mercoledì 29 giugno 2016

Marco Rovelli, "La guerriera dagli occhi verdi"

La guerriera dagli occhi verdi
di Marco Rovelli
Giunti Editore, 2016

pagine 158





"Noi stavamo sempre in strada, ci rincorrevamo, ci bagnavamo. Però sai che i giochi che facevamo non me li ricordo più? Forse non li abbiamo mai fatti, mi viene il dubbio. Quello che mi ricordo è che il nostro gioco era diventato nasconderci dalla polizia. Venivano, insultavano, arrestavano, picchiavano. E guai se ti scappava una parola in curdo davanti a loro. È per questo che sono qui, noi non siamo cresciuti come bambini, ma dopo di noi i bambini dovranno essere bambini, dovranno avere la possibilità di giocare".
Avesta Harun ha poco più di trent'anni quando muore in uno scontro a fuoco con i tagliagole del Daesh, ultima di tante disgrazie che da tempo immemorabile affliggono il popolo curdo, ma la sua breve vita è stata intensa, faticosa ed esemplare. Da dieci anni ha aderito alla resistenza curda, divenendone ben presto un leader e un esempio per numerose altre ragazze che la seguono in quel percorso di crescita e di autoaffermazione difficile, pericoloso e (forse) senza fine, estrema reazione - eppure l'unica possibile - al tentativo di cancellazione dell'intera etnia curda da parte dello Stato turco, non solo con le armi ma anche tramite un sistema scolastico in cui i bambini che inavvertitamente pronunciano qualche parola nella lingua curda vengono picchiati dagli insegnanti, come dalla polizia vengono picchiati gli adulti che osano lamentarsi con uno Stato che li costringe a condizioni di vita in villaggi senza elettricità, strade, servizi essenziali, eppure ne pretende la completa sottomissione e la rinuncia alle proprie origini. Essere partigiana e donna, inoltre, rappresenta di per sé un atto rivoluzionario in un universo a misura di maschio. "Qui la donna è libera, impara a conoscere la propria importanza", dice Avesta.

Ed è infatti un narrato in cui la presenza femminile è prevalente ed essenziale, attraverso il contributo non solo di Avesta ma anche delle tante compagne di lotta, Şimal, Firat, Evrim, Zeynep, ognuna determinata a battersi per un sistema che garantisca libertà e diritti a loro stesse in quanto donne prima ancora che al popolo curdo, ognuna impegnata in un percorso di crescita civile che parte proprio dalla clandestinità e dalla militanza nel PKK, che permette la scoperta del mondo attraverso lo studio della storia e con l'aiuto di una letteratura altrimenti inaccessibile: Pamuk, London, Wallerstein, Sun Tzu, addirittura Giordano Bruno, oltre agli scritti di "Apo" Öcalan, il leader storico del PKK abilmente disinnescato dalle autorità turche tramite una sorta di derubricazione di status, da guerrigliero a banale terrorista. Ma è proprio lui che scrive che un Paese è libero solo se lo sono anche le donne. Ed è grazie alla Storia che i guerriglieri si scoprono partigiani e il loro agire acquisisce significato in quanto resistenza all'oppressione e all'ingiustizia, in una guerra combattuta su una linea del fronte ideale prima ancora che fisica, simile a quella che nella Guerra di Spagna - scrive Rovelli - divideva il fascismo dall'antifascismo.
È naturale quindi che per i partigiani curdi i libri siano un bene tanto prezioso da essere nascosti sottoterra, insieme alle armi.

La guerriera dagli occhi verdi è quindi il racconto di un percorso di formazione, che prende le mosse dalla vita di Avesta ma si sviluppa in termini più ampi descrivendo in modo documentato e puntuale il dramma del Kurdistan e del suo popolo, sparso tra le periferie di quattro Paesi (Iran, Iraq, Siria, Turchia), diviso da rivalità ancestrali e da dialetti completamente diversi fra loro e costantemente perseguitato dai governi centrali di quegli Stati. Rovelli alterna la narrazione dell'oggi con flussi di ricordi che ripercorrono la vita di Filiz, dall'infanzia segnata dalla paura per le incursioni della polizia e dell'esercito turchi e per i massacri cui è costretta ad assistere, sino all'assassinio del fratello, momento di svolta definitivo che la porta a scegliere la clandestinità assumendo il nome di battaglia di Avesta Harun.

Una storia purtroppo ricostruita, visto che Avesta non c'è più, ma che permette di gettare un po' di luce sulla situazione del (anzi, "dei") Kurdistan, tanto drammatica e disperata da imporre l'inevitabilità dell'uso delle armi e il conseguente fardello della comoda e sbrigativa definizione di "terroristi", come peraltro capita in altre latitudini (il Chiapas, la Palestina, lo Sri Lanka) e come già visto in altri momenti ("achtung, Banditen") del corso della Storia.

Stefano Crivelli

0 commenti: