domenica 9 luglio 2017

Il Salotto: intervista a Paola Zannoner

Chiunque lavori o abbia a che fare con bambini e adolescenti sicuramente conoscerà Paola Zannoner: scrittrice prolifica di opere rivolte ai giovani e da questi molto apprezzate, ha da poco pubblicato L'ultimo faro (già recensito qui), un romanzo corale che rivela grande sensibilità narrativa e che risulta gradevole anche per una lettura adulta. Abbiamo dunque pensato di fare qualche domanda in più all'autrice, per capire quali siano le sue idee sulla narrativa per young adults, quali aspetti debbano essere valorizzati, quali siano gli autori di culto. 

Cosa ti ha spinto a passare dalla narrativa per giovanissimi a quella per giovani adulti? Quali accortezze bisogna tener presenti per rivolgersi efficacemente agli uni e agli altri?
Fin dai miei primi libri ho sempre scritto rivolgendomi a diverse fasce d’età. Uno dei primi romanzi è Il vento di Santiago (Mondadori) per la fascia di Young Adult. Mi piace la possibilità che offre la letteratura per ragazzi di affrontare temi e scritture diverse: per i bambini (in particolare le bambine) ci sono avventure commisurate al mondo dell’infanzia, che tengono conto della quotidianità e delle esperienze dei più giovani; per l’età dell’adolescenza si possono affrontare argomenti più “esistenziali”, sull’identità, la consapevolezza, la conoscenza degli altri; per la fascia "alta" di adolescenti è interessante raccontare le relazioni interpersonali e i conflitti, la ricerca di una propria strada. È chiaro che a questi temi differenti corrispondono registri narrativi differenti, che è molto interessante per me elaborare.

La scelta di scrivere un romanzo in forma di sinfonia corale può essere letta come un'occasione per trattare problematiche diverse. Quali sono i pro e i contro di una simile scelta narrativa? 
Un romanzo corale permette di aprire molti temi, molte “finestre” sull’esistenza umana. Per me lo scopo era anche raccontare la convivenza e ho scelto un ambiente isolato, in mezzo alla natura, perché le persone, estratte dall’ambiente artificiale e strutturato, oggi anche degradato, della città, in natura mi sembra ritrovino un loro posizione, che è la dimensione terrestre e universale (non a caso ho raccontato dell’osservazione ammirata delle stelle). Il romanzo corale offre una focalizzazione multipla ed è davvero interessante spostare il punto di vista e assumere una posizione e una voce ogni volta differente. Il rischio è che le voci si appiattiscano e si equivalgano, che si senta dietro la mano dell’autore che muove le fila delle storie. Spero di aver vinto la sfida di aver reso le voci personali e uniche.

Il tuo romanzo ha una forte componente metaletteraria: sviluppa una riflessione sul potere curativo della parola e della comunicazione, soprattutto attraverso le figure di Tudor e Lin. Cosa in questi personaggi li rende così adatti a farsi portatori del tuo messaggio?
Ho idea che ogni romanzo letterario sia un romanzo metaletterario, cioè: quando si esce dalla componente autobiografica, quando non c’è dietro al romanzo una cronaca, una storia vera, ma si fa riferimento alla letteratura come campo semantico, allora il romanzo riflette sulla scrittura, sulla narrazione di storie e sulla sua importanza, nella storia collettiva e in quella personale. Che fosse Lin la narratrice non era così scontato: è la più cupa, la meno attratta dalla lettura (Deindre è la lettrice appassionata), ha avuto un trauma non elaborato, ed è una sorta di “bulla” che non sa relazionarsi. È per me anche una sorta di messaggio: la scrittura a volte germina in persone insospettabili, il talento si manifesta in chi appare magari strambo o recalcitrante come dimostrano le biografie di artisti e musicisti.

Parliamo della concorrenza: quali opere e quali autori, tra quelli che si rivolgono al tuo stesso pubblico, ammiri personalmente e consiglieresti a un adolescente?
Come scrittrice e come lettrice, sento la responsabilità di promuovere e diffondere la lettura e gli scrittori contemporanei. Da anni faccio parte del comitato scientifico di Libernauta, un concorso di lettura per giovani adulti che si tiene nell’area fiorentina, tra biblioteca e scuola (www.libernauta.net). Consiglio ogni anno una decina di testi, confrontandomi con le scelte degli altri membri e con i suggerimenti di bibliotecari e ragazzi per arrivare a proporre 15 libri. Il che significa leggere e apprezzare il lavoro altrui. Ci sono molti buoni autori per i giovani (e anche “diversamente giovani”!) come Antonio Ferrara, Fabio Geda, Donatella di Pietrantonio (che scrive per adulti ma possono leggerla anche i quindicenni), Wu Ming, Marie-Aude Murail, Kevin Brooks, e molti altri. Per non parlare della poesia, che per i ragazzi è quasi roba da museo, ma che con Guido Catalano sa catturarli e gridare che è viva, contemporanea, e parla direttamente a loro, con grande forza e sentimento.

Quale valore assume per te la letteratura per i giovani, spesso guardata con sospetto dall'"accademia" come genere minoritario? Trovi che possa essere ancora portatrice di senso e, se sì, di quale?
Spesso mi chiedono perché scrivo per ragazzi, quasi fosse una sorta di “diminutio”, ma questo stereotipo per fortuna sta un po’ sfocandosi. Trent’anni fa, quando ho cominciato a lavorare in campo librario, c’era una sola cattedra di letteratura per ragazzi, tenuta dal celebre Antonio Faeti. Oggi ogni università italiana ha una cattedra di questa disciplina. La letteratura per ragazzi è quella che negli ultimi anni ha salvato il mercato editoriale: i grandi successi globali spesso sono titoli per giovani, che siano fantasy o sentimentali, dunque bisognerebbe che alcuni “addetti ai lavori” avessero maggiore rispetto di questo campo e di chi ci lavora. Sarebbe meglio parlare di contenuti e di qualità letteraria anziché di settori, e ricordare la storia della letteratura, perché Calvino scriveva fiabe e romanzi per ragazzi, e le novelle le scrivevano Capuana e Pirandello. Però per certi organizzatori di festival o direttori di riviste, parlare di ragazzi sembra uno scadimento nell’intrattenimento, salvo poi affannarsi a contattare le scuole per avere sale piene di giovani, che fanno calore e simpatia, oltre che vitalità della letteratura. Ma i giovani non possono essere sfruttati come tappezzeria e soprattutto hanno bisogno di buone storie, pensate per la loro conoscenza, si meritano il meglio, ed è per questo che io continuo a lavorare in questo campo. In fondo, come diceva Singer, i bambini ( e i ragazzi) leggono libri, non recensioni.


Intervista a cura di Carolina Pernigo

0 commenti: