Che i bambini portino una rivoluzione nella vita di ogni genitore, è cosa certa. Che contribuiscano alla crescita di padri immaturi, non è necessariamente detto. Muove da una convivenza coatta il nuovo romanzo di Lorenzo Marone, Ti telefono stasera: Giò Coppola è quello che si definisce un peter pan in costante ricerca dell'anima gemella, che deve essere ben più giovane di lui e non metterlo mai davanti alla domanda fatidica: hai mai pensato di avere un altro figlio? Sì, perché Giò ha avuto un bambino, Duccio, dalla sua ex moglie, ma non è mai stato un genitore presente. Lui sa che, tergiversando o esprimendo il suo no, la donna di turno lo lascerà entro un anno dalla domanda. È una specie di regola non scritta, un po' come la sua consapevolezza di risultare ancora molto piacente a cinquant'anni. In parte, conta il suo essere un noto volto televisivo, benché negli ultimi anni sia stato retrocesso a leggere previsioni meteo poco accurate. Il problema, dunque, non è sedurre, ma costruire una qualsiasi relazione.
La svolta nella sua quotidianità, fatta di giovani donne tra le lenzuola (con cui condivide ben poco d'altro, viste le loro visioni del mondo completamente diverse) e previsioni lette in tv, arriva quando nelle primissime pagine Giò riceve la chiamata della sua ex. Senza tanti giri di parole, la donna gli affida Duccio per un anno, perché andrà oltreoceano per lavoro e si limiterà a una chiamata ogni sera (da qui il titolo). Senza se e senza ma. Giò da un lato si sente incastrato, dall'altro minimizza su quelli che sono gli impegni di un genitore – d'altra parte, come potrebbe saperlo, lui che si è sempre limitato a fare il papà-amico, che si presenta una volta ogni tanto e non si prende responsabilità?
Dal suo arrivo, Duccio appare in netta antitesi con il genitore: ordinato, educato in modo piuttosto rigido, giudicante nei confronti del padre e assennato. Fin troppo, lasciatemelo dire, per avere solo nove anni. Ma probabilmente per spingere sul pedale della commedia divertente, Marone ha esasperato i tratti caratteriali dei suoi personaggi, sfidando – in modo decisamente ardito – il criterio della verosimiglianza.
Giò è un uomo imperfetto, egocentrato e in piena crisi di mezza età, ma tronfio del suo potere seduttivo sulle donne; viceversa, è un padre goffo e impreciso, che punta a scardinare le regole con cui Duccio ha vissuto fino a quel momento. E sta a Duccio, manco a dirlo, ricordargli di non parlare male di sua mamma, nonché tirare fuori le emozioni e lasciar filtrare la sua fragilità.
Tra episodi dolci e altri più nostalgici e malinconici, Duccio e Giò imparano a conoscersi, complici tanti altri personaggi che li frequentano: dai nonni paterni a una delle donne di Giò, dagli amici storici alle maestre,... Insomma, di sicuro Marone ha capito che i suoi protagonisti dovevano uscire di casa e godersi Napoli, nonché conoscere e frequentare altre persone. E narrativamente questo contribuisce a creare movimento, generare nuove situazioni e offrire altri punti di vista sul rapporto tra Duccio e Giò. Critico, ad esempio, è il padre di Giò, mentre più dolce nella sua presenza costante la madre; divertente e scanzonata la sorella Lulù, e via così, a creare un microcosmo di frequentazioni che vivacizzano la storia principale.
Come possiamo immaginare, l'anno trascorso insieme non manca di momenti di difficoltà e vere e proprie crisi, ma è anche un periodo di cambiamento per entrambi i protagonisti, che impareranno a conoscersi e ad amarsi per come sono, vizi e imperfezioni comprese. Da commedia che si rispetti, non può mancare un finale lieto. Eppure. Eppure l'impressione che ho avuto durante la lettura è stata quella di una commedia che vuole essere divertente, eppure a tratti l'ironia di Giò è piuttosto sorpassata; che vuole dare voce ai personaggi, eppure la voce è spesso sorprendentemente simile a quella autoriale. E l'alternanza calibrata tra episodi gioiosi e momenti di malinconia e nostalgia è simboleggiata dall'impiego ancora massiccio delle liste (ad esempio, relativa alle cose che ha insegnato Duccio), tanto di moda negli anni Dieci, ma ormai...
E allora, come mai questo romanzo è in classifica dalla sua uscita? Me lo sono chiesta più volte durante la lettura (che è stata molto scorrevole, questo bisogna riconoscerlo al libro). Forse abbiamo bisogno di sentirci rassicurati da una narrazione che per certi versi fa ancora sperare nella "redenzione" di un padre che si accorge di amare davvero suo figlio nella quotidianità. O forse la leggerezza dello stile narrativo contribuisce a portarci via per qualche ora delle preoccupazioni.
GMGhioni
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