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"Mia signora di pietra e vento" di Katia Tenti: il volto di una donna oltre la calunnia della Storia

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Mia signora di pietra e vento
di Katia Tenti
Neri Pozza, settembre 2026

pp. 336
€ 19,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

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S’innalzano severe e seducenti le vette altoatesine in cui è incastonato Castel Tirolo, il cuore geografico e simbolico attorno al quale ruota questo romanzo. Non l’Alto Adige da cartolina turistica e folkloristica a cui siamo assuefatti, ma una montagna intimamente femminile, fatta di cura, di bestie, di aquile e di valichi. Una cima che da lontano seduce e da vicino non si lascia possedere, opponendosi per natura alle pretese di una pianura maschio, netta e noiosa. 

La montagna è femmina, madre e custode delle creature che la abitano, protettrice del tempo e delle cose che cambiano, diceva. La montagna respira, nutre, accoglie nel suo grembo solido, si fa scudo contro il vento e dimora eterna per chi cerca pace. La pianura è maschio: netta, decisa, quella è e quella rimane, senza sorprese. È solida e noiosa. La montagna, invece, è mille cose insieme. (p. 34)

Scegliere quanto si possa raccontare a una bambina di cinque anni su una contessa del Trecento a cui per settecento anni è rimasto addosso un insulto, e quanto invece vada  taciuto, è il dilemma che l’antropologa Arianna Miele affronta e su cui si regge l'intera narrazione di Mia signora di pietra e vento. Katia Tenti riprende la protagonista di E ti chiameranno strega e la pone di fronte a un’altra donna che la storiografia ha deformato. Margarete di Tirolo-Gorizia, unica erede di un casato nevralgico per gli equilibri d’Europa, passa ai posteri come Maultasch, "Boccalarga": un epiteto la cui seconda metà -tasch allude volgarmente ai genitali femminili. 

Maultasch, la chiamavano, che Anita ci aveva spiegato significare qualcosa tipo “Boccalarga”, con un doppio senso sessuale disgustoso, visto che Tasch significava anche vagina. Un mostro e al tempo stesso una sgualdrina: questi gli epiteti affibbiati a una donna che aveva osato contraddire ciò che altri si aspettavano da lei. Settecento anni dopo le sue imprese, di Margarete era rimasta una maschera di insulti: il suo vero volto era un mistero. (p. 46)

Il romanzo si dipana lungo due assi temporali. Nel primo, la piccola Margarete viene promessa dal padre indebitato a un rampollo di casa Lussemburgo, ceduta come pegno perché i boemi offrono quarantamila marchi per saldare i conti. Nel secondo, ci muoviamo in una Merano contemporanea dove Arianna vive senza marito con la figlia Barbara ed è a capo di una mostra su Margarete. La sua grande occasione gravita attorno a un editto del 1341 a tutela delle donne, documento che la rampante assessora alla Cultura, Costanza Keller, intende dare in pasto alla stampa prima delle elezioni di maggio, trasformandolo in un comodo santino femminista. 

Quella orchestrata da Tenti è una narrazione che si muove in perfetto equilibrio tra passato e presente, forte di una scrittura straordinariamente scorrevole e mimetica, capace di calarci con naturalezza nella psicologia delle sue protagoniste. Da un lato ci fa entrare nell'ansia quotidiana di Arianna, antropologa divisa tra le ciniche fiabe elettorali imposte dall'assessora e le fragilità di ex bambina rumena adottata. Dall'altro, con un ritmo più teso e nervoso, l'autrice ci trascina nei freddi corridoi di pietra del Trecento, dove la contessa Margarete affronta un crudo apprendistato di sopravvivenza scoprendo di essere stata letteralmente venduta dal padre per quarantamila marchi. L'espediente narrativo più coinvolgente del romanzo è che questa dura storia di prevaricazione femminile prende vita sotto forma di favola della buonanotte che Arianna racconta alla sua ‘streghetta’ Barbara (così come lei stessa la definisce e la chiave di lettura va cercata nel primo romanzo di Tenti!).

Margarete era diventata la nostra favola della buonanotte: un po’ perché era giusto che la mia streghetta la conoscesse, un po’ perché con il lavoro e tutto il resto non avevo il tempo per inventarmi altro. Di certo, non volevo raccontarle le solite storie di principesse in attesa del principe azzurro: mia figlia nella vita non avrebbe dovuto aspettare qualcuno che la salvasse. E poi nelle fiabe il protagonista era quasi sempre il principe. Io invece desideravo raccontarle storie in cui potesse immedesimarsi: altrimenti a cosa sarebbero servite? Non le avrei mentito raccontandole favolette felici che non l’avrebbero preparata al mondo infelice in cui a tutti toccava vivere. Ma Margarete di Tirolo-Gorizia era stata una donna incredibile. Perché aveva avuto il coraggio di scegliere per sé. Perché si era ribellata. Ed era stata punita. (p. 16)

L’abilità di scrittura dell’autrice si dipana giocando con intelligenza sulle omissioni e sul senso di responsabilità di una madre che cerca di edulcorare la brutalità del mondo. Con una profonda eleganza visiva e una notevole sensibilità narrativa, Tenti si affida al potere delle immagini, lasciando che il peso e le contraddizioni di queste vite così distanti sedimentino in chi legge in modo del tutto spontaneo e autentico. Il vero cuore pulsante del romanzo resta sempre Arianna. Una protagonista complessa e tormentata, che, pur essendo una studiosa, si ostina a non voler normalizzare agli occhi della figlia Barbara la brutalità delle spose bambine del Trecento. La piccola diventa una chiave di lettura formidabile, capace di smascherare con le sue domande spiazzanti le ipocrisie della società e la freddezza dei documenti ufficiali. Partendo dal celebre e grottesco dipinto di Quentin Massys alla National Gallery, l'autrice esplora il confine sottile tra volto reale e calunnia, ma si guarda bene dall'istruire un facile processo postumo. Senza mai cedere alla tentazione di trasformare l'opera in un manifesto ideologico, compie la magia letteraria di restituire a Margarete il suo carattere, ben prima di farne una causa da difendere.

Valentina Botrugno