mercoledì 16 gennaio 2013

"L'equazione africana": un viaggio verso il disumano per un ritorno all'umano


L'equazione africana
di Yasmina Khadra

Marsilio, 2012
pp. 313



Yasmina Khadra è lo pseudonimo di Mohammed Moulessehoul, scrittore algerino francofono, già autore di romanzi come L'attentatrice (2006) e Le sirene di Baghdad (2007), tradotti con grande successo in molti paesi del mondo. Con L'equazione africana trascina il lettore alla scoperta di un'Africa sconvolta dalle lotte interne, dilaniata da conflitti secolari, intrisa di violenza. La storia prende forma attraverso il racconto del protagonista, il dottore tedesco Kurt Krausmann, il quale decide di accompagnare l'amico Hans in un viaggio in mare, per sfuggire al tremendo dolore di una perdita: la morte dell'amata moglie Jessica. Diretti alle isole Comore, i due vengono attaccati da una banda di pirati al largo della Somalia e fatti ostaggio da parte dei rapitori per alcuni mesi successivi. Kurt perderà ben presto le tracce dell'amico per affrontare da solo una durissima esperienza di privazione durante la quale si scontrerà con la parte più brutale dell'Africa. Joma, Moussa, Gerima, Blackmoon e gli altri uomini che li sequestrano hanno il volto di un continente arrabbiato, che crede impossibile ogni salvezza, che ha fatto della brutalità l'unica risposta a una vita che, senza ragione, è stata dura con il loro popolo. Il punto di vista del protagonista entra sin da subito in dialettica con il loro. Nonostante la paura paralizzante, Kurt non rinuncia a un confronto - a volte sommesso, altre gridato con veemenza. Non può accettare la ferocia con cui inesorabilmente lo allontanano dalla sua vita precedente che, per quanto sconvolta dal dolore di un suicidio incomprensibile, appare umana. La loro Africa, invece, è disumana e la prigionia diventa scoperta di forme di aberrazione sconosciute a tutti gli occidentali abituati a rivolgere occhiate distratte ai servizi che i telegiornali mandano sui massacri in Darfur.

I miei rapitori hanno smesso di ridere. Mi squadrano in silenzio come se tornassi dall'aldilà. Non sopportando il loro sguardo, mi volto dall'altra parte e osservo ora i due veicoli che ci seguono, ora la polvere che sollevano, lontano, molto lontano, dove la terra e il cielo si confondono e formano una linea sottile e fragile quanto il filo che mi tiene attaccato alla vita... La vita?...Sono ancora vivo?... Faccio parte di questo mondo?... All'improvviso ho la sensazione di essere finito nell'anticamera della morte.
La paura di Kurt diventa, giorno dopo giorno, rabbia verso un destino assurdo. Ciò lo porta a rifiutare tutto dell'Africa perché non trova alcuna spiegazione a ciò che sta vivendo. A fare da contraltare al punto di vista del protagonista ci pensa Bruno, il francese compagno di disavventura, che ha scelto di vivere in Africa perché innamorato della vita in quel continente. Per tutto il tempo della prigionia, la visione di Bruno rappresenterà l’alternativa possibile, l’unica fonte di luce in una stanza completamente buia.
«Concretamente cosa vi trova di tanto affascinante?»«Proprio quello che l’ha appena colpita: la voglia di vivere. Gli africani sanno che la vita è il loro bene più prezioso. Il dolore, le gioie, le malattie, sono solo insegnamenti. Gli africani prendono le cose come vengono, senza troppe aspettative. E pur credendo fermamente nei miracoli, non ne esigono. Bastano a loro stessi, mi capisce? Con la loro saggezza mitigano le delusioni […] Il loro cuore è il loro regno. Nessuno al mondo sa condividere e perdonare come loro.»[…]«Dove lei vede una fiaba io vedo un disastro.»
Il romanzo percorre il filo della malinconia, della paura, dello sconvolgimento dei sensi che deriva da un’esperienza straniante..tutte sensazioni che il lettore prova ad immaginare attraverso le parole di Kurt. L’autore non risparmia le descrizioni crude che rendono fede a una situazione così lontana per noi occidentali. E la lettura stessa diventa esperienza straniante. Il viaggio del dottor Kraussman rappresenta idealmente il viaggio di tutti coloro che hanno perso se stessi e, solo vagando nelle tenebre più scure, hanno infine scovato una via di uscita. Lui troverà nell’Africa disperazione e salvezza, quella consapevolezza necessaria per capire che non basta tornare a Francoforte per essere nuovamente libero. Occorrerà affrontare la verità per affrancarsi dal peso della morte di Jessica, fare i conti con il proprio passato e decidere la nuova direzione da intraprendere (Giravo a vuoto in un dedalo di inganni, cercando l’uscita dove non poteva esserci, poiché l’uscita c’è solo per chi sa dove è diretto).
Un viaggio attraverso due mondi, L’equazione africana, non dipinge l’Africa attraverso esotiche tonalità, non divide i personaggi in “buoni” e “cattivi”, non rinuncia a un’ottica plurale. È una lettura che consiglio a tutti coloro che amano i romanzi forti, che cercano nei libri qualcosa che è impossibile rinvenire nel quotidiano.
L’alba si leva come una preghiera inutile su un deserto sordo, miserabile, spoglio. Come relitti abbandonati da un mare prosciugatosi da migliaia d’anni, le rocce si sgretolano nella polvere. Qua e là, gracili rami di coloquintidi velenose sottolineano antiche sponde su cui svettano acacie solitarie come in croce, e poi più niente – niente di quello che vorremmo vedere – né carovane mandate dalla provvidenza, né tuguri che potrebbero offrirci salvezza, neanche la traccia di un bivacco. Il deserto è così perverso!... è una trappola, il deserto, un subdolo labirinto che domina su tutto, dove gli atti temerari sono destinati al fallimento. Dove basta una distrazione per perdersi in mezzo ai miraggi con fulminea rapidità. Dove nemmeno un santo risponderebbe alle preghiere di un naufrago per non coprirsi di ridicolo. Qui giace la vanità di tutte le cose di questo mondo, sembra proclamare a gran voce la nudità delle pietre e degli orizzonti.
Sebbene la prigionia non sia certamente un’esperienza da invidiare, leggendo certe pagine sembrerà di avvertire quel “mal d’Africa” di cui parla il nobile Bruno. E leggendo, progressivamente, si “tornerà ad essere uomini” come Kurt.


Claudia Consoli

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