venerdì 20 gennaio 2017

#PagineCritiche - «Un poeta muore, non la sua poesia» - “Ungaretti, poeta”, di Carlo Ossola.

Ungaretti, poeta
di Carlo Ossola
Marsilio, 2016

pp. 285
€ 17,00



Critico letterario italiano, docente di letteratura italiana nelle università di Ginevra, Padova e Torino, e, dal 2000, professore al Collége de France, con la cattedra Letterature moderne dell'Europa Neolatina, Carlo Ossola è senza dubbio alcuno uno dei massimi studiosi viventi e una delle menti più brillanti dell'attuale panorama accademico italiano.
Con questo libro, il professore torinese torna sulle tracce di uno dei poeti che occupa un posto di rilievo all'interno della sua bibliografia, ovvero Giuseppe Ungaretti. A cento anni esatti dall'uscita de Il Porto Sepolto, e a quaranta dalla monografia scritta dallo stesso Ossola nel 1975, l'autore ha deciso di raccogliere e riproporre, con aggiunte, integrazioni e riscritture, alcuni dei contributi presentati in passato, come aggiornamento della monografia sopra citata.

Profondo conoscitore dell'opera ungarettiana, Carlo Ossola mette a nostra disposizione la sua vastissima conoscenza, per portarci negli abissi di colui che è stato “poeta di tre continenti”.
L'opera si divide in tre parti: «L'opera poetica», «Ungaretti e i classici», «Approfondimenti critici».
Nella prima sezione, articolata in due capitoli, viene affrontata prima di tutto la poesia di Ungaretti, inquadrando il poeta all'interno del quadro europeo del tempo e indagando i suoi rapporti con gli intellettuali dell'epoca, fornendo anche interessanti spunti riguardo le analogie con le tendenze contemporanee. Particolarmente stimolante, in questo senso, è l'aver rilevato la contemporaneità tra l'ormai celeberrima brevitas ungarettiana e gli haiku giapponesi, che comparivano nelle riviste italiane più o meno nello stesso periodo in cui Ungaretti offriva i suoi testi al mondo.
Il modello dell'haiku giapponese si diffonde allora in Italia, a partire dalla «Diana», negli stessi numeri in cui sono ospitate poesie di Ungaretti, 1916 (prima dell'uscita del Porto Sepolto). (p. 24)
Dopodiché, ci viene fornita una rassegna completa e ordinata delle uscite ungarettiane, regalandoci anche preziose rivelazioni sulla composizione strutturale:
Ungaretti raccoglie insomma i testi di Allegria di Naufragi (anche prove già scartate al tempo del Porto Sepolto come gli esperimenti lacerbiani) nell'ansia di affermare una presenza, di risarcire un oblìo – nel timore di non essere incluso nella imminente antologia, a cura di Papini, Poeti d'oggi (1920) –, di preparare un ritorno in Italia pari alla fama che gli tributano in Francia Apollinaire, Salmon, Cendrars, Breton, come – nel settembre 1919 – a Soffici. Ma tale assillo non gli rende un buon servizio, e Allegria di Naufragi rimane raccolta e non opera come invece il Porto Sepolto: le mancherà, come paventava Ungaretti, «aspetto e anima di libro». (p. 31-32)
Ma ad Ungaretti «non basta una sola lingua per saggiare la “sostanza verbale” del segreto di poesia», ed è per questo che, nel capitolo successivo, Ossola passa ad illustrare le traduzioni del poeta, ad esempio quelle di Poe e Blake, non dimenticando mai di indagare quanto questi poeti stranieri abbiano influenzato la sua scrittura. Per esempio, per quanto riguarda Poe, «molte di quelle formule simboliche resteranno vive nell'arsenale poetico ungarettiano, dal Sentimento del Tempo sino al Recitativo di Palinuro, trattandosi spesso di contratture foniche che si svilupperanno in altri paradigmi onirici.» (p. 58).
Tutto questo lavoro sulla traduzione, quindi, è utile per capire lo sviluppo della scrittura e dell'anima ungarettiana, così come il rapporto con i classici, che costituisce la seconda sezione del volume. Ricostruito e indagato da Ossola con mirabile finezza, il legame tra il poeta alessandrino e i suoi predececessori costituisce un tassello imprescindibile per la piena comprensione dell'opera poetica. Sempre tenendo in una mano la poesia di Ungaretti e nell'altra la lezione dei classici, Ossola ci illustra come la lettura e lo studio di Petrarca, Racine e Shakespeare, Poe, Mallrmè e Baudelaire, sia fondamentale per i diversi stadi della sua poesia.
Ad esempio, proprio Mallarmè viene ricordato come esempio per le sue poesie francesi. Forse meno conosciute rispetto a quelle dell'Ungaretti soldato, i versi francesi risalgono ad un periodo importante della vita del poeta e Ossola non dimentica di illustrarcele.
Un poemetto in francese: perfection du noir, che risale al periodo parigino di Ungaretti, pubblicato nel 1919, poemetto dai versi disseminati alla Mallarmè e dalle ardite metafore. (p. 208)
All'interno della terza sezione, in cui si trova  questo capitolo dedicato alle poesie francesi, è possibile infine leggere un ultimo capitolo, che chiude il libro (se escludiamo l'appendice riassuntiva di vita e opere in coda al volume), dedicato alle «prose d'invenzione». Quest'ultima parte risulta particolarmente interessante poiché tratta un altro aspetto poco conosciuto della produzione ungarettiana, e la trattazione è, come tutta il volume, condotta con mirabile attenzione e conoscenza e il risultato è, ovviamente, degno di nota.
Ciò che colpisce è l'incredibile quantità di citazioni inserite in tutto il testo, una selva di virgolette, che fanno sì che le parole del poeta e i versi della sue poesie entrino a pieno diritto all'interno del discorso di Ossola, talvolta completandole.
Ciò che risulta inoltre evidente è la profonda consapevolezza che lo stesso poeta aveva delle sue poesie: egli conosceva la portata rivoluzionaria della sua scrittura e ne era fiero.
«Mio caro Papini, […] ma perché mi ha dimenticato tra quelli che hanno scritto di guerra: sono il solo il solo in Francia e in Italia ad averne dato la poesia; questo merito nessuno me lo leverà; so quel che valgo; bisogna risalire a Villon per ritrovare tanta essenzialità, tanta precisione nelle parole e nel ritmo, in questi tempi di oh! e di ah!, di poesia che crede di essere teologica, e ch'è sempli[ce]mente» “boniments de tireuse de cartes”, in questi tempi degli aggettivi!» (p. 27)
In conclusione, possiamo dire che Carlo Ossola ci conduce nelle profondità della scrittura ungarettiana, nel “porto sepolto” della sua anima, ampliando il nostro orizzonte, poiché ci fornisce validi e numerosi spunti per comprendere meglio l'opera di Ungaretti, e, di conseguenza, quest'opera diventa fondamentale sia per gli addetti ai lavori che gli appassionati, e coloro che già conoscono lo straordinario acume di Ossola non potranno fare altro che apprezzare ancora una volta questo suo lavoro su Ungaretti, poichè, come scrive lo stesso Ossola: «Un poeta muore, non la sua poesia»

Valentina Zinnà

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