venerdì 17 marzo 2017

Un anti-atlante che ci porta alla scoperta delle città che furono. E che continuano a narrarci una storia, la nostra

Atlante delle città perdute
di Aude de Tocqueville
Bompiani, 2015
Collana Bompiani overlook

144 pagine
€ 22.00

Sfogliando l'Atlante delle città perdute di Aude de Tocqueville, il richiamo a un'altra opera, esplicitamente letteraria, appare imprescindibile: parliamo de Le città invisibili di Italo Calvino. Infatti, qui come nel libro dell'autore italiano, non si palesano centri abitati riconoscibili ma luoghi il cui particolare fascino si deve allo sforzo immaginativo di chi li contempla: no man's land depennate dalle cartine geografiche, cancellate per sempre dalla storia da catastrofi naturali, cause economiche o drammatici errori di valutazione. Nell'accostarsi a esse, è impossibile non "fare della letteratura": ove la documentazione, lo studio dei reperti archeologici e l'osservazione stessa – anche in ragione del decadimento a cui tutte le cose inevitabilmente vanno incontro – non arrivano, la fantasia completa il quadro, fornendo a queste città perdute la natura ibrida di luoghi in parte fittizi e in parte reali (potremmo addurre a queste motivazioni la scelta editoriale di corredare le descrizioni di ogni città – oltre quaranta tra America, Africa, Asia ed Europa – con illustrazioni, escludendo il materiale fotografico?).

Non è difficile immalinconirsi pensando agli abitanti di Centralia, in Pennsylvania, costretti a infagottare le proprie vita e attività per trasferirle altrove a causa di un incendio inestinguibile che arde nel sottosuolo sin dal 1962, immaginarli mentre lasciano dietro di sé il luogo in cui sono nati e cresciuti. E come non farsi trasportare indietro nel tempo, all'epoca della febbrile corsa all'oro nel selvaggio West, e rievocare quei personaggi a cui ha donato dignità poetica Sergio Leone, quando si contemplano, grazie ai filtri dell'immaginazione, i pochi edifici di tronchi d'albero che costituiscono le umili vestigia del villaggio fantasma di Bannack, un tempo fiorente capitale del Montana?
Grazie all'opera della Tocqueville, che sovverte la funzione dei moderni atlanti di registrare quanto più accuratamente possibile l'evoluzione fisica e politica dei territori e che si aggiunge ad altre due opere di analoga natura già pubblicate da Bompiani (l'Atlante delle isole remote di Judith Schalansky e l'Atlante dei luoghi maledetti di Olivier Le Carrier), possiamo inoltrarci tra le rovine di Angkor, antica e maestosa capitale del regno di Cambogia, il cui declino fu segnato, a partire dal XV secolo d.C., dal crollo dell'impero Khmer. Lì, nei maestosi templi i cui fregi subiscono un lento ma inarrestabile assalto da parte della natura – le grandi pietre incastonate tra poderose radici – riposano gli antichi culti e i segreti di una civiltà maestosa. Un'atmosfera simile probabilmente si respira a Teotihuacàn, l'antica "città degli dei" messicana, passeggiando tra le sue imponenti piramidi, tra cosmogonie dimenticate. 

Alcune delle città raccontate dall'autrice possono essere considerate come frutto di un vero e proprio paradosso: è il caso dell'italianissima Pompei, la cui peculiare e prematura fine ne ha preservato la memoria tramandandola ai posteri; ad altre viene invece offerta una seconda possibilità storica in epoca contemporanea, in qualità di oggetto di studio o ambita meta turistica: Calico, per esempio, grazie all'iniziativa di un imprenditore che vi costruì un parco divertimenti in stile western, venne poi minuziosamente ricostruita sulla base di documenti e foto d'epoca.
Ma c'è anche un altro tipo di turismo, quello voyeuristico e di dubbio gusto, che porta numerosi stranieri a visitare la spettrale Pryp'jat', tre chilometri a nord della centrale di Černobyl', abbandonata in tutta fretta dai suoi abitanti all'indomani dell'esplosione del reattore n.4. Città distopica, dal 1986 serba ancora molti degli effetti personali dei suoi abitanti, allontanati in tutta fretta con la promessa di potervi tornare entro pochi giorni: la grande ruota panoramica del luna park che doveva di lì a poco essere inaugurato si staglia su un paesaggio di palazzoni e viali desolati, ironico e lugubre simbolo di un futuro perduto. Altrettanto spaventosa, ma più misteriosa, è la storia di Kantubek, in Uzbekistan, che fu il cuore di un vasto centro di ricerca per la sperimentazione di armi biologiche: è a causa di un'allerta che, nel 1992, la città venne evacuata? Divenuta un caso internazionale in virtù degli invisibili pericoli che ancora custodisce, nessuno può avvicinarvisi a meno che non sia dotato di un'autorizzazione speciale e indossi una tuta di protezione. 

Che la decadenza di queste città sia frutto di un'inaspettata catastrofe o di un lungo declino, che la loro data di morte sia legata alle manie di grandezza del loro costruttore, come nel caso del complesso abitativo della spagnola Seseña, o che riposino nel silenzioso ventre di un bacino d'acqua artificiale, come le rovine sommerse dell'antica città cinese di Shin Cheng, ognuna di esse appare come malinconica sineddoche di una corsa a perdifiato verso il progresso che ha lasciato e continua a lasciare dietro di sé innumerevoli vicoli ciechi. Per questa ragione, la conoscenza di un'opera che registri gli insuccessi e i fallimenti dell'umanità prendendo in esame il suo insediamento principe, la città, può rivelarsi estremamente utile non solo nel fornire risposte alla nostra sete di conoscenza e  fantasia, ma anche in qualità di suggestivo monito a non ripetere gli stessi errori.

Nike Gagliardi
 

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