venerdì 18 settembre 2020

"Pericolose per sé e per gli altri": la storia delle donne rinchiuse in manicomio tra il 1850 e il 1950


Luride, agitate, criminali
di Candida Carrino
Carocci Editore, 2020

pp. 148
€ 16,00 (cartaceo) 


"Mi avete abbandonata qui per sperdermi ogni traccia di me. Ricordatevi che sono vostra madre e che non meritavo tutto ciò. Nulla feci di male per essere qui condotta [...] Son cinque mesi che sto qui, non basta?"
Maria Vittoria C., vedova di un medico e madre di otto figli, entra per la prima volta in manicomio nel 1929. La richiesta di internamento stilata dal medico si regge sul fatto che la donna dichiara di voler gestire in autonomia e libertà la propria vita sessuale, contravvenendo così al codice di comportamento che la società si aspetta da una vedova con figli. Morirà in manicomio tredici anni dopo. 
Rosa R., contadina analfabeta di ventidue anni, viene internata nel 1902 "per aver dato segni non dubbi di alienazione" e di malinconia, con episodi di eccitamento della volontà. La ragazza scappa spesso di casa e si ribella ai genitori. Cinque anni dopo rimane incinta mentre si trova in manicomio e tutti - medici, avvocati, istituzioni - dipingono la donna come ebete, impudica e vittima di una violenza. Nessuno di loro accetta la possibilità che possa avere avuto un rapporto consenziente. Non crescerà sua figlio poiché rimarrà in isolamento fino al 1943. Camilla R., figlia di una madre socialista che l'ha educata all'impegno sociale e alla propaganda politica, conosce una diversa diagnosi: è paranoica. Antifascista, seguace delle idee sovversive ereditate della sua famiglia e "scaltrissima", dimostra di lottare per un ruolo paritario nella lotta politica, è colta e sa scrivere. La sua inquieta parabola la porterà a tornare a casa anni dopo e a ricostruire una vita con i suoi figli ma del periodo di internamento dirà: 
Tutti gli orrori che si sono detti sul manicomio e sul manicomio criminale in particolare, sono veri. (p. 115)

Loro sono solo tre delle tantissime donne che tra il 1850 e il 1950 vissero l'esperienza del manicomio. Candida Carrino, storica e dottore di ricerca in Studi di genere che da anni si occupa di internamento femminile, ha pensato che questi casi andassero raccontati e che non potessero restare dentro le migliaia di cartelle cliniche ammucchiate negli archivi.
Il risultato è Luride, agitate, criminali, un saggio uscito per Carocci editore che ricostruisce, attraverso lo studio minuzioso della documentazione conservata presso diversi archivi storici di ex ospedali psichiatrici italiani, le dinamiche che portavano le donne a essere internate.
Quello che si delinea è un intero sistema che vedeva coinvolte le famiglie, i medici, le istituzioni e che schiacciava le donne in una morsa punitiva. Una caccia alle streghe mascherata da terapia clinico-psichiatrica della quale finivano vittime tutte coloro che venivano considerate violente e minacciose. 

Minorenni che non potevano essere gestite dalla famiglia perché definite “idiote”, vedove, orfane o donne “pericolanti” che la società non accettava, prostitute o lesbiche... Il campionario umano è vario. 
L'internamento era la risposta concreta di progetto mirato a orientare i comportamenti femminili verso standard accettati che prevedevano abnegazione, docilità, rispetto di regole imposte. 
Oggetto particolare dello studio di Carrino è il manicomio di S. Maria Maddalena di Aversa (nato a opera di Gioacchino Murat nel 1813) che praticava una terapia innovativa per l'epoca: il "trattamento morale". Una pratica che gradualmente verrà soppiantata da un diverso approccio, socialmente più punitivo.
Recuperare queste vite dimenticate significa aprire uno squarcio doloroso sulla storia manicomiale in generale, ma soprattutto sulla storia femminile come percorso accidentato e costantemente segnato - in modi vari nelle diverse epoche - dal controllo sociale maschile e dai filtri del cosiddetto “senso comune”.

Dalle 2411 cartelle cliniche analizzate, prima porta di accesso a questo feroce sistema, si apre quindi un più vasto universo di interazione e collaborazione. Il ricovero delle donne era frutto di una "polifonia di ruoli e compiti diversi" nella quale le uniche a non avere parte attiva erano proprio le donne. 
Età, stato civile, grado di istruzione, condizione economica, professione sono i filtri attraverso cui leggiamo le storie di pazienti che non avevano la possibilità di raccontare una propria versione dei fatti, una propria versione di sé. 
Nella maggior parte dei casi la dicitura utilizzata nei documenti di ricovero era un generico: "perché pericolosa per sé e per gli altri". E a dirlo erano quasi sempre i familiari e le forze dell'ordine a cui i medici si affidavano ciecamente, senza cura o necessità di verificare.
La disubbidienza aveva tante forme che oggi ci appaiono tutte tristemente conformi le une alle altre: il tentato suicidio, gli eccessi di furia, i vagabondaggi fuori casa, gli atti osceni e i rapporti sessuali occasionali, le crisi epilettiche, gli atti inconsci e le allucinazioni, la stravaganza, il rifiuto della maternità o dell'allattamento, lo stato malinconico. 
Su questi elementi si innestava poi la diagnosi clinica: gli alienisti dell'epoca si ponevano il dilemma di come classificare in maniera univoca le patologie e questo studio ha il merito di illuminare anche un fondamentale momento di passaggio nella storia della medicina, intesa non solo come sviluppo ed esercizio di saperi, metodologie e strumenti di ricerca, ma come disciplina dal decisivo impatto sociale. 

Leggere i materiali che emergono dagli archivi ci pone a contatto con domande di rilevanza antropologica e sociale profonda: come queste classificazioni venivano messe a punto? Quali erano i percorsi terapeutici disegnati per le donne da psichiatri esclusivamente di sesso maschile? In che modo la società vedeva le internate e che rapporti potevano mantenere loro con chi stava fuori dal manicomio? 
Candida Carrino restituisce una dimensione storica e una voce a queste donne riportando stralci delle loro lettere a casa o delle missive che i familiari inviavano alle strutture chiedendo notizie delle figlie, delle mogli, delle madri e delle sorelle.
Le lettere sono laceranti e costituiscono una testimonianza preziosa per cogliere lo spirito di chi viveva una simile esperienza:

Signor avvocato, lei perdonerà se le scrivo da questo luogo essendo stata internata in questo Reale Manicomio senza aver commesso atti tali da subire tale penitenza [...] Sarà gentile di farmi sapere tutto quello che si è fatto in questi lunghi tre mesi di mia assenza costì in mio riguardo. Che à deciso il Tribunale: pregare il Direttore di qui di farmene uscire, giacché venni ammessa dal Pretore, con certificato di dottore mai visto. Il dottore sanitario non volle mai firmare detta carta, giacché sapeva bene l'intrigo che mi precipitava... (Maria Vittoria C., dicembre 1929)
Tra i tanti dati citati all'interno di questo saggio uno risuona più forte degli altri: il 71% delle ricoverate moriva in manicomio. Ciò significa che l'internamento comportava spesso una permanenza a vita e una totale esclusione dagli affetti e dalla società.
Comportava lo spezzarsi di una vita e di un io che non avevano più la possibilità di fare il loro corso. Ecco l'elemento chiave che ritorna in queste storie, così diverse eppure così simili: la mancanza di alternativa, la negazione di qualsiasi opportunità di sviluppo.
Che questo fosse alla lunga fruttuoso o distruttivo, quelle donne meritavano di conoscerlo e di sceglierlo per se stesse.

Claudia Consoli

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“Carissimo fratello, vergo questi righi per farti noto del mio stato di salute [...] Il dolore che ha provato il mio cuore nell’essere internata di nuovo in questo ospedale, non so descrivertelo.” “Pericolose per sé e per gli altri”: questa era una delle diciture generiche che i medici usavano più spesso quando compilavano i moduli clinici e i certificati di ricovero delle pazienti che venivano internate. La maggior parte delle volte si trattava di minorenni che non potevano essere gestite dalla famiglia perché considerate “idiote”, di vedove, orfane o donne “pericolanti” che la società non accettava, di prostitute o lesbiche... Venivano internate perché considerate violente, minacciose. Venivano studiati i loro attacchi epilettici e le loro allucinazioni. Altre volte erano stigmatizzate perché richiamavano gli uomini ad atti erotici, perché rifiutavano di allattare o di sottostare alle regole dei padri o perché manifestavano stati malinconici. A dirci tutto questo sono le cartelle cliniche e i documenti che Candida Carrino ha consultato e classificato per scrivere il suo #lurideagitatecriminali, un saggio che racconta un secolo di internamento femminile (1850-1950), mettendo in luce un intero sistema che vedeva coinvolte le famiglie, i medici, le istituzioni e che schiacciava le donne in una morsa punitiva mascherata da pratica psichiatrica. Una caccia alle streghe. Se non eri conforme, eri da rinchiudere. @claconsoli sta terminando la lettura del libro e presto ne scriverà sul nostro sito. Commovente e illuminante, questo studio è una vera e propria anatomia dell’internamento femminile, un’ulteriore prova (se ce ne fosse bisogno...) di come la storia femminile sia stata segnata dal controllo sociale maschile e dai filtri del cosiddetto “senso comune”. @caroccieditore #caroccieditore #saggi #saggistica #criticaletteraria #recensioni #inlettura #leggendo #librisulcomodino #instabook #instalibro #bookstagram #bookstagrammer #bookoftheday #saggifemminili #storiafemminile #studidigenere #psichiatria #libridaleggere

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