sabato 14 luglio 2012

CriticaLibera: Charles Dantzig, "La volgarità di Proust". Traduzione e adattamento di Paolo Mantioni


Pubblichiamo l’articolo di Charles Dantzig apparso su Magazine littéraire n. 519, maggio 2012, tradotto e adattato per il lettore italiano da Paolo Mantioni. Ringraziamo la rivista e l’autore per averci consentito di riprodurre l’articolo.




La volgarità di Proust


Nel periodo di moralismo svergognato che sta vivendo la letteratura, dove la maggior parte dei libri serve a dimostrare qualcosa, una causa, un assunto sociologico, un’idea, ho recentemente attaccato il realismo. Come prevedevo la cosa non è piaciuta a tutti. Certuni hanno replicato subdolamente, mostrando l’ipocrisia che può utilizzare la forza, altri più francamente, come Michel Crepu che ha risposto dallo stesso giornale. Rimproveravo alle Benevole, libro scritto male (Jonathan Littell, Einaudi, 2007, ed. orig. 2006), d’aver aperto le cateratte delle brutalità. Il suo grossolano esibizionismo mal celato dal vago trucco di riferirsi alle Eumenidi è sembrato dare un certificato letterario a una serie di bassezze fino ad allora riservate a romanzi senza pretese. Crepu mi risponde: «Jonathan Littell non è un grande scrittore, eppure ha scritto un libro straordinario. Capisca chi può.» Non sono sicuro che “capisca chi può” sia un modello di ragionamento, e ancor meno una prova di checchessia. «X è nullo e l’opera di X è geniale, capisca chi può.» Crepu va avanti su Céline: «Letto da vicino, in confronto alle merlettature céliniane, Proust ne esce quasi volgare.» Letto da vicino. Letto da lontano, non sarebbe lo stesso? E dall’alto? E di lato? Come che sia, ecco Proust volgare, asserzione inedita, audace, addirittura, direi. È vero che – attento! Tieniti, Dantzig, si tratta di Céline e tu osi attaccarlo! – Céline ha raffinatezze ben note, per esempio, quando riassume Proust dicendo: «Proust, è Sasà che incula Dédé». Ah, merlettature, lette da vicino, lette da lontano.


(…)


Perché opporre Proust a Céline giacché non era questo l’argomento del mio articolo?   


Crepu parla di Pantomima per un’altra volta (Einaudi, 1987, ed. orig. 1952), ma io, dal mio pulpito, parlavo dei pamphlets, dove la merlettatura  di Céline è all’opera, non credo d’aver bisogno di ricordare che oltre ad essere omofobo, era antisemita e se ne vantava. I céliniani cercano di nascondere l’esistenza di libri che, fino a prova contraria, Céline ha scritto e pubblicato; non ci sarebbe del resto bisogno di quei libri per far esplodere lo strano miscuglio di furfanteria, d’amore per la viltà, di rancore trionfante e d’odio per l’ideale che lo caratterizza. Ma se c’è una cosa sulla quale i céliniani non rispondono quando ne parlo, è la pretesa novità assoluta del suo stile. Non parlo di politica, dove Céline è facilmente espugnabile malgrado la loro attenzione nel riprendere la sua patetica argomentazione: «Non avete capito niente! Che sarà mai, quando attaccavo i perseguitati mettendomi dalla parte dei persecutori, in piena guerra mondiale, dalla parte dei nazis, scherzavo. Non avete nessun senso dell’umorismo! Chiudete la porta da questo lato e ricominciate da un bicchierino di bianchetto a casa nostra!» No, no, quando parlo di Céline parlo di letteratura; di retorica; di frasi; di stile; e tutto ciò che dico e al quale non si risponde perché non si può rispondere, è che c’è un’impostura nell’idea del Céline stilista inedito, visto che il suo sistema di punteggiatura e il suo preteso “stile emotivo” (secondo una sua espressione) è tutt’altro che inventato da lui come si vanta in Colloqui con il professor Y (Einaudi, 1971, ed. orig. 1955), ma lo ricava da Jules Laforgue. Non mi si risponde mai nemmeno quando dico che, con il suo talento comico innegabile, non sa fermarsi, e che la varietà dei suoi mezzi è molto limitata. Letterariamente, “Louis-Ferdinand Céline” sarebbe la perfetta traduzione dell’espressione inglese “one-trick poney”. Un cavallo che ha solo un numero. Lo fa bene, ma non fa che ripeterlo. E smettetela di parlarmi di vertigini di finezza. Céline è stato compreso e subito proprio per il suo stile rudimentale e fanfarone, ben adatto agli strepiti del tempo, guerre, invettive della stampa, appelli all’assassinio, ai quali però nessuno lo obbligava a conformarsi. Paul Valery l’ha fatto? I veri delicati come Valery o Proust non possono essere compresi subito. O Mallarmé che mi è stato opposto dallo stesso pulpito. Tutto ciò mi ha permesso di constatare che il populismo letterario che rilevavo domandandomi se non stessi esagerando è ben presente, pronto a mordere, e che i grandi scrittori sottili e complessi che avevano lentamente guadagnato una gloria che si sarebbe detta durevole, eh sì, possono cadere alla prima occasione.


Dal mio pulpito facevo di Céline solo un esempio accessorio. Capisco bene l’interesse a far virare una discussione sui pericoli del realismo in un caso Céline, ma non mi ci farò trascinare. Ogni generazione ha il suo realismo, lo ripeto, se in questo momento è così pericoloso è perché coincide con una reazione morale spaventosamente proporzionale alla crisi economica. Un populismo letterario, divina risorsa di scrittori ignorati, sogna di mettersi al servizio della vendetta. Se arrivano al potere ci sarà una carneficina di passerotti. Chiamo passerotti coloro che si preoccupano della forma dei libri. Vorrei aggiungere che il tappeto di catrame che sembra schiacciare in questo momento la letteratura contemporanea non è universale. Non tutti gli scrittori sono sociologi o moralisti. Se c’è dibattito, vuol dire che lo statuto estetico della letteratura non è così basso.   

2 commenti:

Piero Fadda

Stimolante articolo, e complimenti per la traduzione. Noto però che su "Le benevole", a mio parere, persiste un equivoco di fondo che fa sì che molti secondo me si concentrino sul dito e non sulla luna.
A tal proposito incollo un passo molto acuto e interessante di Luigi Matt uscito per il Magazine Treccani, che non è riferito a "Le benevole", ma che trovo utile relativamente ai libri "scritti male":
"Lo sfruttamento intensivo delle risorse dell’oralità caratterizza molti autori degli ultimi vent’anni che perseguono, con varie strategie, forme di letteratura antitradizionale. In narrazioni svolte in prima persona prendono la parola personaggi che scontano vecchi o nuovi tipi di marginalità, e che si esprimono in un linguaggio molto lontano dall’ortodossia scolastica. [...]
Sorprendentemente, si è notato spesso da parte della critica un totale fraintendimento delle tecniche espressive messe in atto in questo genere di narrativa: la difficoltà dimostrata da parte di parecchi recensori, a volte anche esperti, a distinguere il piano dei personaggi-narratori da quello degli autori fa sì che non sia raro leggere accorate deplorazioni della scarsa conoscenza dell’italiano che affliggerebbe molti scrittori d’oggi. Evidentemente, viene interpretata la lontananza dalla lingua letteraria tradizionale quale sintomo di imperizia o di scarsa attenzione allo stile, il che è un po’ come dire che Totò era ignorante perché nei suoi film si lasciava sfuggire molti strafalcioni. In realtà, è chiaro che al contrario l’opzione più semplice è riproporre all’infinito certi moduli di media letterarietà (come si vede bene per esempio in tanti romanzi di consumo). La riproduzione del parlato informale, quando è riuscita, è frutto di un lavoro sullo stile particolarmente impegnativo.
Altro discorso, naturalmente, va fatto per le sciatterie non volute, infortuni in cui cadono a volte certi scrittori meno attrezzati, e che sorprendentemente sfuggono al controllo dei redattori delle case editrici. Il problema, naturalmente, è tutto nella consapevolezza: si possono ottenere ottimi risultanti maltrattando la grammatica; a patto, però, di conoscerla perfettamente."

paolo mantioni

Al di la del caso specifico delle Benevole, libro che non ho letto e sul quale perciò non saprei esprimere un'opinione, condivido pienamente la citazione di Piero Fadda, anzi aggiungerei che la pervasività vischiosa della "bella scrittura", dell'ortodossia scolastica o della media letterarietà, così come la scarsa lungimiranza di gran parte dei recensori istituzionali, quelli che professionalmente e per lo più stancamente, mediano tra le novità e il pubblico dei lettori sono fenomeni da sempre operanti e che semmai oggi sono più che in altri tempi più visibili e potenti.