Ero sempre alla ricerca di corpi femminili bellissimi da prendere a modello. Bellissimi perché perfetti secondo le linee standard con cui veniva smerciata e apprezzata la bellezza del momento. […] ho fatto di tutto per avvicinarmi a quel prototipo. Ho ripudiato punto per punto tutto quello che era la mia genetica di donna mediterranea, castana, curvilinea. Ho stinto i capelli fino a bruciarli in paglia, ho usato lenti a contatto colorate finché non ho cominciato a soffrire di calazi. Mi sono inflitta ogni tipo di dieta restrittiva e digiuno per entrare nella famosa taglia 38. (pp. 33-34)
Nel romanzo autobiografico Storia della mia fame, Francesca Marzia Esposito mostra come l’ossessione cominci dallo sguardo: l’esame continuo del proprio corpo, il confronto con un modello idealizzato, la convinzione di non essere abbastanza. Quella agognata è una bellezza confezionata secondo standard mutevoli, ma interiorizzata al punto da diventare un giudice implacabile, capace di investire ogni aspetto dell’identità. Per avvicinarsi a quel prototipo di perfezione bisogna allora intervenire sul proprio corpo, correggerlo, disciplinarlo, fino quasi a dichiarargli guerra.
Con i suoi 64 chili, la diciassettenne Francesca Marzia si sente troppo grossa, eppure è una ragazza piacente e sana che, fino a qualche estate prima, viveva serenamente nel proprio corpo e godeva dei manicaretti della madre, donna del Sud. A un certo punto però in lei qualcosa si incrina e comincia ad ammirare nelle altre ragazze proprio quelle caratteristiche fisiche che ritiene di non possedere. Ci sono le compagne di ballo, magre e toniche, e c’è Ludovica, che «ultimamente si è asciugata ancora» (p. 58) e le cui gambe sono «ben svuotate dal grasso» (ibidem). Guarda con invidia la sua amica che ha potuto permettersi un costosissimo intervento di liposuzione alle gambe e adesso ha due «nuove gemelline sottili» che «non fanno altro che rimarcare la presenza dei miei due coscioni da portoricana del West» (pp. 42-43). Il corpo delle altre diventa così il termine di paragone attraverso cui la ragazza impara a guardare il proprio con crescente ostilità.
Nelle prime settimane dopo aver deciso di mettersi a dieta, Francesca tenta di sostituire i pasti con insalatone e di contenere il desiderio di mangiare, ma la fame continua a farsi sentire, mandando in crisi i suoi propositi di controllo. In queste pagine ho trovato la scrittura di Esposito quasi carnale. Il rumore delle patatine sotto i denti, la consistenza del gelato, il suo sciogliersi in bocca restituiscono al corpo la sua voce primordiale, ogni giudizio su di sé è messo a tacere e mangiare torna a essere un’esperienza capace di suscitare emozioni, di commuovere, persino di dare sollievo. La fisicità della sua scrittura è quasi brutale: sa rendere il piacere quasi tangibile e corporeo:
[…] infilo la mano nel sacchetto. Prendo una due tre dieci patatine senza fermarmi e me le porto in bocca. Mi si svuota la testa. Le chips si frantumano e si sciolgono sulla lingua come polverina chimica salata appetitosa. Io non sono niente, sono solo bocca, e sto da dio. (p. 25)
La penna di Esposito è impietosa, scava a mani nude senza pietà nelle contraddizioni della protagonista, ne espone le ossessioni, le debolezze, gli espedienti della mente e le forme più umilianti del rapporto con il proprio corpo. In Storia della mia fame non cerca attenuanti né scorciatoie consolatorie, anzi la sua scrittura affonda nelle pieghe più scomode dell’esperienza, là dove il piacere si mescola alla colpa e il desiderio di controllo finisce per diventare una prigione.
Mi chiamo Francesca Marzia e da più di vent’anni soffro di un disturbo del comportamento alimentare. […] Mi chiamo Francesca Marzia e vorrei davvero sapere a che numero dovrei corrispondere per farmi volere bene, perché si accorgano che io esisto (pp. 13-14).
Marianna Inserra

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