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Dalla Bulgaria una donna, una vita intera, fino alle stelle in “Qui vive Joži” di Nadya Radulova

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Qui vive Joži
di Nadya Radulova
Barta edizioni, 14 settembre 2026

Traduzione e note di Alessandra Bertuccelli

pp. 141
€ 15,00 (cartaceo)

Uno pensa che tutto vada in una sola direzione, noi, i nostri pensieri, il mondo intero, uno pensa che le cose siano come acqua torrenziale nella grondaia, irreversibili: le eruzioni solari, le piogge, il marcire dei lillà, la trasformazione dei bambini in uccelli, la migrazione dei loro figli sotto stelle altrui. Ma tutte le volte succede qualcosa che ci smentisce, che ci mostra che questa direzione inevitabile in cui ci muoviamo in realtà è un’infinita rotatoria. Che prima o poi rincontriamo noi stessi, il nostro essere noi stessi di dieci, venti, trent’anni prima. Che ciò che è perso torna sempre tra le nostre mani […] (p. 127)

Ho letto Qui vive Joži pensando a una raccolta di racconti, proprio come suggerisce la traduttrice Alessandra Bertuccelli nella Nota. I testi, infatti, sembrano avere ciascuno una propria autonomia narrativa, ma sono tutti contrassegnati dalla presenza di Joži o da un riferimento a lei. Si tratta di una donna che incontriamo nelle diverse età della sua esistenza: bambina, adolescente, madre, bisnonna, fino a diventare una particella nello spazio. Non assistiamo al racconto lineare di una vita, dall’infanzia alla vecchiaia, ma a una successione di frammenti. Non sapremo quale lavoro farà, quale sarà la sua collocazione sociale, eppure conosceremo molti aspetti della sua vita, i legami familiari, gli affetti, le persone che le ruotano intorno.

Joži è una donna semplice, una figura che potrebbe appartenere a tante famiglie e a tante storie. I racconti hanno sì una loro autonomia, ma sono attraversati da richiami, dettagli e presenze che acquistano significato man mano che si procede nella lettura. Tra un racconto e l’altro si inserisce anche una Serie di favole con Joži, dialoghi in cui la madre racconta delle favole alla figlia, che interviene continuamente con domande, osservazioni, affermazioni e riflessioni, interrompendo il racconto e dando vita a un piccolo scambio tra fantasia e pensiero infantile. Sono momenti che dipingono il rapporto tra madre e figlia e aggiungono un’altra dimensione alla narrazione, quella dell’infanzia, dell’immaginazione e del modo in cui i bambini ascoltano, interpretano e fanno proprie le storie degli adulti.

Qui vive Joži è, dunque, uno short story cicle, composto da ventuno racconti, diversi per stile, genere, contenuto, epoca, che possono essere letti in autonomia, ma che insieme costruiscono un universo narrativo unitario. Ci sono racconti che sono ambientati nella Bulgaria comunista, altri durante le guerre mondiali e altri ancora che arrivano fino ai nostri giorni.  Il racconto Pas de deux sull’ala di un Messerschmitt è piuttosto particolare: una storia d’amore triste, quella tra zia Silva, ex ballerina, e Marin, fratello di Lidia, nonna di Joži. Al centro c’è la morte del giovane pilota, ricostruita attraverso una successione di versioni che si contraddicono continuamente. Silva racconta la sua, poi arriva quella di Lidia, quindi quella del nonno di Joži e ciascuno smentisce quanto riferito dagli altri e propone una propria ricostruzione dei fatti, in un gioco di verità che si rincorrono e si annullano a vicenda. Joži, inizialmente desiderosa di dare forma letteraria a quella storia d’amore così romantica, finisce per rinunciare al progetto, disorientata da tante versioni inconciliabili.

In Gambe, invece, la narrazione si mescola alla trascrizione di una testimonianza e un verbale monco di alcuni passaggi. L’episodio principale è una tragedia: la vicenda del guardiano del faro, testimone di un terribile naufragio di migranti, si intreccia con la figura di una donna bellissima e senza gambe, quasi una creatura mitologica, una sirena forse. Il racconto tiene insieme il trauma di chi ha assistito alla tragedia e un’immagine femminile enigmatica, che sembra arrivare da un’altra dimensione. 

Poesia, straniamento, mistero, atmosfere allucinate nel racconto Solstizio, dove Joži è ipnotizzata dal nero luccichio delle ali delle cornacchie che le si parano dinanzi sull’asfalto dopo il tramonto:

Ed ecco che ora, nello stesso posto, alla stessa ora in cui quell’ago ha fatto quel che deve e se n’è tornato su in cielo per starsene buono buono conficcato nell’oscura seta, il buio davanti ai suoi occhi ha ripreso a muoversi. Buio e, al di sopra, altro buio che si muove. Pezzi di buio in movimento

Sotto le storie familiari, gli spazi e le parole si avvertono questioni molto più ampie: la migrazione, il comunismo, le guerre, il cambiamento climatico. Nel passo inserito come incipit di questa recensione ho visto nei bambini-uccello, per esempio, i piccoli angeli, i bambini vittime delle guerre più recenti, quelli che hanno perso le famiglie, la casa e insieme la possibilità di immaginare un futuro. 

Non è semplice ricondurre il libro a un genere, siamo di fronte a un ibrido in cui convivono fiaba, distopia e autofiction, con frequenti aperture verso il sogno e l’immaginazione. Radulova è una poetessa e la sua formazione si sente, perché le pagine sono colme di immagini, accostamenti inattesi, atmosfere che spesso sembrano avere una vita propria.

La voce narrante è esterna e accompagna Joži, ci introduce nella sua famiglia, ci parla dei parenti e delle persone che hanno fatto parte della sua vita, costruendo poco alla volta un ambiente nel quale ci ritroviamo a vivere insieme alla protagonista. Nell’ultimo capitolo, però, la narrazione assume una risonanza diversa: abbiamo seguito Joži attraverso le sue età e le sue vicende e ora ci troviamo davanti a una donna che non ha più un futuro, ma soltanto una vita da ricordare. Ci sono gli affetti, le esperienze, le persone amate, i dolori e le gioie che l’hanno accompagnata. Il racconto di questa esistenza, ripercorsa in modo rapido e quasi sommesso, mi ha commossa. Mi ero affezionata a Joži, l’avevo seguita nelle sue storie e persino immaginata nello spazio. E alla fine mi sono ritrovata a pensare a cosa possa restare di noi quando la vita finisce, se i ricordi, gli affetti, i rimpianti e le esperienze vissute possano continuare ad accompagnarci in qualche forma che non sappiamo immaginare. Eccomi allora che anche io mi trovo a quell’immagine dell’infinita rotatoria: forse niente di ciò che abbiamo vissuto scompare davvero, forse ciò che credevamo perduto continua a circolare dentro di noi.

Ora il ricordo dei suoi cari è semplicemente nitida luce che fluisce […] Alla fin fine tutti i fanali si dissolvono nella luce. (p. 138)

Marianna Inserra