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La narrazione di un massacro: «Atti umani» di Han Kang

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Atti umani
di Han Kang
traduzione di Milena Zemira Ciccimarra
Adelphi, maggio 2023

pp. 205
€ 12,00 (cartaceo tascabile)
€ 6,99 (ebook)

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«Ma perché i soldati dovrebbero prendersi il disturbo di venire qui? Che male potrebbero mai fargli i morti?»
«Secondo loro, anche i feriti che stanno in un letto d’ospedale sono “teppaglia” da sterminare. Ti sembra davvero plausibile che chiudano un occhio su tutti questi cadaveri e sulle famiglie che li vegliano?». (p. 42)

Han Kang ha vinto il Man Booker International Prize nel 2016 con la sua opera più famosa, quella Vegetariana pubblicata nel 2007 che l’ha resa celebre in tutto il mondo (ne abbiamo parlato anche in un articolo su CriticaLetteraria). È sempre al 2016 che risale Atti umani, giunto in Italia l’anno successivo e poi confluito nei tascabili «Gli Adelphi». Atti umani è un libro corale, composto da sette racconti che hanno al centro uno degli eventi più neri della storia della Corea del Sud noto come il “massacro di Gwangju”. In sintesi, nel maggio del 1980, a seguito di un colpo di stato militare, il popolo si è sollevato contro il generale Chun Doo-hwan, il quale ha replicato ordinando alle truppe di sparare sulla folla con una violenza tale da arrivare a uccidere fra le 2000 e le 3000 persone nel giro di una settimana. Atti umani è il resoconto romanzato di quei giorni.

Ogni capitolo è formato da un racconto che vede protagonista uno dei partecipanti ai moti di rivolta: si inizia con un adolescente alla ricerca di un amico coetaneo che ha visto cadere sotto il fuoco delle armi durante quella che doveva essere una protesta pacifica, per poi proseguire – attraverso una inusuale seconda persona – con quello stesso ragazzo, il cui corpo ormai freddo racconta il percorso che l’ha condotto a essere cadavere in mezzo ad altri cadaveri, ammucchiati uno sull’altro in pile che si alzano verso il cielo. Nella terza vicenda, ambientata cinque anni dopo, troviamo una redattrice che deve fare i conti con la censura di un governo che nulla vuole far sapere di quel che è accaduto in quel maggio già divenuto memoria storica di una nazione. Si prosegue nel tempo, si arriva al 1990 e le parole sono quelle di un prigioniero, che racconta le torture subite e come queste abbiano condizionato la propria vita e quella di un conoscente che era con lui. Altro salto temporale e siamo nel 2002, all’alba del ventunesimo secolo, dove un’operaia è incerta se raccontare, a distanza di vent’anni, la propria versione dei fatti in un’intervista. Nel 2010 è la madre del ragazzo fucilato durante la rivolta a parlare, e il suo racconto è pieno di quei “se” e quei “ma” che – si sa – non fanno la storia. Infine, a chiudere il tutto, è la scrittrice stessa, che nel 2013 confessa di non aver mai dimenticato ciò che è accaduto anche se all’epoca dei fatti era solo una bambina, e questa impossibilità a dimenticare è ciò che spinge a scrivere, perché la scrittura è salvifica, sì, ma in questi casi è soprattutto un modo per portare davanti al tribunale i colpevoli di ogni epoca.

Le sette storie sono narrate in modi diversi: alcune sono in seconda persona e costringono il lettore a entrare in quel “tu fai, tu agisci” che strappa con forza dalla realtà tranquilla del 2023 e trascina nel 1980, in un luogo diverso, necessariamente altro rispetto all’oggi; altre sono in prima persona e hanno il potere dell’emozione e del ricordo, dell’immedesimazione con ciò che si è visto e vissuto; altre ancora, infine, sono in terza persona, e qui a farla da padrone sono i fatti nudi e crudi, quasi come si stesse raccontando una vicenda ormai entrata a far parte dell’immaginario collettivo. Tutte le persone sono coinvolte in questo resoconto di una strage, a simboleggiare forse che non c’è modo di sfuggire al passato, almeno a questo tipo di passato, perché dimenticare ciò che è accaduto in quel maggio del 1980 vorrebbe dire dimenticare parte fondamentale di una storia comune. È necessario ricordare, ci dice Han Kang: è necessario tornare sempre con la mente fra quelle strade, in quella palestra di liceo, in quei carceri angusti e brulicanti di corpi, e ripercorrere ciò che è avvenuto anche a distanza di anni.

La progressione temporale è implacabile in questo: dopo aver letto il primo racconto, tornando all’indice, già sappiamo che tutto ciò che andremo a leggere sarà un nuovo squarcio sul passato. E mentre le date si allontanano da quel 1980 e si fanno più vicine a noi, sappiamo – capiamo – che dovremo di nuovo fare i conti con quell’episodio. E se la narrazione si fa meno cruda e violenta perché perde la drammaticità dell’immediato e del vissuto, il ritorno costante a quel maggio assume il potere dell’ossessione, del fatto che risulta impossibile da sradicare dalla memoria perché interiorizzato nel proprio essere.

Mentre si legge Atti umani non si ride mai, non c’è mai un momento di leggerezza e di svago: è una lettura difficile, ansiogena, ossessiva. Una lettura che a volte costringe a mettere il libro in pausa per dedicarsi ad altri atti umani, magari più positivi, più ricreativi. Ma, una volta ripreso il fiato, è necessario tornare in apnea e immergersi di nuovo nelle acque torbide di Gwangju.

David Valentini