Dancing queen
di Camila Fabbri
Polidoro editore, novembre 2025
Traduzione di Carlo Alberto Montaldo
pp. 192
€ 17 (cartaceo)
Riesco a toccarmi la nuca e sento un liquido caldo. Quando porto il dito davanti agli occhi, mi appare di un colore tra il viola e il nero. Ci sono sopra dei grumi tondi e gelatinosi che sembrano coaguli di mestruo. Fuori dall'auto, la gente della zona continua a guardarmi atterrita. Il vetro in frantumi non consente una vista privilegiata, ma basta un po' del sangue di un'estranea a commuoverli, a scattare foto e a caricarle sui social, ad abbracciarsi, a riflettere sulla fragilità della vita, sugli incidenti stradali, sul fatto che non siamo niente. La ragazza quindicenne continua a urlare mentre il cane morde le sue gambe sottili. Qualcuno la faccia stare zitta, vi prego. Smanetta su telefoni che le vengono prestati, le ripetono però di non restare in piedi, tanto meno di sdraiarsi, ma di mettersi seduta perché la ferita alla testa potrebbe essere una cosa seria. (p. 39)
Torno a leggere Polidoro Editore dopo tanto tempo e devo dire, questo romanzo di Camila Fabbri - autrice argentina tra le più quotate della nuova generazione - non mi ha delusa. Il libro si apre con una scena abbastanza spiazzante: una donna incastrata tra le lamiere della sua auto, probabilmente ferita gravemente, che descrive i suoi sintomi, non riconosce nulla di ciò che la circonda - né il cane né la ragazza dietro di lei che sembra più morta che viva - e ci racconta, molto lucidamente, la sua vita fino a quel fatidico momento.
Dopo questo flash forward, infatti, la narrazione procede a salti temporali: la voce narrante della protagonista Paulina si sposta tra passato e presente - un passato di amori falliti, problemi famigliari, solitudine, lavoro precario - e un presente, esclusivamente quello che la vede vittima dell'incidente automobilistico.
I nodi sono due: la relazione con Felipe, suo compagno da otto anni che decide di lasciarla, e l'amicizia con Maite, sua collega di lavoro con cui ha un rapporto peculiare: si vogliono bene, ma si trattano male; si vedono ogni giorno, ma non hanno alcuna vera confidenza. Più che un rapporto di amore e odio, direi che è un rapporto di convenienza: a Paulina fa comodo Maite perché le permette di sfogare la rabbia e la frustrazione, e a Maite fa comodo Paulina perché non sopporta la solitudine e piuttosto che restare sola con i suoi amori falliti (anche lei) è disposta a sopportare la crudeltà, a volte gratuita, dell'amica.
Accostiamo sul ciglio della strada, un'altra volta. Non ci parliamo per il resto del viaggio. Siamo delle Thelma e Louise fasulle, senza stile né coraggio, ma siamo anche senza un uomo e fuggiamo via. Siamo intrappolate in un ordine universale che stabilisce che dobbiamo continuare a riempire di individui le nazioni, le città, i paesi. Sebbene allontanarsi sia una forma di libertà, tutto questo sembra proprio il contrario. (p. 95)
Paulina è una donna dal carattere caustico e fatalista, sull'orlo di una crisi di nervi ma con sufficiente forza per nasconderlo a tutti, tranne che a se stessa. Viene accompagnata da un cane, Gallardo, che è il cane di Felipe, quindi - come simulacro della relazione ormai finita - il cane viene amato e odiato (in questo caso, sì, si tratta proprio di amore e di odio) al posto del compagno umano. Passa le sue giornate a fare nulla, a masturbarsi su video porno a caso, trascinandosi a lavoro dove impiega le ore a disposizione a fare fotocopie e cambiare sfondo al pc e a mandare messaggi strani all'ex compagno.
Mi afferra la mano ma io la tiro via. Cado. Lui si allontana appena, per ballare il ritornello di un'altra canzone. Si volta e alza un braccio, chiamandomi perché gli vada dietro. Mai e poi mai gli andrei dietro. Gli faccio segno che vado un attimo in bagno. Non cado ma cado. Il respiro è inesistente, si spezza. Il bagno è libero e io mi ci fondo dentro. Chiudo la porta. Ben fatto. Mi siedo a pisciare e leggo i graffiti. In quasi tutti si cerca sesso e compagnia a gran voce. Penso proprio che in fin dei conti stiamo urlando tutti la stessa cosa. Finisco di pisciare. Mi sento come in salvo qui dentro, non capisco da cosa però. Abbasso la tavoletta del water e mi ci siedo sopra, metto in pausa questa esperienza. Appoggio la schiena alla parete bagnata. Non so di che cosa. Non me ne importa. Sento due o tre ragazze giovani - o più giovani di me - bussare alla porta.
«È occupato?».
Rispondo di sì. Guardo il soffitto. Lì non c'è niente. Pittura bianca senza una macchia di umidità. È tutto in ordine. Chiudo gli occhi e sbadiglio. Penso di avere sonno o la febbre. (p. 66)
Maite, invece, è una sognatrice, un'illusa, una disperata: il suo desiderio di amore e di maternità, risulta stucchevole a Paulina, che ormai nemmeno si sorprende più se l'amica scompare con un tizio di turno per un briciolo di calore. Si tratta di una coppia improbabile, ma che funziona: nel loro viaggio verso la casa del padre di Maite capiamo perché.
Ciascuna delle due protagoniste ci racconta un modo diverso di essere donna: Paulina reagisce alla rottura con Felipe in modo disilluso, soffrendo in silenzio, sforzandosi di essere forte; Maite esprime tutto, la debolezza, la fame d'amore, la ridicolaggine, ogni pensiero, anche il più insignificante. Si può dire siano facce della stessa medaglia, fin quando non viene inserito un terzo elemento a rompere il binarismo: Lara. Non anticipo nulla sul suo personaggio, ma credo sia il più rilevante e il più interessante. Quando Paulina e Maite la incontreranno succederanno delle cose che saranno assolutamente determinanti per tutta l'economia della trama (e da qui viene anche estratto il titolo del libro).
Nel frattempo, tornando ogni tanto nel tempo presente, assistiamo a tutto il calvario di Paulina mezza morta che viene soccorsa, portata in ospedale, mentre cerca di ricordare, di capire come l'incidente si sia svolto. In una struttura circolare, il romanzo ci svela alla fine la dinamica, riallacciandosi all'incipit.
L'ho trovato un romanzo fresco, vivace, ma anche molto doloroso e profondo. Si empatizza facilmente con tutti i personaggi perché ognuno a modo suo rappresenta una sfumatura di sofferenza. Ho letto che è stato accostato a Thelma & Louise nella connotazione da road trip novel, ma a me ha ricordato di più Sylvia Plath (so che è un paragone azzardato, ma ci piace il rischio).
Deborah D'Addetta

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