mercoledì 13 agosto 2008

"Il piacere" di leggere d'Annunzio

Si tratta, naturalmente, di un invito alla lettura, perché è impossibile trattare la multiforme personalità di d'Annunzio - e i suoi riflessi in questo romanzo - in poche righe. Per cominciare, alcune, indispensabili annotazioni cronologiche. Il Piacere, è il primo romanzo di Gabriele d'Annunzio: il futuro Vate lo scrive di getto tra il 26 luglio 1888 al 10 gennaio 1889. Sembra incredibile che una tale, raffinatissima opera di ingegneria artistica sia stata prodotta in soli sei mesi. Il Piacere corrisponde però a un progetto che d'Annunzio ha ben chiaro in mente sin dal 1887, anno in cui scrive all'amico Enrico Nencioni di voler costruire il "disegno romanzesco di un dramma di alta passione, con tre protagonisti, due donne e un uomo, tutti elevati nella mente e nello spirito". Il romanzo è dato alle stampe nello stesso 1889, anno in cui è pubblicato anche il verghiano Mastro-don Gesualdo. Il Piacere, dunque, vede la luce in un momento in cui positivismo e naturalismo dominano il panorama letterario italiano. Come sottolineò Benedetto Croce, con d'Annunzio "risuonò nella letteratura italiana una nota fino ad allora estranea, sensualistica, ferina, decadente".
Decadente: è questa la novità fondamentale. Così come, un secolo prima, Foscolo aveva traghettato sul suolo italiano il tipo dell'eroe romantico con Iacopo Ortis, d'Annunzio "importa" il modello dell'esteta decadente. Andrea Sperelli, protagonista del romanzo, è "ultimo discendente di una razza intellettuale", fratello minore di Des Esseintes, quasi coetaneo di Dorian Gray. Un fratello debole, potremmo dire, perché già la prima opera dannunziana rivela tutta la fragilità dell'estetismo: Andrea Sperelli vive, nell'arco di tutto il romanzo, il suo grande fallimento di uomo e intellettuale. Il fallimento si misura nel rapporto con la donna, che si sdoppia nella voluttuosa Elena Muti e nella purissima Maria Ferres: due figure femminili opposte e complementari, che si allontanano l'una dall'altra ma condividono tratti significativi, tanto da essere confuse.
Andrea fallisce, non riesce a dominare la realtà: egli rimane straniero nei confronti dell'eros e della vita intera. Non a caso, la maggior parte degli avvenimenti è narrata dal protagonista in un discorso indiretto libero che, retrospettivamente, recupera il vissuto solo come flashback. La memoria e la rievocazione sono gli strumenti che legano Andrea al mondo, e sono gli unici elementi che garantiscono l'unità strutturale del romanzo (criticata da James e Croce), creando un'architettura analogico-simbolica in cui ogni oggetto ha un suo significato "altro". 

Potremmo parlare ancora a lungo di d'Annunzio. Ci sarebbero tanti miti da sfatare (ce ne sono sempre, in un mondo di manuali che iscrivono gli autori sotto etichette onnicomprensive che spesso falsificano i significati o, peggio, stravolgono le intenzioni), tanti spunti di riflessione. Ciò che mi preme sottolineare, più di tutto, è che credo sia arrivato il momento di spogliare d'Annunzio dei grandi pregiudizi che per molti anni hanno ridotto il tempo a lui dedicato nelle scuole italiane. Non leggere d'Annunzio perché "è fascista" è un'espressione che ormai ha fatto il suo tempo, così come ha fatto il suo tempo la scuola critica volta a dar peso solo alle ultime opere di stampo diaristico.
D'Annunzio - e qui ha un valore incommensurabile il giudizio di Giorgio Bàrberi Squarotti, che vi invito a leggere - è grande perché grande sperimentatore di forme letterarie (ha rinnovato in tutto ed è impossibile non guardare a lui, dirà Eugenio Montale). E' un poeta e uno scrittore da studiare e amare perché, come tutti i poeti che hanno lasciato un segno nella storia letteraria, ha recepito ed elaborato in modo originale i desideri e le paure del suo tempo. E' stato il più grande collezionista di parole, nell'ultimo tentativo di creare un museo del reale, un ultimo tentativo di fare poesia in un mondo che uccide l'arte. 

Non è l'adesione al fascismo a contraddistinguere d'Annunzio, non l'appartenenza a qualsivoglia fazione politica (serve a qualcosa ricordare che fu anche candidato nelle liste di sinistra?), ma questo grande terrore, gli occhi sgranati nella contemplazione di un universo che muore e la spasmodica volontà di far rivivere la perfezione. Il continuo, inarrestabile fallimento degli ultimi cultori della Bellezza. In questo, forse, potremmo ricavare il senso ultimo del finale del Piacere: Andrea Sperelli è muto, non pronuncia una sillaba mentre gli oggetti che erano stati simbolo del suo grande amore sfiorito sono venduti all'asta. Andrea Sperelli, e con lui d'Annunzio, tace, mentre resta seduto tra mercanti e usurai, lui grande esteta, tra gli "squisiti cadaveri" di un'arte ridotta a merce.

Laura Ingallinella