del noir. Quello che mi ha molto sorpreso dei romanzi di questo genere letti negli ultimi anni è la quasi totale assenza di attività intellettuale (intesa come capacità ragionativa) da parte di chi conduce l'indagine poliziesca, che passa inesorabilmente in secondo piano. Quasi a confondere il noir della morte (cronaca nera) con il buio e il grigiore di ambienti e persone. 
Lo scrittore brasiliano Luis Fernando Verissimo, al contrario, con il romanzo Borges e gli oranghi eterni, riporta in primo piano l'indagine e l'enigma che un caso di omicidio sottopone a chi la conduce. La sfida intellettuale che ne rappresenta la soluzione, il cui fine non è mettere in galera un assassino ma arrivare a risolvere il rompicapo.
Ma andiamo con ordine.

Per la prima volta nella sua storia la Israfel Society, che ha il compito di studiare l'opera di Edgar Allan Poe, organizza il suo convegno annuale nell'emisfero sud del mondo, a Buenos Aires. Ospite d'onore dell'evento non può che essere Jorge Luis Borges, scrittore apprezzatissimo ed esegeta di Poe. Tra i relatori Volgenstein (dietro il quale si nasconde chiaramente Verissimo), che narra la vicenda in prima persona rivolgendosi idealmente a Borges, e tre eminenti studiosi tra loro nemici: Rotkopof, Urquiza e Johnson. 
Durante la cena inaugurale il narratore riesce ad entrare in contatto con Borges: 

"Jorge Luis Borges! Avevo di fronte a me Jorge Luis Borges! Tu mi sorridevi e mi porgevi la mano perché io la stringessi" (20)

Il grande scrittore procede immediatamente a presentare a Volgenstein uno dei più interessanti studiosi di Poe, il signor Cuervo:

"«Lo conosci? Uno dei nostri principali studiosi di Poe. Giustamente, è un criminologo. Più giustamente ancora, si chiama Cuervo. Dico sempre al dottor Cuervo che i suoi studi sull'opera di Poe sono sleali nei confronti dell'autore e degli altri studiosi, perché la sua è la prospettiva di un personaggio. Parla da dentro l'opera. È un osservatore privilegiato!»" (21)

(Il signor Cuervo è chiaramente la personificazione del corvo di Poe protagonista del poema The Raven in cui ripete ossessivamente never more never more. Siamo di fronte, quindi, al personaggio di un preciso testo di Poe che conosce l'autore del romanzo che stiamo leggendo attraverso la presentazione di uno scrittore realmente esistito e ora, a sua volta, personaggio di un romanzo noir. Il signor Cuervo, e qui anticipiamo una delle conclusioni, fa le veci del suo autore che, per ovvie ragioni, non poteva essere presente di persona al convegno della Israfel Society.)
Poche ore più tardi nell'albergo in cui alloggiano alcuni relatori del convegno, tra cui Volgenstein e Johnson, il professor Rotkopof viene brutalmente assassinato a colpi di pugnale nella sua stanza, e il corpo lasciato in una strana posizione esattamente di fronte allo specchio.

Scattano immediate le indagini della polizia e, parallelamente, quelle di Volgenstein, Borges e Cuervo, il quale, in quanto criminologo costituisce un ponte tra i due scrittori e le forze dell'ordine. I ruoli sono presto suddivisi: Cuervo rappresenta la scienza, formula ipotesi sull'evidenza di dati oggettivi e il suo obiettivo è quello di catturare l'assassino e assicurarlo alla giustizia. Diverso il discorso per Borges e Volgenstein che, invece, sono più interessati a risolvere l'enigma, come se fosse un rebus da "Settimana Enigmistica". Il colpevole interessa loro solo in quanto soluzione del rompicapo, non sono mossi da un ideale di giustizia e legalità. Ed è questo il principale legame con il primo esempio di investigatore moderno della letteratura occidentale: Charles August Dupin, creato da Edgar Allan Poe. Il luogo in cui i tre detective letterari speculano non è altro che la biblioteca di Borges ed è una speculazione spassosa che diverte, più che preoccupare, e che sembra andare inesorabilmente verso un vicolo cieco. Lo stile e i modi della dissertazione ricordano da vicino i metodi utilizzati da Dupin ne La lettera rubata in cui l'investigatore espone il fondamentale principio dell'invisibilità dell'evidenza, ripreso da tutti gli scrittori di gialli e polizieschi a cominciare da Leonardo Sciascia in testi come Il Contesto e L'Affaire Moro.

Borges e Volgenstein seguono un ragionamento che annulla il confine tra finzione e realtà, addentrandosi in una nebbiosa iperbole intellettuale che tocca i temi della narrativa fantastica, della Cabala e dei miti religiosi pagani. Un percorso che mette in fila le ossessioni letterarie di Borges, ma anche quelle di Poe e va alla sostanza della relazione tra reale e fittizio. Ad un certo punto il lettore che non capisce più cosa sia vero e cosa no ha quasi l'impressione che la soluzione del caso sia veramente nelle mani dell'Orango Eterno, il più plausibile tra gli assassini.

Seguendo una linea narrativa borgesiana il finale non è affatto scontato, anche se una volta chiuso il libro il lettore si accorgerà che aveva tutti gli elementi per concludere il caso rimanendo nel mondo reale. Ciononostante, quando prima dell'epilogo questi è ormai convinto di avere la soluzione (o meglio la non soluzione) tra le mani ecco che Verissimo inserisce uno scambio epistolare con Borges in cui lo scrittore argentino risolve mirabilmente, e pragmaticamente il caso. E pare averla sempre saputa la soluzione. È qui che lo scrittore brasiliano raggiunge il massimo grado di intertestualità con il collega argentino. Come nell' Examen de la obra de Herbert Quain il lettore «inquieto, rivede i capitoli pertinenti e scopre un'altra soluzione, che è quella vera. Il lettore di questo libro è più perspicace del detective» (Borges, Ficciones).
Borges e gli oranghi è un romanzo d'antan scritto con il gusto per l'indagine ragionata e la soluzione di enigmi che rappresentano una sfida all'intelletto umano. Sfida lanciata direttamente dall'autore stesso che fin dall'inizio sa benissimo chi è l'assassino e quali sono state le circostanze che hanno portato all'omicidio. Verissimo gioca con il lettore, ma anche con Borges che arriva laddove la polizia -e Cuervo- non sono riusciti ad arrivare. Quasi a dimostrare che, come sosteneva Sciascia, la letteratura porta alla verità. E quest'ultima deve essere l'obiettivo ultimo dell'agire umano.

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