martedì 9 aprile 2013

Aldo Dalla Vecchia, "Rosa Malcontenta"



Rosa Malcontenta
Aldo Dalla Vecchia

Sei Editrice, 2013

pp 111
8,00



Rosa Malcontenta" di Aldo Dalla Vecchia, caso letterario nato sul web, poi riadattato per il teatro, e infine approdato al cartaceo grazie al premio In Primis della Sei editrice, ti afferra fin dalla prima riga e ti fa precipitare in un niente apparente. Un niente dal quale non esci più, fino a che non hai esaurito l’ultima parola. Capoversi, frasi che iniziano e poi finiscono come in una poesia. Dentro c’è tutto, la vita di ognuno di noi, la vita di Rosa e di suo marito Martino, nella provincia veneta di qualche decennio fa.
Un raccontare paratattico portato alle estreme conseguenze, con un minimalismo affinato nei particolari che non impoverisce la materia ma anzi la esalta, la rende più significativa. Come importanti, se ci pensiamo, sono le piccole cose della nostra esistenza, quelle che poi ricorderemo, anche a distanza di anni.
È uscito con i capelli tirati all’indietro e lisciati con la gommina.
Indossava una maglietta bianca a costine e mutandoni alla coscia.Aveva esagerato con il profumo.” (pag 3)
Un minimalismo pregno, dunque, di cose non dette eppure essenziali, tali da annichilire se ignorate.
Rosa e Martino si conoscono, si sposano, hanno due figli, Adri e Ruben, un’azienda, un giro di  parenti, una vita normale, da persone senza pretese né cultura, ma dietro, sotto, dentro, covano dolori, che spesso procedono dal non detto, come l’omosessualità mai esplicitata di Adri. Se uno sa guardare, però, in questa vita normale, in queste “cose da niente”, ci sono increspature, lacerazioni, correnti sotto gli occhi di tutti ma di cui si evita di parlare. Non lo dico quindi non c’è, non sussiste.
Non c’è la pazzia di Lucia, non c’è il ritardo mentale di Achille, Adri non è un bambino solo, debole, effeminato. Non esistono nemmeno gli uomini con cui Rosa si consola da vedova, con brevi, inconcludenti, storie. E non esiste il dolore lacerante della perdita di un marito, della morte di un figlio. Non viene mai confessato, concretizzato. Eppure monta, parola per parola, particolare per particolare, fino a che non deflagra.
Il romanzo si chiude come si è aperto, sulla mancata felicità di Rosa, preconizzata dal marito col soprannome “Malcontenta”, senza sapere che accompagnerà tutta la vita della moglie, incapace d’ignorare i segnali sotterranei, l’oscurità latente, incombente.
Mio marito per prendermi in giro mi chiamava Malcontenta, perché prima di sposarmi abitavo a Malcontenta, in provincia di Venezia, dal nome della villa del Palladio.” (pag.5)
Rosa non ammette mai la sua angoscia, che esplode solo nel sogno, regno dell’inconscio, del “non detto”.
Il latte era sempre più dolce  e sempre più caldo, e io non ero mai sazia, e non ce la facevo a staccarmi. Adri continuava a guardarmi e a sorridere, e il latte non finiva mai.
In quel momento sentivo che ero finalmente felice.” (pag 111)


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