Il mare ondeggiava tranquillo, e il colore della luce al tramonto – un giallo carico, aranciato – brillava attraverso le rare nuvole e andava a spalmarsi sull’acqua, uno spettacolo di pura bellezza. (p. 63)
Elizabeth Strout è tornata. Non solo nel senso che è tornata in libreria con un nuovo, attesissimo romanzo – Le cose che non diciamo, traduzione come sempre magistrale di Susanna Basso, Einaudi, e incluso nella shortlist del Booker Prize 2026 – , no: Elizabeth Strout, con la sua voce piena di grazia, è tornata alle altezze letterarie di Olive Kitteridge, Mi chiamo Lucy Barton, I ragazzi Burgess e gli altri romanzi che ne hanno fatto una delle più grandi scrittrici contemporanee, facendosi “perdonare” per un paio di uscite recenti non pienamente riuscite, in cui si avvertiva sottile ma presente una certa fatica. Lo ha fatto, dunque, con un romanzo che si dice inaugurerà un nuovo ciclo e che si colloca perfettamente nell’universo letterario da lei creato, la riconoscibilità della sua voce: nel fraseggio, nelle tematiche affrontate, nella postura autoriale, nel sistema di immagini. È come se Strout componesse un’unica grande narrazione, tra echi diretti – mi è parso di scorgere una certa Olive in quella «vecchia scorbutica che stava nel Maine» (p. 32) – e indiretti, la sicurezza di una voce che ha da tempo trovato il proprio centro. Ed è una voce letteraria, che si prende cura delle parole, che risuona nell’insieme e nella frase minima. Apre squarci di bellezza. Lo fa ancora una volta in una storia quotidiana, di uomini e donne come tanti altri, vite minime, con il loro carico di luce, tragedia, oscurità, amore, colpa. Segreti e menzogne, moltissimi.
Un microcosmo di persone – faccio sempre fatica con Strout a parlare di personaggi, tanto sono così profondamente reali – che in qualche modo gravitano nell’orbita di Artie Dam, l’"Arci-prof", come lo chiamano bonariamente i suoi studenti adoranti, il professore dell’anno, l’appassionato docente di storia del liceo di una cittadina sulla costa del Massachusetts, dove vive da trent’anni con la moglie Evie, nella grande casa ereditata dalla famiglia di lei. Un uomo di mezza età, che conduce una vita normalissima, ma che si muove nel mondo con un’empatia e una sensibilità rare e che, consapevole o meno, lascia un segno profondo in molte delle persone che lo circondano. Ma le «profonde sacche di ipersensibilità» (p. 19) che custodisce dentro di sé lo rendono anche vulnerabile, nemmeno lui da principio sa fino a che punto: alla sofferenza altrui, alla deriva del mondo – siamo nel 2024, alle soglie della seconda elezione di Trump e le sue devastanti conseguenze – e, soprattutto, alla solitudine profonda in cui è avvolto. Non è un caso, a mio avviso, che la realtà in cui viviamo entri con tanta forza in questo romanzo; non che i testi precedenti fossero estranei alle cose, ma trattavano il tema centrale da una posizione che in un certo senso trascendeva il tempo e lo spazio; qui, con Artie Dam e la sua famiglia, la contemporaneità permea ogni aspetto della storia e dei personaggi che la popolano, e si avverte l'urgenza di Strout di portarla sulla scena, la rinnovata impossibilità per il romanzo di ignorare il mondo reale. Il microcosmo di Le cose che non diciamo, dunque, riflette in Artie tutto il terrore della violenza che ha travolto la politica e la società statunitense, in un crescendo di tensione - fino alla virata finale in cui si intensifica influenzando anche il ritmo stesso della storia e la sua direzione.
E forse è proprio per quell’«accumulo di solitudine» (p. 26) che Artie sta seriamente pensando di uccidersi. Ci sta pensando da mesi, cercando il modo di morire senza che Evie e loro figlio, Rob, ma anche i suoi studenti e amici scoprano che si sia trattato di suicidio, perché non può assolutamente provocare un dolore del genere alle persone che ama. Non può infliggere loro una ferita simile, anche perché «come succede a tanti Arcie e Evie avevano già vissuto una tragedia in passato», quando suo figlio era rimasto coinvolto in un incidente stradale e la ragazza che era con lui è morta.
Passano mesi, dunque, duranti i quali Artie agli occhi di tutti è lo stesso buontempone di sempre, l’amico gentile, il marito fedele, il professore ispirato. L’apparenza. Eccola la crepa. Strout ci mette di fronte alla cecità umana, a quello che non vediamo o scegliamo di non vedere, dentro di noi e negli altri. Perché pecchiamo di poca empatia e interesse, ma anche per gli abissi che ognuno di noi sceglie di custodire, nascondendo alle persone, perfino e più di tutte a quelle che amiamo, la verità, su chi siamo, su cosa sentiamo. Eccola, appunto, la crepa, il dolore profondo di questa storia, la solitudine e la distanza.
Siamo così ciechi noi esseri umani – così ciechi. L’uno verso l’altro e verso noi stessi, ci muoviamo nella vita come in una penombra, allungando le mani nel buio e credendo di aver toccato qualcuno […]. Ma per la maggior parte del tempo attraversiamo la vita bendati, cogliendo giusto dettagli minuscoli l’uno dell’altro, come di noi stessi. E perennemente convinti di vederci benissimo. (p. 58)
In ogni pagina, in ogni parola e immagine evocata, Strout dispiega le cose che non diciamo, il loro peso: quelle che scegliamo di nascondere, le menzogne che costruiamo, quello che corrompono ma pure quello che salvano, perfino ciò che decidiamo di fingere di non sapere. Nella vita di Artie e Evie è custodito un segreto, una menzogna che cambia tutto e allo stesso tempo niente nella percezione di Arcie, nel suo stare dentro la famiglia stessa.
Ogni cosa, ogni singola cosa al mondo […] gli pareva carica di verità non dette […]. Tutte le cose al mondo che non sappiamo gli uni degli altri. Anche di chi ci è molto vicino. (p. 179)
È l’antico adagio di quanto davvero conosciamo le persone che amiamo, quali profondità dell’altro non possiamo raggiungere, ma che Strout indaga da punti di vista altri, scavando dentro i propri personaggi. Le persone, sempre le persone, restano il centro nevralgico delle sue storie. Ben più delle trame, che pure ci sono, la scrittura di Strout – Strout stessa, se non è cambiata da quella volta ormai tanti anni fa in cui ebbi la fortuna di incontrarla – è sempre concentrata sulle persone, su quell’umanità che prende vita sulla pagina, si fa reale, e sulla discrepanza tra verità e menzogna. Per dargli forma costruisce una narrazione dunque che procede anche attraverso frequenti flashforward, prolessi sempre più importanti e rivelatrici, ispirandosi per esempio ad Alice Munro nell’uso peculiare delle parentesi che racchiudono profondità di significato e fanno avanzare la storia, ma anche servendosi di un punto di vista mobile su cui qui e là si sposta da Artie – protagonista indiscusso del romanzo – alle persone che vi gravitano intorno, ora osservando lui come marito, padre, amico, ora loro stessi e le proprie vite; una narrazione, tipica dell’autrice, che si muove tra capitoli composti di tanti paragrafi medio brevi, intervallati da pause, cambi di prospettiva, altezze cronologiche diverse.
Tiene insieme il tutto a costruire una melodia armoniosa, sostenuta anche da un sistema di immagini ricorrenti, tra cui il mare, la luce, reso in italiano nel connubio perfetto con Susanna Basso, che padroneggia ogni sfumatura di significato della voce di Strout. È una bellezza dolorosa talvolta, ma sempre quello sguardo pieno di grazia di cui si diceva in apertura. Anche quando Artie si interroga sul perché la gente non dica «mai niente di vero» – e come può, del resto, la gente dire la verità, sembra sottintendere Strout, se chi guida il Paese mente, distorce la verità, in modo tanto clamoroso –, trovando infine le proprie risposte, che danno il senso alla vita tutta, per come la concepisce lui. Da principio, tuttavia, è nel domestico che certe menzogne pesano profondamente e alimentano la distanza tra Artie ed Evie.
E guardandola, non l’avrebbe mai dimenticato, vide allo stesso tempo una faccia che conosceva perfino meglio della sua e gli occhi di un’estranea. (p. 96)
Ma se è vero che il romanzo è permeato da quella distanza, da un’incomunicabilità di fondo, non meno centrale nella narrazione è la genitorialità e, nello specifico, il rapporto padre figlio, che Strout costruisce da angolazioni diverse, scava nelle pieghe e nella memoria, attraversa aspettative, amore, distanze. Quando Artie ha un brutto incidente, suo figlio Rob ha il sospetto che forse non si sia trattato di quello ma di una volontà del padre di uccidersi; accanto a lui in ospedale, intensificati dalla paura per la perdita e di tutto quanto rimasto fino a quel momento non detto, e poi, ancora e consapevolmente dopo lo svelamento, sono un padre e un figlio che entrano davvero in connessione, riducendo una distanza che negli anni si era fatta sempre più grande, e che si scoprono molto più simili di quanto pensavano. È inevitabile per Artie indossare di nuovo anche i panni di figlio, ora che non lo è più, entrambi i genitori morti da tempo, riguardare al proprio passato, ai traumi, a chi ormai è troppo tardi per conoscere.
C’è sempre nei romanzi di Strout un personaggio dal background famigliare o sociale difficile e, sebbene le differenze di classe non siano al centro esatto della narrazione, sono ugualmente presenti. Artie in un certo senso è l’emblema del sogno americano, un uomo di umili origini che grazie al matrimonio al di sopra della classe sociale di partenza ha migliorato la propria condizione ed è un rispettato membro della classe media, senza debiti, con una posizione professionale stabile. Una bella casa sulla costa, una barca – amatissima – nessuna mancanza materiale. Ma era stata poi così infelice la sua infanzia, si chiede un giorno? Di cose senz’altro ne mancavano, tanto materiali quanto affettive. Di traumi anche loro, come tutti, hanno fatto conoscenza. La madre di Artie soffriva di disturbi mentali, la sorella Maria era morta ancora giovane dopo una vita a inseguire una dolcezza che le è sempre stata negata. E il padre? Un uomo buono, di cui Artie ricorda i gesti di gentilezza con cui sapeva consolare gli sconosciuti, la serietà nel lavoro. Ma anche le assenze quando la moglie era preda dei suoi violenti attacchi. La solitudine, una condizione che pare avergli tramandato. E, soprattutto, la domanda terribile che adesso che è troppo tardi si pone: «chi era stato suo padre?» (p. 117).
Strout scandaglia l’animo dei suoi personaggi, entra nelle profondità della quotidianità di uomini e donne come tanti, restituendo al lettore gli abissi dove cercare la vita. Non giudica, non offre risposte. Ci accompagna al cuore delle cose. E, non meno importante, ci ha ricordato il meraviglioso incanto della letteratura.
Debora Lambruschini

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