in

I motivi che portano al disamore: il saggio accademico e pop di Federica Gregoratto

- -

Le ragioni del disamore
di Federica Gregoratto
Nottetempo, agosto 2026

pp. 168
€ 17 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

Vedi il libro su Amazon

Il bisogno di capire le mie vertigini e quello di separare l’amore dalla violenza sono due fuochi di questo libro. Ma ce n’è un altro: il fenomeno della fine dei legami sentimentali è diventato ora attuale come non lo era mai stato prima nella storia delle società occidentali. [...] Sembra che il vento della morale dominante sia cambiato: se prima ci si sentiva in colpa - e bisognava giustificarsi - per la decisione di rompere, ora è il contrario. Soprattutto tra le generazioni più giovani, Millennials e Gen Z, sembra essere diventato un imperativo darci un taglio netto ai primi segnali scoraggianti - le famigerate “red flags”. II “no contact” è considerato la ricetta magica per proteggersi da ogni infelicità o malessere (e, in caso di abusi, di fatto lo è). Secondo la sociologa Eva Illouz, la facilità con cui da qualche tempo riusciamo a chiudere storie d’amore, o stroncare sul nascere la possibilità di legami duraturi e impegnati, si spiega con il trionfo di un certo tipo di sistema economico-sociale, il neoliberismo, e dell’ideologia che gli sta alla base, centrata sulla libertà individuale e “negativa”. I bisogni, gli interessi o le idiosincrasie personalizzate e singolari devono stare al centro. (p. 17)

Bel saggio di Federica Gregoratto, filosofa e accademica, che si concentra su una questione apparentemente semplice: perché parliamo tanto dell'amore, del suo significato, del perché ci innamoriamo e come e di chi, ma all'opposto sembriamo meno interessati alla sua fine? Perché non indaghiamo con uguale spinta le ragioni del disamore?

Sui motivi dell'innamoramento sono state sprecate tonnellata di carta, dai filosofi greci fino alle femministe contemporanee, e se c'è anche una ricerca al suo estremo opposto - la fine dell'amore - l'autrice pare sottolineare che ci interroghiamo meno. Forse perché è un processo più doloroso, forse perché ci fa male fare i conti col fallimento, fatto sta che in questo saggio snello Gregoratto individua, a grandissime linee, quattro macroaree che possono rispondere alla domanda: il disamore può essere causato da un torto subito (una violenza, un tradimento, ad esempio); oppure dalla fine del desiderio; o ancora dal contesto storico e sociale, che favorisce alcuni e sfavorisce altri, soprattutto quelli che non si incasellano in una categoria ben definita; infine, l'amore può finire a causa delle nostre scelte, quelle che fanno capo a non continuare l'amore.

Tendenzialmente, quello che mi pare riscontrare nel campo pratico, quando parlo con amici e amiche o mi lancio in sondaggi sui miei canali social, è esattamente il contrario: le persone sembrano ossessionate dalla fine dell'amore. Perché non è andata bene? Cosa ho fatto di sbagliato? Posso recuperare? Il/la partner sta con qualcun altro? Perché non riesco a dimenticare?
Probabilmente l'innamoramento è così spontaneo, seppure miracoloso, che all'inizio delle sue fasi non ci facciamo tante domande - e sto parlando di persone comuni, non di filosofia o di disquisizioni accademiche e letterarie che sono il campo dell'autrice, ci tengo a specificarlo - mentre quando un amore finisce ci trasformiamo in detective, in esperti della materia.
La differenza qui sta nel capire le motivazioni dottrinali del disamore, e per questo l'autrice prende in considerazione teorie e narrazioni che vanno dalla filosofia classica alla psicanalisi, dal cinema alla musica, citando Freud tanto quanto i Joy Division, Eva Illouz tanto quanto Pretty Woman.

Questo approccio sia accademico che pop aiuta molto a capire le posizioni dell'autrice, che nemmeno risparmia l'autofiction: alcuni racconti sono autobiografici, una relazione con un uomo che è stata particolarmente importante e che fa da esempio e da colonna per reggere il discorso.

Di cosa è desiderio l’amore? Puntare semplicemente alla gioia sessuale non può centrare il bersaglio. Nel Romanticismo filosofico, il desiderio per il corpo dell’altro non è l’unica componente di un’esperienza amorosa, e non è fine a se stesso: è sempre e soprattutto desiderio di altro, e di un altrove. In generale, la convergenza tra una buona vita sessuale e una buona vita amorosa è una possibilità non naturale, non scontata, e nemmeno tanto comune. Romantici non si nasce, diciamo, ma si diventa. È una possibilità che deve essere coltivata e portata a fruizione con un certo impegno. Come argomenta la famosissima psicologa di coppia Esther Perel, si tratta di attivare la nostra “intelligenza erotica”, cercando di tenere insieme due tendenze quasi antitetiche: quella che chiede serenità, sicurezza, armonia, comprensione reciproca, e quella che cerca avventura, incertezza, rischio, mistero’. Sulla divaricazione tra amore e sesso - dove si presuppone che il primo sia il luogo del comfort e della pace e il secondo quello del pericolo eccitante - si sono arrovellati molti psicoterapeuti, in primis psicanalisti. Sigmund Freud crede che siano in realtà pochi gli uomini cui riesce di costruire una relazione stabile e duratura con la donna con cui a letto fanno fuoco e fiamme. Per la maggioranza varrebbe la teoria dei due amori,

“uno di cielo uno di terra”, “uno in pace uno in guerra”, come cantava Fabrizio De André - o, secondo la sua versione più volgarmente estremizzata, l’angelo e la puttana. Da una parte c’è una donna tenera e dolce, con molte virtù, sia estetiche che intellettuali, accudente, un po’ dominante, oggetto di rispetto e ammirazione, a volte percepita come infallibile, un’ispirazione e una guida - ma non come una partner sessuale pienamente soddisfacente e coinvolgente. (pp. 66-7)

Nella prima parte, l'amore che finisce a causa di un cattiva azione, l'autrice prende in considerazione chiaramente la violenza fisica e psicologica, ad esempio il gaslighting  (citando e analizzando il film Angoscia di Cukor), oppure esaminando il movimento #MeToo, e ancora i femminicidi. La seconda parte, quella che ho trovato più interessante, l'amore che finisce perché finisce il desiderio, esplora le origini dell'amore in senso romantico e il perché questo modello si sia imposto fino a oggi, influenzando il modo in cui percepiamo e viviamo le relazioni amorose. Ovviamente, impossibile non incappare nell'eterna dicotomia amore/sesso, che l'autrice analizza a fondo. La terza parte, quella in cui il disamore viene sviscerato dal punto di vista delle ingerenze della società, del modo in cui possiamo vivere le nostre storie d'amore cercando di ignorare i dettami di ciò che è valido, buono, accettabile, socialmente adatto. Interessante domanda: quanto il contesto sociale e politico in cui viviamo influenza il nostro modo di amare e soprattutto di smettere di amare?
La quarta e ultima parte, più fumosa e ampia, prende in considerazione la fine dell'amore come il risultato di scelte personali: 

Se ci siamo adagiati in routine e abitudini sempre uguali, se abbiamo creduto troppo e troppo ingenuamente alla bontà del legame, se siamo convinti che niente più possa sorprenderci, sta a noi riaprire i giochi e la danza. Avere il coraggio di ammettere desideri sopiti, anche se potrebbero farci male. Possiamo scegliere di scendere ancora in una cantina che non ci piace, o attraversare il cancello che delimita il giardino dal bosco, a nostro rischio e pericolo. Lasciare spazio all’angoscia, lanciarci, di nuovo, o per la prima volta, nel vuoto. Oppure, decidere che no, non fa per noi: una relazione sentimentale - fatta di famigliarità, convenienze pratiche, di vita quotidiana, economiche - può ben sopportare e conciliarsi con una certa dose di disamore. (p. 140)

Mi sembra che gli spunti che nascono dalla lettura del testo siano veramente interessanti: saggi di questo tipo, molto comuni nel catalogo Nottetempo, non cercano di fornire soluzioni, non sono dei manuali di auto-aiuto, ma senz'altro rappresentano un'occasione per rompere dei veli, per farci delle domande, magari anche mettere in discussione paradigmi che credevamo granitici.

Deborah D'Addetta