venerdì 10 dicembre 2010

L'arguzia settecentesca a servizio delle favole: Charles Pinot Duclos

Acaju e Zirfila
di Charles Pinot Duclos
traduzione a cura di Francesca Sgorbati Bosi
Galaad edizioni, 2010

con illustrazioni di François Boucher
e prefazione della curatrice

pp. 129
€ 13,00

Le donne sono il peggior nemico delle donne.
- C. P. Duclos -

Una campagna di coraggiosa riscoperta dei dimenticati ha portato la Galaad Edizioni e l'appassionata curatrice Francesca Sgorbati Bosi a proporre Acaju e Zirfila, favola per adulti del 1744, mai tradotta in italiano prima d'ora. 
L'autore, Charles Pinot Duclos (1704-1772), è esempio apprezzabile di self-made man: di origini modeste, porta la sua cultura giuridica e letteraria al servizio della Francia, diventando a metà secolo Storiografo di Stato, dopo essere stato insignito di molteplici cariche e riconoscimenti pubblici. Nel 1755 gli viene consegnato uno stemma nobiliare e, nello stesso anno, è eletto ad honorem segretario perpetuo della prestigiosa Académie Française.
Questa brillante carriera ha tenuto Duclos a stretto contatto con la Corona francese e, dai suoi appartamenti al Louvre, ha avuto l'occasione di scoprire i più succulenti intrighi e le plurime ipocrisie della società contemporanea. Ai posteri, infatti, Duclos è passato anche per le sue battute di spirito taglienti, sempre impietose, che passavano di bocca in bocca per tutta Parigi, fino a diffondersi a macchia d'olio  fino ai giorni nostri (come la massima posta in epigrafe).

E Acaju e Zirfila non tradisce queste coordinate di arguzia, ironia e asprezza divertita, in pieno accordo con l'ésprit dei Lumi. Un assaggio ce lo offre la dissacrante apertura Ai lettori, che ripercorre le tappe tradizionali della dedica prefatoria, ribaltando però i contenuti. Eccone uno stralcio: 
Un autore conscio dei suoi doveri deve rendervi conto del suo lavoro: bene, è proprio ciò che sto per fare.
Eccitato dall'esempio, incoraggiato dai successi di cui sono stato per tanto tempo geloso testimone, il mio piano era di scrivere delle sciocchezze. [...] Trovando sciocchezze in ogni campo e in ogni settore, mi sono quasi visto nella necessità di dedicarmi a qualcosa di intelligente per poter essere originale. 
Così si conclude la suddetta premessa dell'autore:
Vi rispetto molto, vi stimo pochissimo, e non siete degni di essere amati. Ecco i miei sentimenti per voi: se ne esigete altri, sono il vostro umilissimo e obbedientissimo servo.
Apostrofi o ammiccamenti ai lettori come questa sono frequenti, in un continuo movimento centrifugo dal nucleo narrativo. La favola, di cui a breve vedremo i tratti salienti, offre continue occasioni per lanciare frecciate alla società dell'epoca, in sentenze ironiche (talvolta autoironiche) che si possono comprendere e approvare anche slegate dal contesto per la loro universalità:
Per quanto cieco sia l'amor proprio, si riconoscono in fretta i propri difetti quando è in gioco l'interesse. (p. 62)
Bersaglio prediletto per tante battute di spirito sono le donne, che sappiamo acquistare un valore centrale nei salotti e alle corti settecentesche: ciononostante, sono sempre trattate con irriverenza da Duclos. Così lil narratore onnisciente commenta la maledizione che ha colpito alla nascita la principessa Zirfila, protagonista della storia, destinata alla stupidità per un incantesimo che sarà spezzato solo dall'innamoramento:
Una donna che ha bisogno solo di quel rimedio non è del tutto priva di risorse. (p. 69)

E ancora alle fate competono facoltà piuttosto limitate: il narratore non manca di beffarle in quanto donne e, soprattutto, perché personaggi tradizionali delle favole. Infatti, altro aspetto molto significativo è la presa di distanza dalla favola tradizionale: Duclos sfrutta gli elementi noti, le strategie narrative che oggi riconduciamo alle funzioni di Propp, ma spesso capovolge e stravolge la prevedibilità della storia. Come? Innanzitutto, nella storia entrano echi letterari ricontestualizzati e ironizzati: il principe Acaju, per recuperare la testa della bella principessa Zirfila, diventa un Astolfo moderno, ma nel bosco incantato dove arriva non trova le ampolline col senno di ricordo ariostesco; no, deve rompere decine di frutti prima di trovarvi dentro la testa dell'amata che, sintomaticamente, è nascosta in una pera.
In secondo luogo, questo amore osteggiato (come vuole la tradizione fiabesca e favolistica) è un amore carnale: i giovani, all'inizio della loro conoscenza, assaggiano la passione con l'incoscienza dell'ingenuità e  la curiosità delle prime scoperte, su cui il narratore ironizza:
I loro desideri si infiammano ed essi non riescono a capire come possano essere tanto felici eppure desiderare ancora. Gioiscono di tutte le bellezze che vedono, non immaginano che ce ne siano altre nascoste, da cui dipende il culmine della loro felicità (anche se mi sembra che abbiano saputo ben approfittare di quella prima lezione). (p. 80)
Così nell'ambientazione incantata della storia, tra incantesimi e magie, entrano personaggi dall'aria familiare e ben riconoscibili, che la curatrice non manca di segnalare in nota. Se il divertimento era assicurato ai tempi di Duclos, ancora questa "favola per adulti" conserva una freschezza satirica innegabile: è non solo ritratto della società settecentesca, ma anche ritratto di quei vizi e difetti dell'umanità che neanche il tempo può mutare.

Da notare, inoltre, la generosa introduzione di Francesca Sgorbati Bosi, con un'ampia e piacevole contestualizzazione dell'opera nella storia e nella cultura dell'epoca, con uno spaccato interessante (lontano da qualunque pedanteria manualistica) sugli usi della società francese dell'epoca. Infine, segnalo che nel volume sono presenti le riproduzioni in bianco e nero delle incisioni originali, commissionate a Boucher, che avrebbero corredato l'opera secondo il progetto iniziale dell'autore.

Gloria M. Ghioni