domenica 24 aprile 2016

Pillole d'Autore: Rondoni e D'Amato, i termini (in)giusti dell'amore


I termini dell'amore
di Davide Rondoni e Federica D'Amato
CartaCanta, Forlì, gennaio 2016

pp. 104
12 euro



Un po’ poeti, un po’ filosofi, Davide Rondoni e Federica D’Amato si incontrano su panchine e bar cittadini per sette dialoghi che ruotano attorno ad altrettanti momenti cruciali di ogni (in)giusto rapporto d’amore:
Con te, però, ora, vorrei fare un passo in avanti, lanciando in aria la moneta dell’amore nella speranza che la sua faccia (in)giusta cada dalla parte esposta al sole. Credo che potremmo farlo insieme solo riconsiderando le parole luminose che abitano le storie di ogni amore, parole semplici che alla fine sono quello che resta, e che, se abbiamo il coraggio di pronunciare, diventano la voce della nostra poesia.
(pg. 9-10)


Sette parole: gioia, grazia, bellezza, sorriso, passione, ricordo e fine; sette “termini dell’amore” che originano un dialogo ripido, sul limite scivoloso della filosofia, che si piega senza annullarsi alla quotidianità di temi comuni e profondamente umani: l'amore, la gioia, il ricordo, la fine di un sentimento. Quello che arriva al lettore è uno scambio di frammenti poetici, ricordi letterari, battibecchi graziosi tra i due autori, che regala riflessioni affascinanti e nuove visioni sul concetto di amore ma anche, sorprendentemente, di letteratura:
In amore ognuno di noi è neonato, e aspetta solo che un poeta gli faccia vedere «la più diffusa delle nubi», come scriveva Montale: la gioia, appunto.
(pg. 12)
Quello che, anzitutto, si comprende è che amore e passione non fanno mai rima con possesso:
Il pensare
di essere tu a far star bene le persone che ami rischia di essere
uno dei peggiori ricatti. La salutare gelosia è utile per questo, serve
a farti capire che la felicità dell’altro non dipende da te.
(pg. 30)
Spesso per «cura dell’altro» s’intende la cura dell’immagine che tu hai dell’altro o la cura dell’altro secondo i tuoi canoni (...) il problema è che molto spesso la cura dipende da un fatto sottile: la cura è del destino dell’altro? E allora, diciamo così, è adeguata. Ma quando la cura diventa curar, cercare
di fare in modo che l’altro diventi quello che voglio io, curare l’altro secondo quello che penso io o di cui io penso abbia bisogno, allora la cosa non va. Questo, per inciso, è il motivo per cui molto spesso gli uomini scappano dalle donne ma le donne non lo sanno.
(pg. 77)
Cioè l’amore cos’è? È un «così
sia» ovvero la passione è vera, se è un movimento verso l’altro che
sfocia nell’accompagnamento verso il suo destino
(pg. 77)

Ma, piuttosto, molto spesso vanno a braccetto con il dolore, il dolore provato nel cambiamento, nel viverlo o nel notarlo nell’altro:
Federica: E quando le persone si trasformano da fontane di gioia
in fontane di dolore?
Davide: Può accadere.
Federica: Ma cambiano loro o cambi tu?
Davide: Può accadere in entrambe le direzioni. Cambia lo sguardo
e/o cambia la persona. La fregatura nell’esperienza umana è pensare
che ci siano degli automatismi.
(pg. 21)
Tra le molte riflessioni preziose che arricchiscono questo testo, una lettura non per tutti ma sicuramente rivelatrice, le più alte, le più vere e quelle che arrivano dritto al nocciolo di uno dei problemi più tipici di questa nostra epoca postmoderna (questa nostra “società liquida” per prendere in prestito Bauman) sono quelle dedicate alla letteratura e al perché oggi non si legge più, non si studia, non si segue una genuina curiosità verso il testo scritto e il sapere:
Perché la gente non legge? Perché non si sente a rischio. Se non rischi l’anima che cosa te ne frega
della lettura?
(pg. 39)
«Ma è possibile che le persone non vogliano sentirsi leggere?», e non penso all’intrattenimento. Qui c’è in gioco il peso dell’anima, un peso che nello specifico può essere sopportato e diluito solo nel
tempo che la lettura impiega ad avverare una storia.
(pg. 39)
Il fatto è che manca la motivazione. Perché Dante si rivolge a uno chiamandolo «lo mio autore»?
Perché è nella selva, sa che sta rischiando di perdere sé stesso, altrimenti di Virgilio che cazzo se ne fa? Se non ti senti in una selva, perché dovresti confrontarti con un autore? (...) Leggi in un certo modo solo se capisci che la vita è il rischio di perdere te stesso.
(pg. 43)
Precisa, diretta, al netto di preamboli e ipocrisie è la spiegazione che dà Davide Rondoni della mancanza di interesse da parte dei più giovani (e non solo) verso la letteratura e lo studio in generale:
Perché Dante sceglie Virgilio e non Menandro come autore? Perché Virgilio ha fatto il viaggio, ha vissuto lo stesso mio rischio, e per questo è autorevole. Se tu a un ragazzo parli di letteratura senza
rischiare l’anima, perché dovrebbe farti domande?
(pg. 44)

Letteratura e amore, in un intreccio di concetti, una commistione che svela come l’una dipenda dall’altro e il secondo dalla prima. Sono strettamente legati nella misura in cui se non investi di passione la tua ricerca letteraria (come autore e come lettore) non potrai mai accostarti all’Arte, non potrai mai vivere in essa.
Lieve e inesorabile è il cammino che conduce i due autori ai simboli ultimi di ogni amore: il ricordo (dolce) e la fine (amara):

Il ricordo è il luogo dove tutte le parole di un amore si danno appuntamento per avviarsi insieme, tenere e imprecise, verso l’ultima stazione della fine.
(pg. 81)
Il ricordo è vita non addomesticata. Pensa ai ricordi che uno non vorrebbe avere, che vorrebbe scacciare. E che invece si ripresentano, non finiscono mai. Vita che ti porti addosso come una spina, una sospensione del respiro, un’aritmia.
(pg. 83)

E, nella fine, davanti a una scettica Federica, Rondoni assesta l’ultimo colpo, affondando definitivamente l’idea di amore esclusivo, così prettamente «femminile»:

L'amore esclusivo è un'idea limitante, un concetto superato, miope e inutilmente moralistico:
L’idea che uno si possa prender cura di una sola persona, ad esempio, è secondo me banale e più adatta a pensare a uno che cura un orto e non sei, o si affeziona a una cocorita e non a dodici. Ma tra persone, sia nei rapporti in cui entra in gioco una forma di eros, sia in quelli in cui tali forme non ci sono, la cosa è ben più ricca, varia, possibile. E i modi, le forme, gli spazi della cura sono tanti. E poi l’amore non ha come forma solo la cura, pur nelle sue tante declinazioni. La cura sa un po’ di ospedale. E certo l’amore è medicazione, anche. Ma è soprattutto trasporto, viaggio, visione.
(pg. 100)

L’amore è cura. Ma anche trasporto, viaggio, visione. Come, del resto, la letteratura.

Barbara Merendoni

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