in

"Infinite Jest" di David Foster Wallace

- -

Infinite Jest - trama, recensione su CriticaLetteraria
Infinite Jest
di David Foster Wallace

Einaudi StileLibero, Torino 2006

pp. 1287
€ 27.00

Traduzione di Edoardo Nesi
Con contributi di Annalisa Villoresi e di Grazia Giua

«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi», Giovanni 15, 12-17

Non troverete questo passo del Vangelo né in Infinite Jest né in nessun altro libro di David Foster Wallace, ma è esattamente quel che ho pensato una volta terminata la lettura di questo capolavoro. Sì, ho pensato proprio a quel versetto. Ho pensato che non sono stato io a scegliere di leggerlo, non ho scelto io di imbattermi in un tomo di milleduecento pagine più duecento di note in corpo 8 e sotto-note ancora più piccole, con frasi che a volte occupano mezza pagina e sbalzi temporali immensi e voci narranti che cambiano da prima persona a terza e poi di nuovo prima, e pagine deliranti e vertiginosi flussi di coscienza e perché no personaggi che esistono solo nelle note.
È stato Lui in persona a scegliere me, perché Lui in persona sa quando è il momento di farsi avanti. E così succede che un giorno entri in libreria con l'intento di acquistare un romanzetto per il week end e ne esci con mezzo chilo di carta stampata, senza rendertene conto. Perché Lui ha deciso così. Ha stabilito che è ora. È ora che tu, presunto lettore, capisca dove finisce la narrativa e dove inizia la letteratura. È ora che tu ti accorga quanto in realtà è spessa la linea che separa un libro da un ammasso di pagine sporche d'inchiostro.

Non ho alcuna intenzione di svelarvi la trama (leggetevela su Wikipedia) né tanto meno il finale, perché in IJ non c'è trama e non c'è finale. C'è una vita che scorre nelle pagine, ed è quella di David Foster Wallace. Una vita in lettere, uno stile sprezzante, che se ne frega delle convenzioni. IJ è un romanzo rivoltato come un calzino. Il tema centrale è la dipendenza ed è sviluppato nel modo più sleale possibile. Sconfitto il timore iniziale indotto dalla mole del libro, basteranno poche pagine, e sarete voi a dipendere da IJ, non i protagonisti dalla droga. Sarete voi il tema del romanzo. Riuscirà a farvi ridere convulsamente con due righe e a farvi piangere disperatamente nelle due successive.

Infinite Jest è paragonabile a un uomo in abito nero che vi osserva al di là dei vetri di una finestra battuti dalla pioggia. L’uomo ha un cappello nero, dalla tesa molto larga, da cui l’acqua gocciola sul suo impermeabile nero. Ha uno sguardo triste ma leggero e più lo fissate e più piove, e più piove e più diventa malinconico. Se per pochi attimi, per una qualunque ragione, smettete di fissarlo e vi concentrate su altro, la pioggia cessa. Il suo sguardo diventa sereno e alle sue spalle appare un timido arcobaleno, ma voi non lo vedete e non vedete il sorriso dell’uomo, ne avete solo la percezione. Sapete che sta sorridendo ma sia l’arcobaleno che il suo sorriso spariscono non appena il vostro sguardo torna a poggiarsi sul suo. La pioggia ricomincia e il suo viso si incupisce. Questo è Infinite Jest: dolore e piacere. Ricerca del piacere, dell’intrattenimento, per alleviare il dolore di vivere. Un dolore che David Foster Wallace proietta in ogni pagina. Un dolore, si direbbe, insuperabile.

David Foster Wallace si è impiccato nel patio di casa sua, a Claremont, in California, la sera del 12 settembre 2008. In meno di quaranta anni ci ha dato quel che altri mille scrittori non hanno saputo darci in ottanta.

Alessandro Greco