lunedì 28 aprile 2008

Dove sta "l'inquietante presenza"?...


I Racconti dell'oltretomba
di Ambrose Bierce

Traduzione italiana: Gianni Pilo

Saggio di presentazione curato da Gianni Pilo
dal titolo: "Ambrose Bierce, maestro dell'orrore breve"


Editore: Newton Compton

Collana: Tascabili Economici Newton

Anno: 1993 - pagg.: 98



Premetto: è la prima volta che mi addentro ad una lettura del genere.
L'introduzione di Gianni Pilo rende merito all'uomo Bierce e, di riflesso, al suo modo di scrivere (giornalisticamente parlando), sempre indipendente da qualsiasi legame politico - cosa questa che non poco lo danneggierà quanto ad instabilità lavorativa.
I racconti presenti in questo libercolo trattano della Morte e delle sue diverse forme e presentazioni.
Sono racconti sicuramente molto ben scritti ( anche qui, come qualsiasi opera tradotta, è difficile riconoscere quanto merito vada allo scrittore e quanto al traduttore...).
Non una volta ho avuto la sensazione di perdermi, infatti, tra le righe.
Ma forse, proprio questa "limpidezza" narrativa toglie suspance alla lettura.
L'ambiguità, a mio parere, quando si ha a che fare con la partecipazione di "morti" come in questa raccolta, puo' essere decisiva dal punto di vista descrittivo delle scene.
Alcuni racconti sono di ottima fattura, piu' spesso invece ho trovato la relazione "mondo dei vivi-mondo dei morti" troppo ben delineata e definita.A parziale scusante dell'autore, va ricordato che sono questi dei racconti brevi e quindi risulta piu' difficoltoso "condensare" quella suspance e quell'ambiguità "narrativa" di cui parlavo in poche pagine.
Sono qui raccolti, in edizione italiana, i seguenti brevi racconti:
Macarger's Gulch, The Death of Halpin Frayser, The Street under the Moon, An Inhabitant of Carcosa, The Ghost's House, Beyond the Wall, The Message, An Occurrence at Owl Creek Bridge, A Summer Night, The Stranger, Oil of Syrup, A Resumed Identity.

Sospendo qui la critica, in attesa di poter essere smentito (magari da altri libri dello stesso Bierce!)...

mercoledì 23 aprile 2008

Una prospettiva tutta al femminile per "Il gioco delle nuvole"



  • Titolo: Il gioco delle nuvole Autore: Silvana Sonno Editore: Graphe.it Data di Pubblicazione: 2007 Collana: Logia
  • Pagine: 118
Un romanzo, è risaputo, non è mai un atto totalmente "puro": alla base della creazione di qualunque testo letterario soggiace la fitta trama di tutte le letture che hanno accompagnato l'autore nella sua formazione, i suoi gusti, le sue conoscenze e i suoi interessi. Questa considerazione è particolarmente evidente per "Il gioco delle nuvole" di Silvana Sonno, che contiene ampi riferimenti culturali e ammiccamenti letterari tutti da scoprire. La filosofia, in particolare, è fibra fondamentale di tutto il romanzo.

La situazione di partenza sembra tra le più semplici. Un uomo incontra una donna, conosciuta tempo addietro via internet; la passione esplode. L'idillio della linearità - del sentimento, della trama, della struttura intera del romanzo - tuttavia, si spezza ben presto: ampie digressioni si insinuano nella storia d'amore di M. e Z. (i cui nomi per intero, con una sorta di retardatio nominis, scopriremo solo nel corso del racconto); il passato invade il presente, lo influenza potentemente.

La "galleria di famiglia" offerta da Silvana Sonno ci presenta personaggi divisi tra dinamicità e staticità, due gruppi distinti in opposizione tra loro. La particolarità è che il ruolo di "personaggio dinamico" è riservata solo alla donna: donna che recupera la propria dignità ed energia vitale, donna che accoglie il nuovo e il vecchio, donna che riesce ad appropiarsi di un'identità, cambiare senza smentire la propria natura e i propri affetti. Le tre donne del romanzo (Mimosa, Carolina, Rosella, ma anche tutte le scrittrici citate, e ancor più a fondo il movimento femminista) sono il concreto nucleo pulsante di avvenimenti, parole, riflessioni. Quasi a suggerire che l'atto creativo, la vita stessa è essenzialmente donna. Ed è un suggerimento che proviene dal titolo stesso: solo Mimosa, la donna che cresce e vive con consapevolezza questa crescita, è capace di osservare il dinamico susseguirsi delle nuvole e riconoscere in questo perenne movimento il senso stesso dell'esistenza.

Anche lo stile, variegato e multiforme, dall'ironia quotidiana a momenti sostenuti di pathos, è immancabilmente donna: acuto, sempre complice, spesso sorridente.

Donna che ama e cresce, dunque. Emblematico,in questo senso, il rapporto tra M., giovane donna la cui ossessione è "maturare", e Z., l'uomo-bambino che incarna l'impossibilità di tale processo. Lo specchio della maturazione è la vita sentimentale, come in tanta letteratura; qui, in particolare, la chiave di lettura psicanalitica è evidente: il rapporto dei "giovani" del romanzo con l'amore è strettamente legato al mondo dell'infanzia, alla presenza/assenza di radici familiari. Riconciliarsi con se stessi e riconciliarsi con queste radici è un tutt'uno.

Molta carne al fuoco, dunque. Il rischio, più volte corso, è la tendenza al monologo; le trasformazioni sono mostrate da quadri nettissimi, senza dubbio, ma a volte sembra mancare quel fotogramma in più che renda più completa la dialettica della crescita.

Il merito di Silvana Sonno resta comunque quello di aver messo in scena l'universo donna con sincerità e passione, con le forze fondamentali e le ragioni profonde di questo universo, in un romanzo leggero che presenta notevoli spunti di riflessione.

Laura Ingallinella

domenica 20 aprile 2008

Crescere al chiarore di parole notturne


Lettere alla notte. La fitta trama della vita.
di Carmine Fabio Cundari
Firenze, MEF, 2008

pp. 133
€ 11,90

Un incontro fatale, la sensazione di essersi da sempre conosciuti ed appartenuti. Sembra un inizio da spicciolo romanzo rosa; invece, questa è l’occasione per il protagonista – io narrante di conoscere a casa di questa interessante sconosciuta, Imel, una persona straordinaria, nonno Claude, pronto a raccontare episodi della propria vita e a regalare ai ragazzi massime e consigli di vita. Dunque, dopo un parziale assaggio della storia, il protagonista cambia: a nonno Claude viene dedicato infatti più spazio che al resto della trama. Gli episodi della sua vita, screziati di una certa immaginazione, suscitano suggestioni e riflessioni, tutte improntante al più tradizionale carpe diem: più volte si allude alla necessità di vivere completamente e con intensità, senza perdere nessuna occasione. Da subito, tra Claude e il ragazzo si instaura un legame sentito e immediato, una sorta di corrispondenza, suggellata dall’affetto che entrambi sentono per Imel.
L’intera situazione sembra appartenere al filone classico del romanzo didascalico, in cui il vecchio saggio, in procinto di morire, si racconta per depositare le proprie memorie e, soprattutto, desidera essere d’aiuto con i suoi errori e i suoi traguardi, educando le nuove generazioni. E proprio per questo verranno ripercorse le cosiddette Lettere alla notte, ovvero storie ed esperienze registrate negli anni con la complicità del buio. Non manca in questo un significato simbolico che sembra ricondurre la notte alla morte, a cui si sta serenamente preparando Claude.

L’incontro iniziale, lo sviluppo centrale della storia tra Imel e l’io narrante non sono altro che una sorta di cornice che culla i ricordi del vecchio Claude, fino ad inverarli col finale (che in questa sede tacerò). Quindi, si tratta di un vero e proprio passaggio di testimone che traccia un solco indimenticabile nella vita dei due ragazzi.

L’intera narrazione, in nome di questa urgenza di comunicare e insegnare, risulta più concettuale che visiva: lo spazio riservato alla riflessione didascalica sovrasta le azioni in sé, che restano nettamente in secondo piano. Gli stessi particolari fisici o psicologici dei personaggi sono sfumati, quasi a lasciare immedesimare il lettore: nel protagonista ci siamo tutti, e così in Imel.

Proprio per queste considerazioni, si può azzardare l’ipotesi di essere di fronte a un romanzo-saggio, in cui il ragazzo accetta di buon grado di passare il proprio ruolo di protagonista al vecchio, cioè di trasformarsi in semplice ‘spalla’ nel dialogo. Siamo addirittura in presenza di qualcosa che rasenta un monologo: le domande del ragazzo non fanno che preparare il terreno alla più lunga, complessa, molto articolata (e per questo non sempre verosimile) dissertazione di Claude.

Si notino infine le preziose citazioni che accompagnano l’inizio di ogni capitolo, tratte dalla letteratura di tutti i tempi e Paesi, ma accomunate dalla tematica: la notte.

È scontato, ma non inutile, sottolineare il lavoro che soggiace a quest’opera, non ancora matura ma di un certo fascino.

Gloria M. Ghioni [Anathea]

venerdì 18 aprile 2008

Vero amore [?]


Vero amore. Il destino può riservarci tante sorprese.
di Valentina Brunetti
Firenze, MEF, 2008

L’amore nel romanzo del Novecento è quasi sempre infelice. Questo teorema deve essere particolarmente caro a Valentina Brunetti, visto che ha costruito su questa base un racconto lungo o romanzo breve, che dir si voglia, in cui il rovesciamento della realtà è scontato e necessario. Necessario perché? Per muovere la narrazione, certo, impigliata per i due terzi della storia in nomignoli amorosi e aggettivi come “splendido”, “meraviglioso”: questa ragazza non descrive, giudica, e al lettore non resta che fidarsi del suo incantato quanto opinabile giudizio. Ma su questo,transeat.

Diciamo che il titolo non è altro che uno specchio del contenuto, facilmente riassumibile: una storia d’amore eccezionale ha il suo coronamento in un matrimonio invidiabile visto che la ragazza è felicemente incinta, vengono appianate divergenze famigliari e tutto sembra prepararsi al lieto evento, finché non accade un evento tragico. Niente di nuovo, proprio niente di nuovo. Anzi, confesso di essere rimasta assolutamente a bocca aperta quando ho raggiunto il finale, e non per lo stupore, ma per uno sbadiglio: purtroppo il romanzo appare a tratti addirittura noioso, monotono, con una scarsa padronanza linguistica (i congiuntivi dove sono?) e una capacità inventiva praticamente nulla. Un vero peccato.

Anathea

venerdì 4 aprile 2008

L'incontro-scontro tra ateneo e fabbrica


Ottimo lavoro, professore!
di David Lodge
Milano, Bompiani, 2001

Titolo originale: Nice work
Prima edizione: (1988)

Cosa accade se venissero messi a stretto contatto il mondo industriale con quello accademico? Sicuramente avremmo una collisione, forse un tentativo vicendevole di comprensione, forse un adeguamento, più difficilmente un reciproco arricchimento. Proprio a questa complessa e curiosa domanda, David Lodge, con la sua consueta punta di humor, riesce a dare una risposta, con questo romanzo gradevole e interessante.
Sono protagonisti un amministratore delegato di un'azienda metalmeccanica (Vic Wilcox) e una ricercatrice femminista di una certa avvenenza (Robyn Penrose). I due, in occasione di un progetto per 'L'anno dell'industria', si trovano fianco a fianco nell'azienda di Vic: il compito di Robyn sarà quello di affiancarlo per tre mesi e di essere "la sua Ombra". Molto godibili e divertenti questi primi incontri, occupati più dagli scontri verbali tra uno spirito concreto e uno pragmatico. Non senza un certo autocompiacimento, Lodge si sofferma in dibattiti tecnici in merito al funzionamento dell'industria, non meno curate delle trattazioni sugli studi sul postmodernismo di Robyn.


Come inevitabile, il lettore è in cerca di una svolta, e questa si presenta quando Vic si accorgerà di non essere più solo interessato a Robyn sotto il profilo mentale, ma proverà per lei una fortissima attrazione.
Da qui si apre la seconda parte del libro, che non voglio anticipare per non togliere il gusto della narrazione. Ottima e curata anche in traduzione.

Anathea

martedì 1 aprile 2008

Siddharta


Siddharta
di Herman Hesse
Milano, Adelphi, 2005

pp. 197

Chiedo venia a questo grandissimo della letteratura tedesca ed europea, prima di iniziare a picchiare la testa contro il muro del pianto per la sua opera. Scritto nel 1922, il romanzo si presenta come un viaggio ideale e metaforico del giovane Siddharta, figlio di uno stimato rabbino, alla ricerca della sua strada religiosa e della sua identità. Dopo aver abbandonato il paese di origine accompagnato dal suo più caro amico, Govinda, intraprende la via della sapienza, s’inerpica attraverso gli usi e le privazioni dell’ascetismo, attraversa il buddismo e incappa nel suo cammino di crescita contro l’amore della bella e ammirata prostituta Kamala. Per lei abbandona lo stile di vita che aveva adottato, accetta di accostarsi al commercio, alla buona tavola e all’erotismo, di cui impara i segreti. Lentamente, resta vittima degli stessi vizi da cui si era astenuto in adolescenza, ma l’errore viene compreso e il pentimento porterà Siddharta alla redenzione.

Dietro a questa veste di Bildungsroman, vediamo una serie di topoi classici che si ripresentano. Proprio in apertura del romanzo, è subito chiara la necessità del ragazzo di abbandonare il paese di origine per trovar se stesso: siamo quindi in presenza del tema del viaggio, visto come necessario percorso di crescita individuale. Intrecciato a questo, l’amicizia è fondante: Govinda rappresenta per Siddharta quel compagno da cui sarà difficile ma fondamentale separarsi e, quando si ritroveranno, cambiati dal tempo, è significativo il fatto che Govinda avrà sempre gli occhi come appannati, cioè non riconoscerà Siddharta finché questo non svelerà la sua identità. Il tema classico dell’amore rovinoso, che abbatte persino la pudicizia e i valori, è unito a una vena lirica di una certo fascino, per pagine dense e quasi favolistiche. La stessa trama, del resto, tradisce nei suoi particolari alcuni stilemi della storia con morale. Forse è proprio questo lato didascalico, o forse lo stile impregnato sulla ripetizione (di parole ma anche di situazioni) ad avermi reso indigesto questo capolavoro. Non sono riuscita ad applaudirlo, né purtroppo ho carpito quel lato di magia che tanti vi hanno trovato.

Anathea