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Un romanzo sulla scelta, che esplora i legami familiari attraverso una narrazione che tende al surreale: invito alla lettura di “La rivolta delle capre” di Laura Chivite.

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La rivolta delle capre
di Laura Chivite
La Nuova Frontiera, agosto 2026

Traduzione di Elisa Tramontin

pp. 190
€ 17,59 (cartaceo) 
€ 10.99 (ebook)

 

Colpisce, stupisce e a tratti disorienta, con una penna vivace che tende al surreale, la giovane autrice spagnola già segnalatasi, in passato, per la sua raccolta di racconti Gente que ríe (2022) grazie a risultati significativi come il “Premio Ojo Crítico de Narrativa” e il “Premio Talento Artistico di Navarra”. A pochi anni dal suo esordio letterario Laura Chivite ritorna, infatti, a catturare l’attenzione del pubblico internazionale con il suo primo romanzo, La rivolta delle capre (titolo originale El ataque de las capras, 2025), diffuso in Italia per le stampe de La Nuova Frontiera, con traduzione dallo spagnolo a cura di Elisa Tramontin.


Con il suo stile narrativo per nulla convenzionale, l’autrice dà vita a un romanzo psicologico e di formazione, ambientato fra Pamplona, Madrid e Granada, che si incentra sull’analisi dei rapporti familiari e delle conseguenti eredità emotive, osservati con uno sguardo ironico e disilluso principalmente attraverso le vicende di tre protagoniste femminili: una zia, una nipote e… una capra.

Ma cosa avrà in comune la voce narrante della storia – “la nipote” – con  una capra – per lo più, “insolente” come Juana? E l’eccentrica zia Lidia con sua nipote? Quale filo conduttore lega il loro vissuto?


Anticonformiste, indipendenti e ribelli, alle tre protagoniste tocca – in un certo senso – recitare la parte delle pecore nere della famiglia, che non temono di mettere in discussione, e persino di capovolgere, quelle regole con le quali, intorno a loro, è stato costruito un equilibrio familiare precario e artificioso.

Sono le figure “strane”, che non si accontentano del quieto vivere  e di verità preconfezionate, ma si pongono continuamente domande e si lanciano “nella mischia” per cercare di comprendere il mondo e, soprattutto, per riuscire a comprendere se stesse. Alle radici della loro stranezza vi è, dunque,  un profondo e irrinunciabile desiderio di auto-determinazione che rappresenterà il principale strumento di evoluzione delle  nostre protagoniste.


L’autrice sa bene che, per trovare il coraggio di conoscere se stessi, per intraprendere qualsiasi percorso di crescita personale, è necessario, prima di tutto, conoscere le proprie radici familiari, anche nel caso in cui questo dovesse significare fare – o rifare – esperienza del dolore; proprio per questo, una pagina dopo l’altra, il gomitolo dei ricordi viene sapientemente srotolato dalla sua penna ora stringendo, ora allentando la presa, consentendo al lettore una conoscenza graduale delle tre storie personali delle protagoniste.

Ma per riuscire ad auto-determinarsi  – come comprenderanno, attraverso le loro esperienze, la zia, la nipote e Juana – è fondamentale anche imparare  a riavvolgere quel gomitolo  che ha segnato il loro percorso, accettando, anche  con ironia, la persistenza di qualche “groviglio”.

«E suppongo abbia ragione. I conflitti familiari sono come una vacanza nello Yucatan. Ed è stato durante quella lezione di ceramica di qualche mese fa che mi sono resa conto che per tutta la vita mi sono sentita speciale per il fatto che la mia famiglia materna aveva un passato così particolare, dei battibecchi così divertenti. E ho capito anche che il modo spassoso in cui ho imparato a raccontare le loro baruffe mi è servito per ravvivare una conversazione morta, sedurre qualcuno o trovare un lavoro». (p. 29)

Il rapporto zia-nipote è speciale:  il loro legame era nato nel corso del tempo, dopo il divorzio di Lidia dalla compagna Jara, grazie alla proposta di una gita in montagna insieme: «Quando zia Lidia divorziò, diventammo amiche. Fino ad allora, il mio rapporto con lei era stato caratterizzato dall’affetto distante e dalla finta naturalezza che aleggia sempre tra i componenti delle famiglie numerose. A Natale o a qualche compleanno, veniva da me e mi chiedeva cose con una scioltezza che mi risultava sempre strana, come uno sconosciuto che ti parla sull’autobus» (p. 19).

Sin da subito, si evidenzia la radice comune che ha favorito quest’incontro, la loro “diversità” rispetto agli altri membri della famiglia: «pure io, tra i miei cugini, ero quella strana, perciò pensai che avesse visto qualcosa in me, una sorta di riflesso giovane, e per questo avesse deciso di avvicinarmisi» (p. 19).

Lidia è un personaggio stravagante, in un certo senso tragicomico, ma  è una donna che per tutta la vita ha cercato la propria realizzazione ed autodeterminazione; è proprio quello a cui sta fortemente aspirando anche la nipote, nel bel mezzo del suo percorso di crescita, che individua così nella zia un modello di riferimento. 

«Zia Lidia, dal canto suo, non andò all’università. A diciassette anni cominciò a lavorare in un bar mentre ragionava sul da farsi. Voleva scalare montagne, aprire un videonoleggio, gingillarsi con gli stati alterati di coscienza, imparare il sanscrito, ballare il tango, spremere la vita come un limone». (p. 34)

Ma zia Lidia con la sua stravaganza, la sregolatezza e le non poche fragilità  è un modello che genera, allo stesso tempo, attrazione e repulsione, sicurezza e paura, illusione e disincanto. A renderla ancor più inquietante è quel superpotere che lei stessa definisce telecinesi malinconica, ovvero la capacità di spostare gli oggetti con la mente nei momenti di estrema sofferenza: 

«Allora, il fatto è che quando sono triste, non solo un po’ malinconica, ma proprio triste infognata, triste melma, so muovere le cose.»

«Muovere le cose?»

«Con la mente. Muovo le cose con la mente.»

«Eh?»

«Nei momenti di profonda tristezza soffro di quella che

io definisco telecinesi malinconica.»  (p. 54)

Il legame zia-nipote si dipana, dunque, attraverso un’altalena emotiva che finisce per assumere sempre più le caratteristiche di una relazione disfunzionale: «Se condenso ora tutti i momenti in cui zia Lidia è stata una stronza, mi sembra incredibile che abbiamo continuato a vivere insieme i mesi successivi. Ma se penso all’ammirazione che ancora nutrivo per lei e alla paura che scomparisse dalla mia vita così come era sparita dalla vita di mia madre, la mia tenacia non mi sorprende» (pp. 116-117)

 

Ma si rivela, comunque, imprescindibile per attuare quell’esplorazione dei legami, e del passato, che consentirà, in qualche modo, di dare un ordine ai “tasselli” della vita e di far acquisire alla nipote il vero valore della scelta. E di accettare, con ironia e disincanto, l’eredità di  una famiglia e  di una vita imperfette, sempre sospese fra realtà, grottesco e surreale.

 

Per favorire un’impostazione narrativa già di per sé tendente al fantastico, l’immaginazione di Laura Chivite ricorre, infine, alla figura della capra Juana, che con le sue paure e emozioni diventa “specchio” dell’essere umano:  con Juana, isolamento, timore delle calunnie e paura dell’abbandono vengono proiettati nel mondo animale, attraverso il racconto delle giornate di una capra che si isola dal resto del mondo, rifiutando di frequentare la scuola e trascorrendo il tempo chiusa in una stanza a guardare film.

Protagonista del lusus narrativo ideato da zia Lidia per mettere alla prova la giovane nipote e allenarla alle scelte della vita, Juana è una capra grigia e insolente che vive in un quartiere della zona est di Londra ed è appassionata di cinema: «Un giorno, per caso, scopri il cinema. Non che non sapessi della sua esistenza, ne avevi una vaga idea, ma non ci avevi mai prestato troppa attenzione. Né i tuoi genitori, né nessuna delle capre che conosci ne parlano mai. […]. Quello stesso giorno, ossessionata e in trance, guardi Aurora di Murnau, La storia fantastica, Breve incontro, La sera della prima, Red e Toby nemiciamici, Vai fuori  di testa» (pp. 60-61) 

Proprio come la zia e la nipote, Juana ha un passato familiare poco chiaro alle spalle e rapporti travagliati con le figure genitoriali; ma grazie alla sua passione per il cinema tenterà di uscire da quella zona di “comfort-discomfort” creata per proteggersi dalla paura della non accettazione e dell’abbandono. A capovolgere la situazione sarà la  coraggiosa scelta di iscriversi alla GSCA - Goat School of Cinematic Arts -  per inseguire il suo sogno; una scelta che farà diventare Juana il simbolo di una vera e propria rivolta e la sua storia metafora del cambiamento e dell’emancipazione.

«Quel professore che ti aveva risposto che le capre non girano film è costretto a fare marcia indietro con la coda tra le gambe. C’è una svolta nel modo in cui tutti i membri della scuola concepiscono il cinema e anche sé stessi. Il piano di studi cambia radicalmente nel giro di qualche settimana. Madre assassina, madre pittrice comincia a farsi conoscere nel mondo intero e la tua foto appare sui media di tutto il regno animale.» (p. 130)

Le sue avventure, che sono frutto della fantasia di zia Lidia, rappresenteranno l’allegoria del percorso di crescita che sta affrontando la nipote – una sorta di rito di maturazione parallelo -  e, nel contempo, uno strumento per educarla alla scelta, attraverso il gioco dei “tre finali” possibili d fronte a cui la nipote viene messa di volta in volta dalla zia. 

«E non ricordo quale finale scelsi per Juana. Forse nessuno: nella mia testa, scegliere una delle tre opzioni significava mettere anche una specie di finale far me e Zia Lidia. Perciò, preferii, proprio come preferisco ora, darle quelle tre vite possibili. E che in quel trivio abbia la possibilità di viverle tutte e tre contemporaneamente. E che, in ogni caso, sia lei, con tutta la sua genialità e insolenza, a scegliere.» (p. 135)

 

Federica Malara