domenica 24 maggio 2015

#LibrinTrincea - Paolo Rumiz, "Come cavalli che dormono in piedi"

 

Come cavalli che dormono in piedi
di Paolo Rumiz
Feltrinelli, 2014

pagine 261

disponibile anche in ebook










Qui c'è puzza di gente mia, signori, lasciatemi solo, voglio cercare in pace i miei dalmati, i miei istriani, goriziani, triestini; parlare ai miei sloveni e croati della costa, e soprattutto a loro, i miei italiani "in divisa sbagliata", di cui per quasi un secolo non si è potuto parlare.

Scrivere di guerra è sempre un compito arduo, poiché è un tema complesso che inevitabilmente si ramifica sviluppandone altri, in gran parte legati a sentimenti, valori e convinzioni personali. È quindi difficile mantenere una prospettiva sufficientemente distaccata in modo da permettere a chi ne scrive di mostrarsi affidabile e corretto nei confronti del lettore.
Lo stesso vale anche per chi si assume l'onere di recensire l'opera, che andrebbe analizzata con la dovuta equidistanza per analoghe ragioni di correttezza e credibilità.

Questo esordio con tono da professorino, in realtà, non ha altro scopo che quello di stabilire un principio per giustificarne il mancato rispetto, sia da parte dell'autore del libro sia da parte di chi scrive queste righe di commento. Va tuttavia precisato, a parziale discolpa, che il mancato distacco in questo caso si ha nei confronti della guerra in sé e non certo di chi ebbe il discutibile privilegio di combatterla da una o dall'altra parte, pertanto credo che la parzialità non solo sia comprensibile ma quasi un atteggiamento dovuto.


Come cavalli che dormono in piedi narra la sorte di quei triestini, istriani, trentini, goriziani e dalmati che, in quanto sudditi asburgici, nel 1914 furono arruolati nell'esercito austroungarico e spediti a combattere i russi sul fronte orientale. Rumiz riporta una vicenda praticamente sconosciuta ai più, poiché nessun libro di storia ne fa cenno, in seguito alla completa rimozione del ricordo a opera del fascismo e della retorica nazionalista che ne costituisce un'eredità tossica ben viva ancora oggi.

Nel libro si racconta la storia di migliaia di soldati di lingua italiana visti con sospetto, denigrati e considerati di terz'ordine già da parte degli alti comandi asburgici, sottoposti ad angherie di ogni tipo a opera degli ufficiali austriaci e magiari. Dal 1915 poi, quando l'Italia ritenne più conveniente ignorare le alleanze strette in precedenza e quindi entrò in guerra dalla parte opposta, questa gente fu considerata l'emblema stesso del tradimento. In più, oltre all'incubo dei combattimenti nel fango della Galizia o nel gelo dei Carpazi e - per quelli che riuscirono a non farsi uccidere - della prigionia in Russia, fu loro riservata la beffa, una volta rientrati a casa a guerra finita, di essere considerati nemici in quello che era diventato il loro Paese e addirittura spediti in campi di rieducazione nell'Italia centro-meridionale.

Cosa costava al mio paese ammettere che sudditi leali del Kaiser potevano essere buoni cittadini del nuovo stato? È possibile che non si fosse voluto riconoscere il valore di quei ragazzi per paura di demolire il teorema dell'italianità di queste terre? Tanto imbarazzava ammettere che Trento e Trieste non erano state poi così male sotto lo straniero?

Degli oltre centoventimila uomini mobilitati, almeno venticinquemila furono i caduti. Cifre spaventose, tuttavia stimate per difetto, poiché le liste prodotte dalla efficientissima amministrazione asburgica e consegnate alle autorità italiane a fine guerra furono immediatamente fatte sparire causando l'oblìo di nomi e numeri.

Rumiz ci guida lungo il viaggio compiuto nell'Europa orientale alla ricerca dei cimiteri dove sono sepolti gli "italiani con la divisa sbagliata", fra cui uno zio che, come gli altri, non poté sottrarsi all'arruolamento da parte di quello che a tutti gli effetti era il suo Paese e che, come gli altri, venne considerato "prima troppo italiano per i tedeschi e poi troppo tedesco per gli italiani".

Un libro interessante e denso di spunti di riflessione, a tratti forse un po' troppo "lirico" ma comunque sempre profondo e ricco di riferimenti alla storia di ieri e di oggi. Rumiz, triestino, riesce a non scadere in prevedibili nostalgie viennesi, descrivendo in modo oggettivo la situazione di obsolescenza di un impero ("una gabbia repressiva e clericale") retto su un'eterogeneità che fu causa stessa del tracollo, e allo stesso tempo evita rimpianti legati a presunte "vittorie mutilate" o farneticazioni su Piave e zone limitrofe.

Capire l'Europa del 1914 può aiutare ad affrontare la crisi di cent'anni dopo: tra le cause della Prima Guerra Mondiale vi furono anche i nazionalismi e le divisioni etniche abilmente strumentalizzate, allora come nella Bosnia del 1992 e nell'Ucraina dei giorni nostri, simboli diretti della fattuale inconsistenza delle istituzioni comunitarie che vorrebbero ergersi a garanzia di pace e stabilità.

Ecco, il tema che emerge in modo più deciso dal libro di Rumiz è legato alla presa di coscienza della stoltezza ontologica di qualsiasi patriottismo, principale innesco di tutte le guerre in ogni angolo del mondo. Vale la pena di leggerlo proprio in occasione di questo ventiquattro maggio, in modo da arginare la valanga retorica - non sempre in buona fede, tra l'altro - in arrivo, che rischia di travolgere, insieme a noi, la memoria di tutti quegli uomini e quelle donne che portarono il peso di una guerra da loro non cercata e che non ha insegnato nulla a nessuno.

Ventiquattro maggio 1915 - ventiquattro maggio 2015

Stefano Crivelli

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