sabato 5 marzo 2016

#CritiCinema - "Spotlight", un'importante lezione di giornalismo

Il mondo del giornalismo è da sempre protagonista al cinema di storie di varia natura, che ne hanno messo in risalto di volta in volta l’aspetto più glamour, la tenacia nel perseguire la verità, luci ed ombre di un ambiente che nonostante tutto continua ad esercitare su alcuni di noi un certo fascino, a dispetto della crisi del settore di questi ultimi anni e dei profondi mutamenti che ne sono derivati. A partire da Quarto potere di Orson Welles, passando per – solo per citarne alcuni, tra i miei preferiti – La signora del venerdì, Prima pagina, Tutti gli uomini del Presidente (ad oggi ancora a mio avviso tra i migliori del genere), Quasi famosi, Erin Brockovich, per arrivare ai più recenti come Frost/Nixon, La regola del silenzio. E, ora, a Spotlight.
Uscito negli Stati Uniti lo scorso Novembre e vincitore di numerosi premi tra cui due Oscar (miglior film e miglior sceneggiatura originale), è il racconto accurato della reale indagine iniziata nel 2001 dalla squadra di giornalisti investigativi del Boston Globe sugli abusi sessuali avvenuti negli anni Settanta in diverse parrocchie locali, che ha contribuito a rendere pubblico uno dei mali peggiori della Chiesa cattolica e che è valso al giornale, nel 2003, il premio Pulitzer. Per la regia di Tom McCarthy, che insieme a Josh Singer ha curato anche la sceneggiatura, Spotlight (dal nome della squadra di giornalisti, appunto) mette insieme un ottimo cast per un film corale, in cui spiccano le interpretazioni magistrali di Mark Ruffalo, Michael Keaton, John Slattery e Stanley Tucci, al servizio di una storia capace di ricordarci quanto il giornalismo – quello serio, impegnato nella ricerca della verità – sia necessario, fondamentale. Il risultato è un film per nulla autoreferenziale o celebrativo, giocato su dialoghi attenti, che fa riflettere e indignare per il tema trattato e contemporaneamente offre con sorprendente realismo uno spaccato di un mestiere e di un mondo. Un film quindi che ha molti livelli di lettura e che è ad oggi, a mio parere, uno dei più significativi del genere.
McCarthy ricostruisce la storia a partire dall’arrivo al Boston Globe di Marty Baron (interpretato dal sempre interessante e poliedrico Liev Schreiber) nominato nuovo direttore della rivista: un outsider, ebreo, non sposato, per la prima volta in una città nella quale non conosce nessuno e di cui ne ignora naturalmente dinamiche e relazioni. Un uomo rappresentato da Schreiber con toni pacati, piuttosto silenzioso e serio, di cui facilmente intuiamo la difficoltà di inserirsi in una nuova redazione (e il ruolo che è stato chiamato a ricoprire naturalmente era ambito anche da altri, interni al giornale) e soprattutto in una città dal carattere chiuso, per certi versi provinciale, di cui ignora meccanismi e dinamiche relazionali. Nelle sue prime settimane in veste di direttore, scopre un articolo scritto dai suoi collaboratori qualche tempo prima su un caso di pedofilia da parte di un sacerdote locale, ma mai adeguatamente approfondito; convinto dell’importanza della storia, affida il caso alla squadra Spotlight, guidata da Robby Robinson (Keaton) e dal vice caporedattore Ben Bradlee Jr (Slattery) insistendo affinchè la storia venga adeguatamente approfondita e resa pubblica.


Come accennato quindi, il film ricostruisce con dovizia di particolari e precisione il lavoro della squadra investigativa mettendo in luce ogni aspetto dell'attività giornalistica nei primi anni duemila, svincolato dall’aura glamour che tanto piace ad Hollywood in storie di questo genere ma insistendo sull’aspetto più realistico e quotidiano del mestiere, tra dubbi, ricerche, archivi e ritagli, lavoro di squadra, frustrazioni e porte in faccia. Senza mancare, inoltre, di sottolineare le colpe dei giornalisti stessi che in precedenza avevano ignorato la storia e che ora scoprono uno scandalo ben più grave di quanto immaginato. È un atto d’accusa contro quei preti che per anni hanno abusato di minori indifesi e, soprattutto, contro quel sistema corrotto che li ha protetti, con omertà e silenzio comprato dall’alto di una posizione di potere – politico e morale - , lasciando i colpevoli impuniti e le vittime spezzate. Ottanta sacerdoti della Chiesa di Boston colpevoli di abusi sessuali, mentre l’arcivescovo Bernard Francis Law (Len Cariou, attore canadese visto in La signora in giallo e Blue Blood, tra gli altri) insieme alla complicità di alcuni avvocati locali ha per trent’anni coperto i colpevoli, periodicamente trasferiti in altre parrocchie o al massimo sospesi dietro false motivazioni. Comunque impuniti, mentre il trauma sofferto dalle vittime molto spesso è risultato impossibile da superare: vite spezzate per sempre, un dolore difficile da confessare e denunciare, la fiducia tradita proprio da coloro che dovrebbero proteggere, nel nome di un Dio che chiaramente offendono invece con le loro azioni. Il caso Spotlight e l’eccellente film che ne è stato tratto, si scaglia con forza contro i colpevoli responsabili degli abusi ma anche contro l’istituzione che li ha protetti e un sistema di alleanze e silenzi che sapeva ma ha deciso di tacere:

If it takes a village to raise a child, it takes a village to abuse one. [ Mitchell Garabedian, avvocato interpretato da Stanley Tucci, fonte della squadra Spotlight]


L'inchiesta durata due anni, intervallati dai terribili fatti dell’11 settembre 2001, ha portato quindi alla denuncia di tale sistema gettando le basi per un cambiamento reale nella Chiesa cattolica che, di recente, ha chiesto pubblicamente scusa alle vittime impegnandosi a combattere contro questo male che non deve più essere ignorato. E il premio Pulitzer, assegnato alla squadra nel 2003 per il pubblico servizio svolto, ha segnato un riconoscimento fondamentale non solo per i giornalisti direttamente coinvolti ma per l’influenza che il loro lavoro ha esercitato sulla pubblica coscienza. Tornando al film, la regia di McCarthy è riuscita a mettere insieme una squadra di attori eccellenti in cui le singole interpretazioni di alcuni di loro risaltano per momenti di intensità emozionale pur senza perdere il senso di racconto collettivo che caratterizza l’opera. In quest’ottica, difficile restare indifferenti di fronte alla prova di Mark Ruffalo (abile interprete tra cinema indipendente e blockbuster) che, nei panni del giornalista star della squadra Mike Rezendes, riesce a mettere in risalto – senza pur sovrastare le altre interpretazioni – dedizione, tenacia e passione che esplodono in un emozionante confronto diretto davanti alle titubanze dei suoi superiori.

This is not just Boston. This is the whole country, the whole world. They knew and they let it happen! It could've been you, it could've been me, it could've been any of us. [ Michael Rezendes]


Accanto a Ruffalo, colpisce l’interpretazione di Michael Keaton nelle vesti di Robby Robinson che, tra dubbi e pressioni guida la sua squadra nell’inchiesta insieme al redattore capo Ben Bradlee Jr interpretato dall’altrettanto bravo John Slattery. E dove Rezendes e i suoi compagni sono l’immagine del giornalista di strada, che – letteralmente – bussa di porta in porta, incontra le proprie fonti di persona o al telefono, dedito ad una professione dai ritmi spesso assurdi, Robinson e Bradlee rappresentano un modo di fare giornalismo consapevole dei giochi di potere sotterranei su cui si fonda la città, ma non per questo disposto ad assecondarli. Ed è, curiosamente, grazie ad un outsider, rappresentato dal nuovo direttore Marty Baron, che questi poteri vengono apertamente sfidati e i giornalisti spinti verso la ricerca della verità.

Una prova di cinema di qualità, tutto basato sul potere della storia da raccontare, l’interpretazione corale, i dialoghi realistici e momenti di coinvolgimento emozionale, dall’ostinata ricerca dei giornalisti al racconto sofferto delle vittime degli abusi.
Un film che, almeno per me, si colloca a pieno diritto tra i migliori del genere.

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