in

Ho fatto tutto per amore: le scelte difficili di due sorelle in "Noi che abbiamo conosciuto Solange" di Marie Vareille

- -


Noi che abbiamo conosciuto Solange
di Marie Vareille
Rizzoli, agosto 2026

Traduzione di Sara Arena

pp. 416
€ 19 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)

Quanto può qualcuno condizionare la nostra vita? E se questa persona è a noi molto vicina e considerata da tutti "pazza", come si può proteggerla anche da sé stessa? A quale costo? Sono interrogativi capitali che non si prestano a semplici risposte, quelli che nascono dalla lettura di Noi che abbiamo conosciuto Solange. Già in Ti ricordi di Sarah Leroy? (Rizzoli, 2025) Marie Vareille ha colpito anche i lettori italiani (in Francia gode di un grande successo, da noi è stata scoperta di recente) con una storia delicata, che esplorava le cause profonde che hanno portato alla scomparsa di una quindicenne. E ciò che ne emergeva era tutt'altro che rassicurante, come accade ai buoni romanzi in cui si va ben oltre le indagini e si delineano inquietanti dinamiche sociali e relazionali. 

In questo nuovo romanzo, la storia viene costruita da due narratrici inattendibili, perché molto ancorate alla loro visione delle cose: da un lato c'è l'ultracentenaria Célestine, che nella casa di riposo dove si trova rievoca gli eventi che hanno sconvolto la sua vita (proprio all'inizio della storia si legge che è diventata un'omicida per volontà di Solange); dall'altro ci sono le lettere dal riformatorio di una giovanissima Solange, ambientate nell'immediato dopoguerra e nei primi anni Cinquanta. Se il racconto di Célestine è retrospettivo, quello di Solange avanza cronologicamente, e leggere in parallelo le vicende permette di svelare a poco a poco, tenendo alta la suspense, un rapporto tutt'altro che semplice. Entrambe le donne scrivono a un destinatario: Célestine indirizza le sue lettere a qualcuno che chiama amorevolmente "Stellina"; Solange invece si rivolge a "Jeanne, mia Jeannette", figura amatissima di cui all'inizio non conosciamo niente. 

Solange è entrata nella vita di Célestine (classe 1917), quando lei iniziava a sognare di scappare dal paesino di Sarégnac: con i suoi tredici anni, si era convinta che l'istruzione l'avrebbe strappata da lì, le avrebbe evitato i sacrifici di sua madre, che aveva sposato un uomo che non amava, Alphonse, molto più anziano di lei, solo per unire i poderi limitrofi e, un giorno, ereditare tutto. Ma la donna non aveva avuto tempo per godersi niente: sfiancata dalle gravidanze, costretta a sopportare Alphonse, era morta di parto mettendo al mondo Solange. Célestine aveva promesso di prendersi cura di lei, e dunque è costretta a dire addio alle sue aspettative, a rimboccarsi le maniche e a fare da madre alla neonata e ai gemelli, ancora bambini. Nate da padri diversi ma unite da un legame fortissimo, Célestine e Solange sono sorelle a tutti gli effetti, però la più grande matura un senso di maternità e un desiderio di protezione straordinario nei confronti della piccola e degli altri fratelli. 

Crescerli diventa un imperativo, ma questo non impedisce a Célestine di sognare l'amore, e gli intrighi non mancheranno, dando a questo romanzo anche un piacevole per quanto piuttosto classico risvolto di triangolo amoroso tra Célestine e due fratelli di una famiglia di possidenti. Sposare uno dei due le garantirebbe di migliorare il suo status, ma, memore dei sacrifici materni, Célestine vorrebbe restare nubile. Tenere a bada i sentimenti non è però tanto semplice quanto ci si prospettava.

Questo non è che un aspetto narrativamente più leggero che permette di stemperare la tensione e le preoccupazioni che giungeranno alla fine della guerra: Solange è un'adolescente sempre più imprevedibile, osserva il cielo e le costellazioni, studia maniacalmente lo spazio e si convince di provenire da un altro pianeta. Dialoga con voci che sono sempre con lei e spesso è distratta dal mondo, come se davvero non vi appartenesse. Quando si comprende che è incinta, la ragazzina non vuole rivelare chi sia il padre, ma è anche drammaticamente chiaro che non potrà prendersi cura di un neonato. Non così, non nelle sue condizioni di totale instabilità. 

Queste sono le premesse per un romanzo denso di decisioni difficili da prendere e successivi sensi di colpa, di momenti tragici in cui l'affetto rischia di far danni, se non si agisce sempre e comunque in piena razionalità. Gli eventi ci raccontano di un tempo in cui la malattia mentale veniva contenuta e le cosiddette cure efficaci consistevano in trattamenti invasivi e talvolta procedure irreversibili. La presenza di un doppio punto di vista è utilissima perché permette di non restare sempre e solo dentro gli occhi di una sorella, ma di comprendere quanto la verità sia mutevole, quanto gli eventi possano essere interpretati diversamente. 

Con le sue oltre quattrocento pagine, Noi che abbiamo conosciuto Solange abbraccia più generi, ma lo fa senza forzature, e la struttura epistolare si rivela vincente nell'alimentare la curiosità di chi legge. 

GMGhioni