sabato 25 giugno 2016

Piergiorgio Odifreddi: il De rerum natura a Festa del Racconto



L'edizione 2016 di Festa del Racconto si è svolta a Carpi, Campogalliano, Novi e Soliera dall'8 al 12 giugno. Oltre al tradizionale programma composto da conversazioni con gli autori, monologhi, lezioni e conferenze, l'edizione di quest'anno ha dato particolare spazio a performance e spettacoli teatrali. 

Domenica 12 giugno si è tenuto, presso il teatro comunale di Carpi, uno spettacolo del matematico e divulgatore scientifico Piergiorgio Odifreddi, accompagnato dall'attrice Irene Ivaldi e dal violoncellista Lamberto Curtoni, sul De rerum natura di Lucrezio.
L'autore di Come stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere[1] ha riproposto l'opera del I sec. a. C. in una conferenza scenica, unendo lettura espressiva, lezione magistrale e musica.
Ha affermato infatti Odifreddi, nell'intervista rilasciata durante il festival, che se gli insegnati di un tempo tenevano le loro lezioni negli anfiteatri, anche oggi chi spiega e divulga deve farsi attore per catturare l'attenzione di chi ascolta.[2]

Opera laica di divulgazione scientifica, il De rerum natura è un libro all'avanguardia, sia perché espone teorie scientifiche confermate in epoca moderna, sia perché non esita a condannare la superstizione. A apertura del libro, infatti, dopo l'inno a Venere, Lucrezio elogia Epicuro per aver liberato gli uomini dal timore religioso.
Odifreddi ha citato a questo proposito una lettera scritta da Flaubert nel 1861, nella quale lo scrittore francese descrive l'epoca intercorsa tra Cicerone e Marco Aurelio come un periodo di grande libertà di pensiero in quanto «gli dei non c'erano più e Cristo non c'era ancora».

Presentando l'autore al pubblico, Odifreddi per prima cosa ha smentito le false voci secondo le quali Lucrezio si sarebbe suicidato per amore. Al contrario, ha proposto di considerare l'approccio materialista di Lucrezio, capace di guardare il mondo in maniera lucida e diretta, come un grande insegnamento di vita per noi che viviamo in un momento che si nutre di illusioni.[3]

Già il titolo, La natura delle cose, racchiude in sé un ragionamento e un significato profondo. Lucrezio, per tradurre dal greco al latino le teorie di Epicuro, ha impiegato il verbo nascere e il participio futuro e ha creato la parola "nascituro", con il significato di ciò che i greci chiamavano "physis". Il participio futuro esprime l'idea di qualcosa in costante divenire. Se cosa deriva da causa e le cause delle cose sono le cause delle nostre percezioni, ha concluso Odifreddi, la giusta interpretazione del titolo è "Il continuo divenire delle cause delle nostre percezioni".

Il poema didascalico tratta, in sei libri, il legame biologico tra l'uomo e gli altri esseri viventi e quello chimico tra le cose del mondo, riprendendo i temi della dottrina epicurea, come quella dell'aggregazione degli atomi.

Nell'affrontare come la malattia e la morte, i toni dell'autore latino si fanno estremamente gravi, affiancando alla capacità di riflessione logica una forte poeticità descrittiva.
Il finale dell'opera, eletta come lettura conclusiva dello spettacolo, descrive il tragico periodo della peste del 430 a.C. a Atene. Nonostante con la traduzione in prosa si perda il ritmo dei versi dattilici, la potenza evocativa delle immagini permane.
Lo spettacolo ha avuto, infine, il merito di rendere visibile l'armonia tra il pensiero razionale dell'opera e la sua poeticità, sottolineandone sia il valore letterario che quello divulgativo, prova della complementarità, talvolta negata, di scienza e poesia.


Natalia Guerrieri


[1] Piergiorgio Odifreddi, Come stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere, Rizzoli, 2013.
[2] Intervista reperibile su youtube all'indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=KUAIvlcH2D4
[3] Ibidem.

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