lunedì 15 giugno 2015

Il Salotto - Quello che insegnano i grandi romanzi. Intervista a Paola Capriolo


Io mi ricordo 
di Paola Capriolo 
Giunti 2015


pp. 272
13.60 euro


Mi ricordo: un titolo significativo perché nell’ultimo romanzo di Paola Capriolo, scrittrice e traduttrice, tutto ruota intorno alla memoria.
Adela e Sonja sono madre e figlia, si rincorrono tra le pagine che si divididono tra il doloroso passato ai tempi del Nazismo e il presente non meno difficile perché ancora in cerca di risposte.
Partendo proprio dal libro. Critica Letteraria ha dialogato con l’autrice per chiederle se oggi ideali e speranza siano ancora possibili.

1.     Ha scritto un romanzo in cui i personaggi femminili, Adela e Sonja, sono molto caratterizzati e al tempo stesso il contesto storico gioca un ruolo importante nella narrazione. Quali sono state le sue ispirazioni durante la stesura di Mi ricordo?

Nonostante l’importanza del contesto storico, l’ispirazione è stata in primo luogo interiore, esistenziale; più che la Storia in senso stretto, mi interessava esplorare le ripercussioni di una tragedia storica così immane nella quotidianità e nel destino di queste due donne. C’è molto “vissuto” in Mi ricordo, forse più che in tutti i miei libri precedenti; ma c’è anche un catalizzatore molto potente, la famosa frase di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”, attorno alla quale tutta questa materia storica, psicologica, in parte persino autobiografica, si è andata pian piano componendo in una sorta di disegno, di figura. Così è nato il romanzo.

2.     Le due protagoniste hanno avuto un rapporto non semplice. Adela è sempre stata distaccata nei confronti della figlia Sonja per ragioni che si scoprono a poco a poco nella lettura. Le loro strade si sono divise troppo presto, ma c’è qualcosa che continua a legarle malgrado tutto?

Certo: la memoria e la compassione. Sono questi, in fondo, nel loro intreccio indissolubile, i temi centrali del libro. I destini delle due protagoniste sono così strettamente legati che Sonja, quanto più viene a conoscere la vicenda di Adela, tanto più riesce a conoscere se stessa; perché il presente affonda le sue radici nel passato e l’identità personale, quando è autentica, non può non basarsi anche sulla memoria, sul rapporto tra le generazioni.

3.     La figura del Maestro è misteriosa e affascinante. Come lo ha immaginato? Mi chiedo se il personaggio e il suo carteggio con Adela nasconda un riferimento a qualche nome conosciuto.

Ho pensato ad alcuni grandi intellettuali dell’epoca che, in un modo che oggi ci appare quasi inspiegabile, hanno manifestato simpatia per il nazismo o si sono in qualche misura compromessi con quel regime; ma non avevo in mente una figura precisa. Il Maestro è un personaggio lasciato volutamente nel vago, non sappiamo neppure se sia davvero un grande poeta o se (come mi pare più probabile) appaia semplicemente tale alla sua ingenua ammiratrice. Certo non c’è grandezza nel suo comportamento, al contrario, c’è una profonda viltà, una mediocrità morale che sembra incompatibile con il vero genio poetico.

4.     Lei è una studiosa di letteratura tedesca, il suo romanzo è ambientato in un contesto molto significativo in un cui, proprio a livello letterario, l’adesione all’istituzione si scontrava con una forte opposizione. Dopo i fatti nazisti in che modo gli scrittori tedeschi si sono serviti della parola per cercare di comprendere quello che fosse accaduto?

Mi viene in mente soprattutto la cosiddetta “letteratura delle macerie” dei primi anni del dopoguerra, rappresentata tra gli altri da Heinrich Böll: era davvero uno scavo impietoso, condotto con grande rigore etico, tra le macerie non tanto reali, quanto morali e psicologiche, che il nazismo aveva lasciato dietro di sé. Ma è un tema che, in forme diverse, percorre tutta la letteratura tedesca del secondo Novecento, almeno fino alla caduta del Muro.  

5.     Recentemente Erri de Luca, durante il processo in corso, ha reagito alle accuse dichiarando che il potere, qualunque esso sia, vada combattuto attraverso « la potenza della parola». La realtà di oggi è piena di messaggi politici alterati e violenti, forse la parola non salverà il mondo, ma può renderlo un posto migliore?

Io credo che la parola sia, innanzitutto, la forma principale del nostro interagire con il mondo: tutto avviene attraverso la parola, grazie alla parola o per colpa della parola. Di qui il suo immenso carico di responsabilità. Quando la parola è arte, però, più che di“migliorare” il mondo credo che dovrebbe proporsi di illuminarlo, di renderlo trasparente. E’ quello che hanno sempre fatto i grandi romanzi.

Paola Capriolo è nata a Milano nel 1962. Ha esordito come narratrice nel 1988 con la raccolta di racconti La grande Eulalia (Feltrinelli). Hanno fatto seguito i romanzi Il nocchiero (Feltrinelli 1989), Il doppio regno (Bompiani 1991), Vissi d’amore (Bompiani 1992), Una di loro (Bompiani 2001), Qualcosa nella notte (Mondadori 2003), Una luce nerissima (Mondadori 2005), Il pianista muto (Bompiani 2009), Caino (Bompiani 2012).
Saggista, autrice di libri per ragazzi, collabora, inoltre, con le pagine culturali del Corriere della sera. Come traduttrice di letteratura tedesca si è occupata delle opere di Goethe, Kafka, Kleist e Thomas Mann.
I suoi libri hanno vinto numerosi premi letterari e sono tradotti in molti paesi stranieri.




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