"Gli anni in bianco e nero": Francesca Giannone e le rivoluzioni che non passano dalle piazze


Il 10 agosto, a Lizzanello (LE), hanno svelato una targa. Il progetto “Lizzanello: città della Portalettere” rende omaggio a una figura simbolo dell’emancipazione femminile: stiamo parlando di Anna Allavena, prima portalettere del Sud Italia, e la promessa di non dimenticarla Francesca Giannone l'aveva scritta anni fa, tra le pagine del suo esordio. 

Ricordando questa promessa mantenuta, pervasa da un’atmosfera di riscatto e orgoglio, Francesca Giannone apre venerdì 7 agosto l'incontro all'Agorà della Libreria Idrusa ad Alessano (LE), dove presenta il suo nuovo romanzo, intitolato Gli anni in bianco e nero e pubblicato da Editrice Nord, atteso dopo il fenomeno editoriale di La portalettere che, ricordiamo, è stato tradotto in 44 paesi ed è stato capace di conquistare, in pochi anni, migliaia di lettrici e lettori. A dialogare con l'autrice sono Michela Santoro, libraia e promotrice della lettura, nonché organizzatrice del Festival Armonia e fondatrice della Libreria Idrusa, e Anna Toma, presidente della Commissione pari opportunità della provincia di Lecce.

Proprio Santoro accende la curiosità: se Anna, la portalettere, aveva scelto la propria emancipazione già negli anni Cinquanta, le quattro sorelle Elia si muovono invece dentro un decennio, gli anni Sessanta, in cui la società imbrigliava le donne e si riconoscevano sacche fortissime di arretratezza. 

Attraverso la bibliografia di Giannone, da La Portalettere e Domani, domani, assistiamo a un excursus temporale novecentesco che culmina cronologicamente negli anni Sessanta: periodo animato e acceso della storia italiana, colmo di rivoluzioni toste e profondi rinnovamenti. Giannone accoglie la riflessione ed evidenzia come tutti i suoi romanzi si diano la staffetta, passando da un decennio all’altro del Novecento con un ritmo crescente, ma al centro rimane manifesto l’intento di focalizzare l’attenzione sull’emancipazione femminile. Nella memoria collettiva, gli anni Sessanta luccicano di colori e rivoluzioni, nelle università scoppiavano le rivolte del '68 ed erano anni tumultuosi, ma per le donne italiane restavano, invece, anni in bianco e nero: reato di adulterio, delitto d'onore, matrimonio riparatore, divieto d'aborto, un impianto di leggi che imbrigliava la vita femminile. “Alla luce di tutto questo, vi sembrano ancora anni coloratissimi? Cosa significava essere una donna, una ragazza che viveva in quell’apparato di leggi?”, domanda l’autrice, non aspettandosi l’ovvia risposta. 


Gli anni in bianco e nero
si apre nel Salento, nella sartoria di famiglia dove il tempo è scandito dal lavoro dell'ago e del filo, e racconta di quattro sorelle sotto il pugno di un padre-padrone, Pantaleo Elia, uomo autoritario che Giannone descrive senza mezzi termini come la metafora vivente di una società patriarcale che non ha mai davvero ascoltato le proprie figlie. 

Si lamentava perché sapeva fin troppo bene che mio padre, il Pantaleo, aveva intimato a me e alle mie sorelle di stare alla larga dal cinematografo. Anzi guai amari se qualcuno gli andava a riferire di averci visto al Cinema Apollo, ripeteva puntandoci il dito contro. Sosteneva che non era roba per signorine, che i film non erano più quelli di un tempo e che certe pellicole, specialmente quelle che arrivavano dall’America, ficcavano «strane smanie nella capa delle femmine». E per la smania, se poi tocca il cuore e ci si incista, non esisteva antidoto. (p. 13)

Nonostante il clima di oppressione domestica e le limitazioni imposte, le quattro protagoniste nutrono desideri di riscatto: Giovanna insegue la musica e indossa per prima, a Lecce, la minigonna. È romantica a modo suo, ma ribelle e sovversiva. Ada, apparentemente la più timida e riservata tra le quattro, trova la libertà, si rifugia nei romanzi — Jane Austen, Natalia Ginzburg, le sorelle Brontë — e custodisce un segreto che nemmeno le sorelle possono conoscere; sarà una figura cruciale ai fini del racconto. Maria crede che il matrimonio le regalerà l'indipendenza cercata, ma è decisa a non accontentarsi del destino già scritto per lei e Mimì, la più giovane e voce narrante, sogna il cinema attraverso la finestrella del cinema Apollo e lo rivela fin dall'inizio del racconto: «Io, da grande, farò il cinema!» (p. 36) Volge lo sguardo sognante verso il suo futuro in un'epoca in cui una sola donna era riuscita a farsi largo dietro la macchina da presa: Lina Wertmüller, sempre e comunque al fianco di Federico Fellini. 

Gli anni in bianco e nero
di Francesca Giannone
Nord, 2026

pp. 416
€ 20 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

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È il primo libro che Giannone scrive interamente in prima persona, con lo sguardo di Mimì che riprende tutto con la sua Super 8. Catturare ricordi di vita quotidiana diventa la lotta di Mimì, la cinepresa è il suo ’68 e la scelta dell’autrice è ben ponderata. Infatti, non tutte le rivoluzioni passano dalle piazze e devono partire da dentro, essere scelte quotidiane. Un'osservazione che Anna Toma rilancia subito: sono forse proprio le rivoluzioni silenziose, quelle senza slogan, a durare più a lungo delle grandi conquiste di piazza. Dietro le quattro sorelle si muove una quinta figura, meno appariscente ma decisiva: la madre, mescia Lina, che non si oppone mai apertamente al marito ma lavora nell'ombra, tra bugie e piccoli sotterfugi, affinché le figlie possano avere un futuro diverso dal suo. Giannone la definisce un anello fondamentale del processo di emancipazione, una donna che racchiude tutte le donne, zie, amiche, vicine che ha conosciuto e riconosciuto in lei, una donna che ha condotto la propria rivoluzione con gli unici strumenti che aveva a disposizione proprio come, ricorda Michela Santoro, hanno fatto per decenni intere generazioni di donne costrette a mediare tra desiderio e sopravvivenza sociale. 

Mentre inzuppavo un biscotto nel latte caldo, riflettei sul fatto che, da sempre, fossero i padri a portare le spose all’altare, affidandole nelle mani di un altro uomo. E il ruolo delle madri, nella cerimonia? mi chiesi. Perché venivano sistematicamente escluse, lasciate sullo sfondo a sorreggere lo strascico del vestito o a commuoversi dal primo banco? Non lo trovavo giusto. (p. 94)

Il romanzo sembra apparentemente parlare del passato, tempi remoti ormai andati, ma dobbiamo, con la giusta riluttanza, riconoscere che riflette il presente più di quanto si voglia ammettere. La violenza di genere, il femminicidio, la fatica di un paese che non chiama le cose con il loro nome sono temi centrali e attuali. Giannone racconta di aver voluto scrivere questo libro anche per non perdere memoria delle battaglie già vinte in un momento storico in cui tornano a essere messe in discussione. L’autrice ricorda che alcune delle leggi che definiremmo, oggi, insensate e crudeli, come quelle che regolavano il matrimonio riparatore e il delitto d'onore, sono state abolite solo nel 1981, non un'epoca così remota. E ricorda anche, con un aneddoto personale, quanto fosse recente il diritto di voto delle donne: da ragazza, durante la preparazione dell'esame di maturità, non voleva andare a votare, finché la madre e la  nonna non le spiegarono che quel diritto non era affatto scontato. Da allora non ha perso nemmeno un solo appuntamento elettorale. 

Le ragazze di oggi non conoscono tutte le lotte e le fatiche che sono state sopportate per raggiungere la sfilza di diritti di cui godiamo oggi: ricorda con affetto un dialogo nato con un libraio, Fabrizio da Senigallia, che le ha fatto notare come tutte le rivoluzioni abbiano tradito il proprio ideale tranne quella femminista che è sempre rimasta coerente e la scrittrice ha voluto partorire questo romanzo proprio per far sì che queste lotte non vengano perse di vista oggi e nelle generazioni di domani e che possa mettere in guarda chiunque abbia il coraggio di mettere in discussione le leggi che sono state faticosamente conquistate, come, ad esempio, il diritto all’aborto. Erano anni in cui non c'era attenzione all'inclusività del linguaggio. Anche tanti uomini leggono appassionatamente il suo romanzo e le confidano che molti di loro si sono rispecchiati in alcuni personaggi, acquisendo consapevolezza, non volendo vivere in quel modo in questo tempo recente. 


Non a caso, Gli anni in bianco e nero esce proprio negli ottant'anni dall'Assemblea Costituente: nel 1946 le donne italiane votarono per la prima volta a suffragio universale, e tra i 556 deputati eletti ci furono ventuno Madri Costituenti che scrissero, tra le altre cose, l'uguaglianza e la tutela del lavoro nella Carta fondamentale. E, a proposito di dettagli, Giannone continua a raccontare del suo ultimo capolavoro con un sorriso che sembra uscito da uno dei suoi stessi romanzi. All’interno del racconto possiamo scorgere tre cameo: sarà divertente, per il lettore, scorgerne due, ma un terzo, in particolare, accade consapevolmente e anche un po’ per caso. Giovanna, una delle sorelle, si trasferisce a Lecce in via Santa Maria del Paradiso 12, che è un piccolo omaggio intenzionale a Daniele e Lorenza de La portalettere. È curioso considerare anche che, in quella stessa via, sorge oggi il “Centro antiviolenza Renata Fonte”. Una coincidenza che non è stata cercata, ammette l'autrice, ma che le fa comunque piacere: un cortocircuito tra finzione e realtà. 

Disse che al cinema erano i dettagli a fare la differenza, a dare senso al tutto. E ciò valeva anche per la vita. «La penso come te!» esclamai. «Lo dico sempre, a Vincenzo, un mio amico. Lui sostiene che, quando giro i miei filmini, mi soffermo fin troppo sui dettagli, trascurando la visione d’insieme.» (p. 238)

Alla domanda sui riferimenti avanzata da Michela Santoro, curiosa di quali siano stati gli spunti letterari da cui ha tratto ispirazione la scrittrice nella sua carriera, Giannone risponde con una confessione che rimbomba come un atto accusatorio verso la formazione scolastica. La scuola italiana propone all’interno dei suoi programmi quasi soltanto autori uomini, oscurando le scrittrici. Da lì, nasce lo studio da autodidatta di Grazia Deledda, Elsa Morante, delle sorelle Brontë, Natalia Ginzburg e la convinzione che l'assenza delle donne dai libri di storia e letteratura sia un danno collettivo, per le lettrici quanto per i lettori, perché priva tutti di metà dello sguardo possibile sulla scrittura e sulla letteratura. 

Molto del fascino del romanzo, procede Santoro, sta nel modo in cui i grandi rivolgimenti sociali dialogano con la cultura popolare dell'epoca e l’autrice ci lascia notare come anche questi elementi siano lo specchio del clima sessantottesco: “un bacio piccolissimo” o “quando, quando, quando” lasciano via libera al linguaggio più libero della musica dei Beatles; il cinema che da "La dolce vita" di Fellini arriva fino a "I pugni in tasca" di Bellocchio; la moda che accorcia le gonne e le porta, come Giovanna, fuori dalle regole di casa. Sono, dice Giannone, arti che in quegli anni si muovono tutte allo stesso ritmo dei tumulti sociali ed è a quel ritmo che ha provato ad accordare anche la propria scrittura

Sul metodo compositivo, interrogata sulla gestione della densità dei temi e sul numero dei personaggi, Giannone ammette di non avere una vera risposta: “Una domanda difficilissima, non saprei come rispondere. È la mia voce. Mi viene naturale”. Considera Gli anni in bianco e nero il suo romanzo più maturo non solo perché arriva dopo un percorso professionale più lungo, ma perché racconta cinque anni di vita che l'hanno cambiata.

E allora penso che ciascuna è fatta di tutte le donne che l’hanno preceduta, e al contempo sarà parte di quelle che le succederanno. (p. 412)

La serata si chiude con una domanda che Giannone lascia volutamente aperta a chi chiuderà il libro: a che punto siamo oggi, rispetto a quegli anni in bianco e nero?

Valentina Botrugno