Il viaggio della memoria sulle strade d'Irlanda nel “Il canto dell’anguilla” di Massimo Bubola

 


Il canto dell’anguilla 
di Massimo Bubola
Neri Pozza, luglio 2026

pp. 144
€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Massimo Bubola, artista e scrittore, torna in libreria con Il canto dell’anguilla in un’estate del 1983, quando insieme all’amico Giovanni parte in macchina alla scoperta dell’Irlanda. Definirlo semplicemente un diario di viaggio sarebbe però riduttivo, perché pagina dopo pagina ci si accorge che il vero centro del libro non sono tanto le tappe percorse, quanto tutto quello che accade lungo la strada: gli incontri, i pub, le persone conosciute quasi per caso, la musica, i paesaggi e soprattutto quella particolare “verde” atmosfera irlandese che sembra accompagnare tutto il racconto.

La strada verso ovest costeggiava un continuo saliscendi di fiordi, ponti e nuvole. Stavo guidando attraverso la contea di Waterford in viaggio verso Cork, the Rebel City, per via della sua forte tradizione indipendentista. Lungo il tragitto ascoltavamo la radio in gallico irlandese. La musica, le chiacchiere e le risate dei deejay erano rigogliose e taumaturgiche e facevano vibrare le vecchie casse della Volvo. (p. 24)

L’Irlanda che emerge dai ricordi dell’autore racconta di un Paese in una fase ancora di sviluppo, dove muoversi significa anche affidarsi all’imprevisto. Non ci sono cellulari, prenotazioni fatte in pochi secondi o itinerari già predefiniti, ci si perde, si cambia programma, si incontra qualcuno e magari quell’incontro finisce per modificare completamente il piano della giornata. Ed è proprio questo uno degli aspetti più suggestivi del libro, c’è una grande spontaneità nel modo di entrare in contatto con gli altri. Bubola parla di persone capaci di aprire la loro porta di casa, ma anche una parte della loro vita a due sconosciuti arrivati dall’Italia. Tra episodi divertenti e altri al limite del surreale, si colgono dalle parole dello scrittore sensazioni di profonda umanità, fatta di ospitalità autentica e sincera.     

Quando Sean e tutti gli altri uscirono, compreso il proprietario del pub, noi restammo lì dentro da soli col bicchiere in mano come due mona. Dopo trenta secondi rientrò Sean, sorpreso di vederci ancora lì, e ci fece segno con la mano di seguirlo in fretta. Così ci ritrovammo ultimi a camminare in fil indiana lungo la malconcia strada, in un’allegra processione verso la pieve e il battesimo di Kian. (p. 91) 

La musica è ovunque e pervade ogni pagina, a volte sembra quasi che Bubola osservi ciò che lo circonda già con l’orecchio del cantautore. Un cielo che cambia improvvisamente, una conversazione ascoltata o anche un tragitto picaresco diventano immagini da conservare per metterle poi in nota, proprio come con il testo Il cielo d’Irlanda, famosa ballata interpretata da Fiorella Mannoia. Un inno di libertà, di vitalità e di gioia da cantare a sguercia gola: "Il cielo d'Irlanda è un oceano di nuvole e luce. Il cielo d'Irlanda è un tappeto che corre veloce. Il cielo d'Irlanda ha i tuoi occhi se guardi lassù. Ti annega di verde e ti copre di blu. Ti copre di verde e ti annega di blu". 

Lo stile di Bubola è molto evocativo e in alcuni punti decisamente poetico. Si sente che dietro lo scrittore c’è anche la sensibilità del paroliere di canzoni. Le rappresentazioni, i colori e le atmosfere acquistano spesso più importanza delle azioni stesse. Il racconto diviso per capitoli tende a lasciarsi trasportare dal flusso dei ricordi e dalle riflessioni, mentre il ritmo della narrazione si fa talvolta più lento, seguendo le naturali pieghe e deviazioni del percorso dei due viaggiatori. La figura dell’inseparabile amico Giovanni incarna il perfetto complice di avventure, curioso e pronto a tutto il non programmato che può richiedere un viaggio.  

Giovanni era di buon umore e sereno nonostante il poco sonno e la ciclopica sbronza della sera prima. Sebbene la macchina fosse presa a schiaffi dal vento, guidava rilassato, con un leggero sorriso trasognato. Io ero insonnolito e un po' provato, sdraiato sopra lo schienale reclinato dell’auto col cappello sugli occhi. Ascoltavo la voce di Giovanni a fatica. (p. 119)  
Nostalgico e lirico, Il canto dell’anguilla è un libro sulla memoria, ma anche sul tempo che passa. Bubola torna in quei luoghi magici attraverso la scrittura sapendo che molte cose sono cambiate e che quell’Irlanda probabilmente non esiste più nello stesso modo. Eppure, almeno per il tempo della lettura, riesce a farcela intravedere e assaporare in tutte le sue variegate sfumature.

Silvia Papa