giovedì 28 febbraio 2008

La Cifra del nulla: la Poesia incontra il sacro




La cifra del nulla
di Rossana Abis

Saggio introduttivo del Prof. Placido Cherchi
dal titolo: "Nostalgia del totalmente altro"


Edizioni: Zonza
Collana: Estuari
Genere: Poesia
Anno: 2007 - pagg.: 160 - Eur.: 13,50


La clessidra in copertina è esplicativa del contenuto di questo piccolo ma intenso libro di liriche.
Il tempo che disfà l'autrice e i cui resti "interiori" sono lasciati scendere, densi e veloci, sulle poesie che lo compongono...
Ho avuto la fortuna di conoscere i suoi versi presso una nota libreria del centro di Cagliari. Un paio di giorni dopo ho scoperto ci sarebbe stata la presentazione del volume e ho voluto esserci a tutti costi. Un volume splendido. Innanzitutto ho da fare i miei complimenti al Prof. Placido Cherchi, che il giorno della presentazione ha richiamato i concetti di fascinans e tremendum di cui parla Rudolf Otto ne "Il sacro", che sono elementi entrambi presenti (seppur in misura variabile) nelle liriche della Abis. Anche in "Nostalgia del totalmente altro", saggio introduttivo presente nel volume, lo stesso prof. Cherchi presenta con grande attenzione le poesie dell’autrice sarda inserendendole in un piu' ampio scenario linguistico-filosofico. Ma veniamo alle poesie. Non sono un critico, però espongo quello che ho sentito dai suoi versi. Dentro le parole e nelle loro “amalgamature” c’è visceralità senza pari. Il fascinans delle liriche, a mio modo di vedere, sta nella sostanza che viene denudata dalla parola. Si ha come l’impressione che i temi siano così tanto “sentiti” e “provati” dall’autrice, che questa sia in grado di scarnificarli (permettetemi l’accezione di questo termine) tramite un’efficace loro sintesi dopo profonda autoriflessione. La parola, così denudata, si fa sacra, sostanza (essenza) ineludibile e profondamente compartecipativa, capace di legare a sé lo stato d’animo altrui. E’ impressionante scoprire nella lettura il richiamo malinconicamente autoconsapevole di “Epigrafe” o i versi taglienti di “Invocazione”,“Testamento” oppure ancora il lirismo, quasi decadente di “Alchimia” (solo per citare quelle con titolo). Ma, credetemi. Faccio fatica a non trovarne una che non mi colpisca. Meravigliose le pagg. 65 e 133… “La cifra del Nulla”…come dire che è questo cio’ che rimane all’autrice dopo che la Poesia l’ha scavata. Mi auguro di poter esprimere personalmente i complimenti alla scrittrice di questo capolavoro. Imperdibile.

venerdì 22 febbraio 2008

sperando di non diventare ripetitivo e monotono...

Michele Loconsole

La Puglia e l’Oriente, Storia di una relazione inclusiva, Levante editori - Bari, pp.125

La Puglia è stata per secoli luogo di contatto tra Oriente e Occidente, data la sua conformazione, i suoi 800 km di coste, il suo protendersi al sol levante. Nel dare uno sguardo d’insieme alla composizione etnica e culturale del mosaico sociale pugliese nel corso dei secoli un appassionato di storia (o anche un semplice turista colto) troverà di grande aiuto l’agile volumetto di Michele Loconsole, “La Puglia e l’Oriente, storia di una relazione inclusiva”. La splendida prefazione di Franco Cardini introduce alla lettura con colori a tinte larghe che si confondono uno con l’altro, degni di essere usati da Monet in una delle sue “impressioni”. E’ così infatti che si rivela il testo: “un’impressione di Puglia al sol levante” (e scusatemi la poesia!), impreziosita da colori forti come “il bianco delle case […], il rosso dei pomodori a seccare, il verde-oro dell’olio di oliva”. Il lettore, superata l’introduzione, che ribadisce la premessa divulgativa alla base del libro, e attraverso la celebre definizione della Puglia come “Porta d’Oriente” giunge a rivisitare l’importante funzione esercitata dal mar Mediterraneo nell’incontro tra le varie popolazioni. Voltando pagina, poi, ci si sentirà un po’ “Indiana Jones” sulle tracce di S.Pietro, tra leggende popolari e iscrizioni trascritte in latino. Solo a partire dal quarto capitolo si passa ad analizzare, perdendosi tra kippah e barbe incolte, la presenza di un popolo, quello ebreo, anche nel tacco d’Italia. Nei tre capitoli dedicati a questa significativa minoranza l’autore espone tutti i trascorsi del popolo giudeo sottolineando il carattere prevalentemente commerciale ed economico della loro infiltrazione dall’età antica fino alle dure repressioni angioine e aragonesi.
Stretto è, poi, il rapporto successivamente scandagliato con il mondo bizantino ed ellenistico che si focalizza sul centro nevralgico di Otranto, punta di eccellenza di un territorio costellato dalle opere dei monaci basiliani, celate in oscuri anfratti, retaggi di insediamenti eremitico-monastici.
A differenza delle altre etnie, la propagazione islamica in terra di Puglia si è svolta con spargimenti di sangue, attuando una vera e propria colonizzazione. Segni evidenti d’influenza musulmana sono le “sciesciole”, i tipici quartieri islamici presenti pressoché in ogni città.
Proseguendo il lettore si ritroverà in una delle tante masserie di Puglia, avvolto da “quell’odore di terra bagnata che il sole assale immediatamente per asciugare, facendone sprigionare i profumi”. Una piacevole sosta, insomma, all’interno della trattazione.
Con un salto cronologico e geografico (appena una pagina dopo!), il caldo torrido di Myra (attuale Turchia) sorprende alcuni marinai baresi nel trafugare le spoglie di S.Nicola, evento che avrà particolare valore economico-religioso per la città di Bari.
Rimanendo a metà tra leggenda, storia e tradizione popolare il volumetto conclude con le controverse vicende della sacra spina andriese, donata da Carlo II alla città.
Offrendo al pubblico un saggio di pregevole fattura, Michele Loconsole propone un testo dalla lettura leggera e scorrevole, a pennellate larghe e spaziose, privo di fioriture o virtuosismi, semplice e umile come la Puglia da lui descritta.

sabato 16 febbraio 2008

Ritratto di una donna indimenticabile



“Ali tarpate. Ritratto di una donna indimenticabile”
di Annamaria Tanzella
Firenze, L’Autore Libri Firenze, 2008

pp. 235
€ 15,20


“L’equilibrio interiore che nasce durante l’infanzia e matura nell’adolescenza è un bene che plasma, arricchisce e forgia l’individuo” (pp. 187-188). Lo sa bene la protagonista di questa storia, Clarissa, che fin da bambina si trova a fronteggiare sofferenze e frustrazioni: l’infanzia nella vecchia e diroccata casa dei nonni, l’adolescenza accanto a un padre fedifrago e possessivo, l’età adulta continuamente vessata dai problemi, a cominciare dalla chiamata in guerra (il romanzo tocca tutto il Novecento, dagli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale, fino agli albori del nuovo secolo) del marito amato, la vecchiaia nella malattia…

Clarissa, nonostante la prove continue che la vita le riserva, dimostra quelle doti straordinarie di perseveranza dettata dall’amore, di fede e di coraggio che le hanno valso questo ritratto attento, da parte di una narratrice in prima persona, ora testimone diretta degli avvenimenti, ora semplice portavoce di quel che è stato. Non dobbiamo quindi immaginarci un ritratto avulso da ogni commento: al contrario, ricorre la presenza di ammiccamenti a Clarissa, spesso appellata con l’affettuoso nomignolo di “Clary”, a cui la narratrice si rivolge direttamente nei punti di maggiore drammaticità.

C’è sempre, infatti, una partecipazione accorata; tuttavia, non si pensi, per questo, che il libro cada nel patetico. Al contrario, le traversie di Clarissa vengono affrontate alludendo già alla sua successiva riscossa, costantemente sorretta da fede e preghiera, ma anche dall’affetto di una costellazione di parenti sempre ben caratterizzati, e così riconoscibili nelle pagine successive. Alla storia principale di Clarissa, si collegano infatti le storie del suo nucleo familiare, storie che vengono riassunte nei loro tratti salienti, senza appesantire la narrazione o depistare il lettore dalla vita di Clarissa, visto che tutto viene ricondotto a lei e filtrato poi dal suo modo di vivere i rapporti coi famigliari.

La stessa genuina limpidezza dei temi trattati, ancorati al loro tempo tanto quanto universali, si incontra anche nello stile: forse un po’ scolastico, ma ottimo specchio di quel tempo che Annamaria Tanzella vuole tratteggiare. E ce la fa con questa sua prima opera, così compartecipata e sentita da condurre il lettore per mano in un passato ancora prossimo, ma troppo spesso dimenticato.


Anathea

mercoledì 13 febbraio 2008

L'Aleph: l'Alfa e l'Omega dell'Uomo per Borges...



L'Aleph
Tit. orig.: "El Aleph"
di Jorge Luis Borges
traduzione italiana: Francesco Tentori Montaldo
Editore: Feltrinelli
Anno: 2007 (in 35.ma) - pag.: 179 - Eur.: 6,50



Difficile recensire un volume simile.
Difficile perché una recensione ha carattere “unitario” e questo libro, di “unitario” ha solo colui che l’ha messo al mondo: Borges.
Il volume è una raccolta di 17 racconti. Fantastici. E, diversi.
L’ultimo di questi dà il nome all’opera: Aleph.
L’Aleph, da un punto di vista linguistico, è la prima lettera dell’alfabeto ebraico.
Da un punto di vista simbolico, invece, è molto di piu’.
Rappresenta il Principo Primo religioso, Dio (l’Alfa e l’Omega), che nella storia della filosofia occidentale ha sempre rappresentato l’Uno, l’Intero, la Totalità.
Questi 17 racconti sono il "Tutto" che Borges ci offre: L’immortale, Il morto, I teologi, Storia del guerriero e della prigioniera, Biografia di Tadeo Isidoro Cruz , Emma Zunz, La casa di Asterione, L’altra morte, Deutsches Requiem, La ricerca di Averroè, Lo Zahir, La scrittura del dio, Abenjacan il Bojarl, I due re e i due labirinti, L’attesa, L’uomo sulla soglia, L’Aleph.
Racconti fantastici, dove vengono trattati temi diversi quali il tempo, la morte, la personalità, il mistero, il destino, la sofferenza, l’eternità.
Racconti dove la fantasia di Borges si miscela sapientemente alla sua erudizione e, spesso, con la sua anima.
Linguisticamente, ho trovato la sua scrittura di grande raffinatezza con impareggiabile maestria sia nella punteggiatura che nello stile narrativo.
I sentimenti che li pervadono lasciano spesso un retrogusto amaro, incline ad una certa qual forma di pessimismo e amarezza umana.
Ma lasciano anche riflettere sull’uomo e sulla sua condizione, la sua morale, la sua storia, il suo futuro.
Ho trovato i miei preferiti in L’immortale, I teologi, Emma Zunz, La casa di Asterione, L’altra morte, Lo Zahir, Abenjacan il Bojarl, L’attesa, L’uomo sulla soglia, L’Aleph.

Molto utile la Nota curata dal traduttore e posta nelle ultime pagine, dove viene conosciuta meglio l'arte letteraria di Borges e di cui accenno un interessante passo:
"[...]ecco la minuziosa erudizione di Borges, che si mescola alla fantasia, all'illusione, al miraggio, e dove i nomi veri, di autori e di libri, e gl'immaginari, si alternano e confondono in maniera da turbare il lettore[...] e le divertite e a volte geniali interpolazioni (di testi disparati, rispondenti tutti a un gusto del remoto, dell'enigmtico, dell'esoterico) delle quali Borges ci confessa[...] che sono: -:"l'irresponsabile giuoco di un timido che non si decise a scrivere racconti e che si distrasse nel falsificare e nel commentare (senza giustificazione estetica, talora) storie altrui":- [pag.175 - Nota]

Un libro, in definitiva, da leggere. E, possibilmente, da rileggere…

martedì 12 febbraio 2008

Il coraggio di cambiare le interpretazioni dell'antigiudaismo



"Giudeofobia"
di Peter Schäfer
Roma, Carocci, 2004
pag. 308
€ 13,00

Difficile accostarsi a un tema sempre scottante quale l'"antisemitismo". Ancor più difficile è modificarne l'etichetta, definendola impropria e incompleta, fonte di possibili fraintendimenti. E difficile è anche affermare la nuova definizione di "giudeofobia", termine composto che racchiude in sé sia l'odio sia il timore nei confronti dei giudei.

Peter Schäfer, ebraista tedesco, intraprende con queste trecento pagine una strada coraggiosa, ovvero riesaminare tutte le fonti storiche e letterarie pagane che si soffermano sugli usi e costumi ebraici e sugli eventi che li hanno coinvolti. Con un andamento argomentativo encomiabile, Peter Schäfer presenta molte vecchie cattive interpretazioni di passi in realtà più limpidi di quanto alcuni storici avessero pensato, e passa poi a una disamina attenta e prudente, rileggendo sentimenti antigiudaici e invece sottili commenti positivi, anche da parte di scrittori pagani.

In particolare, la prima parte del saggio è stata intitolta "Chi sono gli ebrei?", e in una serie di utili capitoli, si affrontano i temi tipici della religione ebraica: il monoteismo e l'aniconicità di Dio, la circoncisione, l'astensione dalla carne di maiale, il sabato, il proselitismo. Ogni tematica è sempre affrontata con riferimento e citazione delle fonti, di cui Schaefer fornisce porzioni di testo esaurienti.

Lo studioso passa poi ad analizzare le prime grandi manifestazioni antigiudaiche, ripercorrendo gli eventi tragici di Elefantina e di Alessandria d'Egitto, fatti ancora (e forse per sempre) sepolti nel mistero di testimonianze rare e controverse.

L'ultima parte è dedicata infine ai "centri del conflitto", cioè l'Egitto, l'area siro-palestinese e Roma: c'è una ripresa di temi già incontrati nel saggio, con la progressiva integrazione di altre testimonianze, letterarie e storiche, che avvalorano le tesi di Schäfer.
Il tutto conduce a una riflessione finale più generale sull'"antisemitismo" e sulla presunzione di alcuni storici che hanno desiderato etichettare il fenomeno, riconducendolo a particolari momenti della storia.

Desidero precisare ancora una volta una delle qualità migliori del saggio: la chiarezza espositiva, specchio certamente di una chiarezza di idee non indifferente. Ho poi trovato un doppio aspetto, che può essere considerato un pregio o un difetto, a seconda dell'uso che si fa di questo libro. Se si desidera una consultazione di un particolare argomento, ecco che Schäfer è pienamente riuscito nel suo intento: ogni capitolo è a sé, i temi sono ribaditi ed esauriti, a costo di ripetersi. Appare chiaro, dunque, come una lettura integrale del saggio possa rivelarsi a tratti ripetitiva e, di conseguenza, annoiare in parte il lettore.
Ciò non toglie che quest'opera sia una delle più encomiabili testimonianze di argomentazione limpida e di studi approfonditi. Lo consiglierei a tutti gli appassionati della materia.


Anathea

martedì 5 febbraio 2008

Stefano Benni - La grammatica di Dio


C’è una buona notizia per i numerosi lettori appassionati di Benni. Lo scrittore bolognese è tornato. Si, è vero, ha sempre sfornato all’incirca un libro all’anno, ma in questa raccolta di racconti, di “storie di solitudine e allegria”, ha ritrovato la verve persa da tempo, quella che ne ha fatto uno scrittore unico nel suo genere, dotato di humor e fantasia, oltre che di uno stile inconfondibile e inimitabile.
Il filo conduttore de La Grammatica di Dio (Feltrinelli, pagg. 182, euro 14) è la solitudine dei protagonisti di questi racconti, alcuni davvero spassosi, altri intrisi di amara ironia sullo sfondo delle meschinerie quotidiane, delle nevrosi collettive, delle manie per i cellulari anche quando non si ha nessuno da chiamare, dell’odio per un cane lasciato dalla moglie e che torna sempre indietro.
Si ride a tratti e si ride aspro, sia quando moglie e marito si rinfacciano i ripetuti tradimenti in un crescendo di infedeltà retrodatate, sia quando l’uomo d’affari abituato al viscido rispetto dei sottoposti, si ritrova in una realtà di disprezzo e decadenza improvvisa.
Sembra che Benni in questa fase della sua carriera trovi la sua dimensione più adatta nel recinto delimitato del racconto, a cui dà respiro e consistenza, svolgimento e sorprese che coinvolgono e spiazzano, divertono e incuriosicono.

domenica 3 febbraio 2008

Scoprire le carte coperte


"Il giocatore invisibile"
di Giuseppe Pontiggia
Milano, Mondadori, 1978 (1^ edizione)


"Un'altra analogia fra scacchi e scrittura è l'obiettivo. Lo scacchista si prefigge la morte dell'avversario. "Scacco matto", in iranico, significa "il re è morto". Scrivere è una sfida idealmente mortale in cui uno può non giocarsi tutte le sue carte, ma quelle più importanti sì. Non può sapere come si conclude la partita. Ogni mio romanzo, ma anche ogni saggio, è per me un viaggio di cui conosco il punto di partenza, ma non la meta."

Con le stesse parole di Pontiggia ho desiderato aprire la breve riflessione su questo romanzo, vincitore della Selezione Campiello nel 1978, poi ristampato più volte e decisamente meritevole di tanti premi. Innanzitutto per la storia: immaginiamo un professore di filologia, e rivediamo in lui i tipici tratti del professore affermato, un po' borioso, un po' saccente, un po' cinico. Sommiamoci qualche attributo stereotipato: una moglie forse amata, ma impolverata; una giovane studentessa, sua amante (innamorata del ruolo che il professore riveste) e modesta, aspirante poetessa; colleghi e tirapiedi che vorrebbero un rivincita sul successo riconosciuto al professore.
Bene, tutti questi elementi, ben equilibrati nella vita del protagonista, d'improvviso vengono sbalestrati dalla pubblicazione di una lettera che segnala pecche filologiche e deride l'operato del professore. Da questo momento, la ricerca del mittente di quelle accuse assorbe completamente la vita del professore, che esamina amici e colleghi, parenti e persino insospettabili, in cerca della verità.
Attenzione, però: Pontiggia non è un "giallista filologico", ma un fine tessitore delle psicologie umane, e di come queste stiano costantemente in bilico tra equilibrio e il baratro dell'angoscia e della insicurezza. Solo leggendo il libro in questa chiave, attraverso lo stile limpido a cui ha abituato Pontiggia, si arriva alla conclusione, amara e non così lontana dalla nostra immaginazione di lettori. E si vive davvero quest'opera degna di una seconda lettura, e di una terza.


GMG