mercoledì 7 dicembre 2011

Il Salotto: Gianni Tetti: intervista con l'autore de "I cani là fuori".

 
Classe 1980, sassarese, Dottore di ricerca in Storia e Critica del cinema oltre che autore e sceneggiatore: Gianni Tetti, autore del libro "I cani là fuori" recensito su queste pagine, si rivela sulle pagine di CriticaLetteraria rivelando una personalità artistica dinamica, eclettica e in continua evoluzione. Un'evoluzione che salta agli occhi dall'uso originale e sperimentale degli strumenti linguistici e narrativi nella sua opera, e che si manifesta in tutta la sua natura esplosiva in questa chiacchierata virtuale. Lasciamo dunque spazio alle parole di Gianni Tetti.

  1. Buongiorno Gianni, e benvenuto sulle pagine di CriticaLetteraria. La prima domanda riguarda naturalmente la sua opera d'esordio, I cani là fuori, edito da Neo. Edizioni. Ci spieghi quali sono gli ingredienti alla base della ricetta del libro, e in che dose sono stati miscelati per ottenere il risultato finale.
Mi fa piacere che abbiate pensato di farmi qualche domanda sul mio lavoro.
Ad essere sincero non immagino degli ingredienti da miscelare. Ma cose da dire. Lo so, alla fine è la stessa cosa. Comunque. Cose da dire. Il fatto è questo: era un po' di tempo che avevo delle cose da dire e ho pensato al modo migliore per dirle. Volevo dirle attraverso delle storie. Volevo parlare di uomini, donne, sangue, tutti dentro una società che non dà tante chance. Cioè se sei povero resti povero e se sei ricco resti ricco. Tutto fermo. Che poi mi sembra che è il mondo che stiamo vivendo noi. Tutto un crollo verticale, si parte con l'economia, si passa dalla cultura e si arriva alla dignità. Tutto un crollo verticale. Comunque. Volevo anche ripercorrere un po' certi ricordi distorti della mia infanzia. Ecco, la mia infanzia. Non ricordo molto. Lasciamo perdere. Una questione di memoria. Però ricordo le sensazioni. Risalendo a quelle sensazioni ho parlato della mia infanzia anche se forse non sempre si capisce. Poi ci ho messo la mia città, declinata in tanti modi diversi. Volevo raccontare luoghi che conosco bene. Sassari è una di quelle periferie che un paio di volte l'anno diventano anche centro del mondo. Almeno per me. Ecco, più o meno questo. Poi volevo che queste storie avessero certe caratteristiche. Cioè, per esempio, regola numero uno: scrivendo le storie non voglio usare neppure una parola che non uso parlando con gli altri. E così ho fatto. Regola numero due: non comando io, comandano i personaggi, quindi parlano loro, descrivono loro, la vita è la loro, anche se poi sono sempre io, o parti di me, o cose che ricordo, o cose che ho pensato. Sempre io. Regala numero tre: alla fine i personaggi si convincono di comandare e allora arrivo io. Arrivo e ogni tanto ammazzo qualcuno. Muovo i fili, soffio sui loro capelli, do cattivi consigli. La morte è fondamentale nella vita. Quindi la morte in quello che scrivo c'è sempre. E così via. Prima guardo, poi digerisco, poi butto giù. Il libro parte da un tema. Anche se detto così sembra tutto più schematico di quello che è. In realtà quando scrivo mi sembra di entrare in un tunnel, e finisco quando esco da questo tunnel. E non sempre è bello starci dentro. Dico, dentro al tunnel.

  1. Lei lavora anche come sceneggiatore. Quanto e in che modo la sceneggiatura e la letteratura sono vicine e in che punti invece si discostano più profondamente?
Si tratta sempre di cose da raccontare. Certe storie sono fatte per finire in un libro, certe altre sono fatte per il cinema e poi ce ne sono altre che vanno bene per tutt'e due le cose. La principale differenza è il mezzo. Cioè. La letteratura è diretta, mi riferisco all'influenza dell'autore, e si presta alle interpretazioni del lettore. Molte volte lo spazio lasciato all’interpretazione dipende da quanto lo scrittore decide di concedere. Ogni cosa scritta entra nella testa del lettore, e diventa una sorta di cinema mentale. Perché, più o meno, quello che leggi ti rimanda a delle immagini. Ecco, la mediazione arriva qui, dopo la lettura. Ma nel frattempo l'opera è già conclusa, uscita, fruibile. Il cinema invece è mediato fin dal primo passo creativo. Ci sono tanti autori, e il prodotto finito non è solo il lavoro di un regista, ma di sceneggiatori, attori, scenografi, fotografi, montatori, musicisti. Senza contare che tutto inizia sulla carta, entra dentro una decina di cervelli (mi riferisco ai principali collaboratori di un regista) diventa realtà fittizia, passa dentro una telecamera, diventa immagine impressa su pellicola, arriva a un montatore che inizia a tagliare e attaccare. E così quella prima idea diventa un film. E questa è una bella differenza, la fondamentale, tra le due arti. Quando scrivi un romanzo sei comunque solo. Quando scrivi una sceneggiatura non sei mai solo. C'è il regista, ci sono le possibilità economiche, ci sono le facce degli attori, potrebbero esserci le volontà del produttore, e ci sono anche un sacco di altre cose che adesso non mi vengono in mente. Sempre per il fatto che ho una pessima memoria. Cosa c'è in comune? I fondamenti della narrazione. La narrazione ha certe leggi base, certe fondamenta. E alla fine quelle ci sono dappertutto, anche quando un tuo amico simpatico ti racconta una barzelletta. Se rispetta certe leggi vedrai che ti pisci dalle risate. Quindi, ci sono queste basi narrative. Non è importante sapere quali sono. L’importante è che siano contenute in quello che racconti.

  1. Nella mia recensione su queste pagine ho affermato che la sua scrittura mi ricorda da vicino quella del grande Palahniuk, e lo confermo tutt'ora. Una scrittura secca, sincopata, ruvida, che non si cura di piacere o meno e che anzi, se riesce a spiazzare il lettore tanto meglio. Lei concorda con me? Quali sono i suoi modelli letterari di riferimento, se ce ne sono, e in che misura influiscono sul suo lavoro da scrittore?
Devo dire una cosa. Prima di scrivere I cani là fuori non avevo mai letto Palanhiuk. L’ho letto solo dopo. Ho letto solo Soffocare. Non posso dire che certe cose non mi siano piaciute, ma non l’ho finito, perché poi è uscito il nuovo numero di John Doe, e mi sono messo a leggere quello. Poi sai come succede, leggi una cosa, ne leggi un’altra e ti dimentichi di quello che stavi leggendo prima. E così che va, vero?
Comunque. Non sento Palanhiuk tra i miei modelli letterari. Magari io e Palanhiuk abbiamo avuto modelli di riferimento simili. Boh, magari anche a lui piace andare in giro per la città la notte e parlare con gli ubriaconi di Piazza Tola. Parlarci talmente tanto che finisce che diventi un ubriacone di Piazza Tola. Magari anche Palanhiuk è un ubriacone di Piazza Tola. Oppure è solo che Palanhiuk, come me, ha letto Salinger a dodici anni e Pavese a ventiquattro anni. E magari anche Palanhiuk si sta chiedendo cosa leggerà a trentasei anni. Forse Palanhiuk li ha già compiuti trentasei anni. E forse a trentasei anni ha letto Brautigan o Vonnegut. Ma io li ho già letti. E quindi vorrei proprio capire cosa leggerò a 36 anni. O forse Palanhiuk si è limitato a guadare qualche film di Petri, di Fellini o di Antonioni. Boh, vai a capire cosa fa Palanhiuk tutto il giorno, cosa legge e cosa guarda. Magari il grande Palanhiuk è amico del grande Welsh. O del grande Lebowski. O del grande Gatsby. O del grande Freddo. O del grande Fratello. Magari ho esagerato.

  1. Una sua personale opinione sul panorama letterario italiano, il mercato editoriale e sulla recente, ma sempre più invasiva, rivoluzione, per così dire, letteraria, rappresentata dagli e-book.
Gli e-book. Se sono gratis mi piace. Però se sono gratis io che voglio guadagnare scrivendo finisce che muoio di fame. Quindi diciamo che non ho una opinione coerente sulla faccenda. A me comunque i libri mi piacciono di carta. Con il loro odore, con le pagine da pasticciare e sottolineare, con la copertina da distruggere. Poi i libri di carta ti mettono in equilibrio il tavolo o il divano quando balla. Con gli e-book dove andremo a finire? Chi metterà in equilibrio i nostri tavoli e i nostri divani che ballano? Comunque si risparmia un sacco di carta. Carta uguale alberi. Alberi uguale vita. Cioè ci sono un sacco di lati positivi. Ma i librai, dico, i librai, dove vanno a finire con gli e-book? A me piacciono i librai, quelli veri che consigliano i libri che sanno cosa ti piace, che ti cercano il libro nello scafale. Insomma gli e-book hanno anche tanti lati positivi ma c’è una parte romantica della faccenda, legata al libro come oggetto, che gli e-book non riescono ancora a soddisfare.

Panorama editoriale italiano. A Sassari ogni lunedì c’è un bel mercatino del libro. Ci si fanno dei buoni affari in quel mercatino. E poi in giro c’è un sacco di gente che scrive bene.

  1. Qualche anticipazione sulle sue pubblicazioni future, se ce ne saranno?
Ce ne saranno. E c’è sempre il tunnel in cui devo entrare e da cui devo uscire. Proprio in questi giorni sono uscito da un tunnel. Adesso vediamo cosa succede. Il libro rientra in un discorso che ho iniziato con I cani là fuori e che finirò con un altro libro ancora. Il libro è un romanzo collettivo fatto di storie che si incrociano, di uomini e donne che entrano in contatto, di cause e di effetti, di credenze e pensieri. C’è un tipo con la camicia a righe e i mocassini che cammina in mezzo alle storie. E tutto finisce con la pioggia.

Intervista a cura di Giuseppe Novella