Max, Mischa e l'Offensiva del Tet
di Johan Harstad
Sellerio, luglio 2026
di Johan Harstad
Sellerio, luglio 2026
Traduzione di Maria Valeria D'Avino e Sara Culeddu
pp. 1256
€ 28,00 (cartaceo)
€ 19,99 (ebook)
Avete presente quelle scene un po’ sceme dei film western in cui la bibbia sul cuore di qualche lucky cowboy folle in cristo gli salva la vita?
Se voi sul cuore portaste invece Max, Mischa e l’Offensiva del Tet e vi sparassero con una Glock 44 o una Beretta (calibro .22 LR) da una distanza di circa venti metri, il proiettile non vi ferirebbe e anche voi ne uscireste interi grazie all’enorme spessore (7,2 cm) di questo romanzo. Non solo, perché la cartuccia perderebbe la sua intera forza cinetica più o meno qui:
A parte questo, il viaggio per Long Island fu piacevole, e quando girai in Stewart Avenue per la prima volta dopo più di dodici anni, passando davanti ai campi da golf del Garden City Country Club, avrei giurato di sentire l’odore del vecchio me stesso. Un odore di primavera tardiva, erba appena tagliata e primi barbecue nel giardino sul retro, odore di aspettative e dei mesi prima dell’estate a Fire Island, di un tempo in cui mi ero svegliato ansioso ed ero andato a letto innamorato. Quando parcheggiai accanto al marciapiede e percorsi i pochi metri per la vecchia casa di Mordecai sulla 10th, fu quasi troppo. Mi dovetti dare una controllatina per essere sicuro di non aver addosso gli stessi vestiti del tempo in cui venivo qui più volte alla settimana. (p. 874)
Quindi bene, né il Cattivo né il Brutto l’hanno avuta vinta. Nella realtà che ci tocca vivere, più che spesso non si portano grandi romanzi in magiche tasche all’altezza del cuore e potrebbe avverarsi, in caso di scontro a fuoco, un secondo schema filmico molto fortunato se il proiettile effettivamente maciullasse il nostro cuore: la vita intera che ci scorre davanti in un attimo dilatato quasi all’infinito dalla memoria.
Il gargantuesco romanzo Max, Mischa e l’Offensiva del Tet, la cui dimensione dovrebbe appunto salvarci la vita, è un libro che parla proprio di qualcosa di simile a quell’ultimo attimo d'esistenza, è un libro sul tempo perduto, è un libro sulla memoria.
Correlativo oggettivo del carattere temporale del romanzo è il gigantesco Apthorp, un palazzo meraviglioso costruito nei primi del Novecento a New York, che conserva al suo interno appartamenti fantasmagorici e leggendari da più di trecento metri quadri, luoghi quasi onirici nella devastata situazione abitativa della metropoli. Rispetto agli anni in cui ci si trasferisce Owen, quando il complesso di appartamenti ha raggiunto l’apice della sua magnificenza, il luccichio del gigante sulla 78th è ormai coperto da una leggera patina grigia parassitaria sulle mura esterne. Questo marciume fuligginoso penetra pian piano nello stabile e dalle fondamenta, dalla cantina marcia e piena di topi, sale a infestare gli inquilini. Nella terza sezione del libro l’appartamento ormai è solo decadenza, non si intravede più il suo splendore e chi ancora ci abita è obbligato ad andarsene. Allo stesso modo, nessun giovane sospetta di coltivare in se stesso l’incontinenza e la ruga; allo stesso modo nessun innamoramento crede possibile il divorzio e il tradimento.
La storia di Max diventa il parallelo organico di questa inevitabilità. Non esisterebbero però figli di genitori se ognuno di noi non credesse vera la sua eternità almeno per un giorno. Così il romanzo che leggiamo viene scritto, anche metanarrativamente, per illudere chi lo scrive di poter ricreare quel cliché filmico dell’attimo eternizzato; il libro diventa la materia collosa della memoria che si oppone alla dispersione di ciò che amiamo nell’Abisso.
Questa è la battaglia persa che l’autore combatte, ovvero l’opposizione al Nulla, che, seppur non serva a niente, permette a chi rimane di ricordare. Il libro diventa il saluto, e l'unica consolazione per coloro che si oppongono all’oblio, a chi, in quel sogno allucinatorio finale, parte su una barca con la forma dell’isola di Manhattan verso l’Ignoto, accompagnato musicalmente da The End dei The Doors.
A sigillare come estremamente positivo il mio giudizio su quest’opera e a giustificare la sua lunghezza è la capacità di Harstad di costruire un mondo letterario credibile anche nei suoi picchi d’emotività, scleroticamente dettagliato e ritmicamente consapevole. Se il tono e l’intensità della scrittura fossero rimasti altissimi e senza variazioni per quasi 1300 pagine, la qualità finale dell’opera sarebbe stata rovinata in modo irrimediabile; invece l’autore dosa gli episodi e li sceglie così da darci gli strumenti per avvicinarci fino all’intimità coi personaggi senza consumare la nostra attenzione. La conseguenza è un libro che sembra più leggero, solo per quanto riguarda la mole, di tanti libretti di 400 pagine.
Un esempio concreto sia della resistenza tematica alla corruzione temporale sia della precisione artistica di Harstad sono momenti cristallizzati nella loro autenticità come questo:
SI ERANO FATTE le undici e mezza quando lasciai la bici al negozio di Fair Harbor e corsi verso casa. Papà era in soggiorno con una pila di riviste e l’aria furibonda.«DOVE!SEI!STATO!», urlò vedendomi incontro di gran carriera con occhi spiritati e iniettati di sangue. «È l’ultima volta, hai capito? Non si ripeterà mai più! Ti ho chiesto dove sei stato!».Allora mi accorsi che aveva davvero paura.«Sono stato a letto con una ragazza», risposi in tutta onestà.«Ma come…». Ci rimase di stucco, le braccia gli si rilassarono lungo il corpo, sollevato, confuso. «Ma… ma…», balbettò ancora, incapace di processare l’informazione.«Non potevate farlo un po’ più presto?». (p. 425)
Chi scrive però non è della stessa squadra di Céline, Houellebecq, Cioran, Bernhard e come loro anche altri, e non ci liquida nel finale con una sonora pedata sul sedere dopo un migliaio abbondante di pagine fiduciosamente lette.
Harstad per resistere alla bufera del tempo che scorre fa capire al lettore che il consiglio è di stringerci («BRACE BRACE HEADS DOWN STAY DOWN» citando il titolo di capitolo a pagina 135) in un caldo abbraccio, forse disperato e spaventato ed egoista, ma unica risorsa contro la dispersione.
Paolo Sciortino
Social Network