lunedì 13 aprile 2015

"Il palazzo dei sogni" di Ismail Kadaré e gli incubi del totalitarismo

Il palazzo dei sogni
di Ismail Kadaré
Tea, 2010

Traduzione di Francesco Bruno

pp. 205
€ 10,00




Il parallelo più immediato guarda ai soliti noti della distopia fantapolitica: 1984 di Orwell, Brave New World di Huxley o We di Zamyatin, ma quando Ismail Kadaré concepisce Il palazzo dei sogni ha in mente soprattutto l'Inferno di Dante. Ciò che si propone è la creazione di una realtà alternativa altrettanto oscura e chimerica di quelle elaborate dalla mitologia egizia, da Virgilio e Sant'Agostino, in grado di sviluppare una connessione con la contemporaneità politica (nella fattispecie la dittatura comunista di Enver Hoxha in Albania) abbastanza intima da poterne costituire una spietata allegoria, come i gironi danteschi per l'Italia medievale.

Al pari di Dante, Kadaré dispone di materiale di prima mano per arredare il suo Inferno. Al tempo stesso apocalittico e integrato, prima di partire per l'esilio volontario in Francia nel 1990 Kadaré è un nome di spicco di quello stesso sistema dittatoriale contro cui si scaglia nelle sue opere. Membro dell'Unione degli Scrittori e Artisti Albanesi, deputato al Parlamento durante gli anni più duri del Partito Unico, vicepresidente del Fronte democratico e direttore di una rivista letteraria, Kadaré non veste certo i panni mimetici del ribelle confinato sui monti. Subisce, certo, censure e attacchi per i contenuti libertari di alcuni suoi testi, ma invece del plotone d'esecuzione se la cava con temporanei divieti di pubblicazione. Nello stesso anno in cui viene pubblicato Il palazzo dei sogni (il 1981), Hoxha arresta e mette a morte alcuni dirigenti di partito accusati di attività controrivoluzionaria, ma Kadaré, il cui nuovo romanzo contiene la descrizione puntuale di un episodio molto simile, non subisce alcuna ritorsione oltre alla messa al bando del libro.


Insomma, nel periodo in cui progetta e completa il suo palazzo dei sogni, Kadaré è un elemento di primo piano di un organismo totalitario che teme e con cui però, in parte, collabora: un membro privilegiato (può viaggiare, scrivere e continuare a vivere) di una società che di norma mette il dissenso al gabbio o al muro, rispettato, ma consapevole di camminare costantemente sul filo di lama di volubili equilibri di potere. Precisamente come succede a Mark-Alem, il protagonista del suo capolavoro.

L'inferno in cui Mark-Alem si trova catapultato è il famigerato Tabir Sarrail, il Palazzo dei sogni: la più misteriosa e temuta organizzazione amministrativa di un gigantesco Impero ottomano. Nelle immense sale che si aprono al termine di sconfinati corridoi, in un dedalo di livelli, sotterranei, ali segrete, cortili interni e torri, centinaia di impiegati grigi e silenziosi trascrivono, selezionano, interpretano e decifrano i sogni dei sudditi di tutto l'Impero, trasportati al Tabir da flotte di "portatori di sogni" che si spingono a cavallo sino alle più remote province. Un'organizzazione articolatissima e imperscrutabile il cui fine ultimo è l'isolamento periodico di un Sogno-Guida, il sogno più ricco di segni premonitori, di cui il Sultano si serve per dirigere gli affari di governo o anticipare minacce e ribellioni:

... nel reame notturno del sonno si trovano sia la luce sia le tenebre dell'umanità, il suo miele e il suo veleno, la sua grandezza e la sua miseria. Tutto ciò che è fosco e nefasto, o che lo sarà fra qualche anno o qualche secolo, si annuncia nei sogni degli uomini. Ogni passione o idea malefica, ogni flagello o crimine, ogni ribellione o catastrofe proietta necessariamente la sua ombra molto tempo prima di manifestarsi nella vita reale. Ecco perché il Padiscià pretende che nessun sogno, anche se fatto ai confini più remoti del Paese, anche nella più normale delle giornate e dalla creatura più ignorata da Allah, sfugga all'esame del Tabir Sarrail.

Il controllo sui sogni come strumento e garanzia della preservazione del potere, affidato non a una minacciosa e concreta polizia segreta che pattuglia le strade col manganello, ma a un esercito invisibile di anonimi burocrati, al lavoro su tavoloni fiocamente illuminati, che viviseziona i nostri sogni con carta, penna e simbolismi. Nemmeno Orwell aveva avuto un'intuizione così inquietante (infatti si sarà mangiato le unghie nella tomba): il suo Ministero della Verità si era spinto solo a dire che "Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato", senza pensare che chi riuscisse a controllare i sogni si porterebbe a casa tutti e tre i premi. La psicopolizia del Grande Fratello sorvegliava espressioni e gesti, deducendo pensieri e intenzioni da attitudini involontarie; i funzionari di Kadaré si spingono oltre, portando il monitoraggio politico nel regno dell'inconscio.

Ultimo arrivato nella grande macchina di rielaborazione governativa dei sogni, Mark-Alem non comincia tuttavia dalla gavetta. Il giovane, malinconico e inquieto, è infatti un rampollo dell'antica e potente famiglia di origine albanese dei Quprili, che all'Impero ha dato nei secoli cinque Gran Visir, numerosi ministri e vice-ministri e una legione di alti funzionari; l'appoggio dei parenti lo lascia scivolare direttamente al primo dei livelli più alti, la Selezione, che si occupa di smistare i sogni eliminando quelli di nessun conto e inviando i più interessanti all'Interpretazione. È proprio dal tavolo di Mark-Alem alla Selezione che, nell'inconsapevolezza generale, si avvia l'ingranaggio che porterà i Quprili sull'orlo dell'ennesima rovina: il cammino burocratico di un sogno fin troppo enigmatico a lui affidato si concluderà infatti con una sciagura familiare e la ridefinizione dei rapporti della casata con il Tabir Sarrail, da sempre il contrappeso oscuro e temibile delle glorie e delle miserie della stirpe di Mark-Alem. Il quale, dalla vicenda che lo vede ignaro protagonista, finisce per ricevere una spinta che lo innalza in un lampo ai vertici dello stesso Tabir, salvandogli la vita, ma imprigionandolo nella gabbia di cristallo della sua delicatissima carica.

Condividendo le caratteristiche principali delle figure tragiche del dramma greco, Mark-Alem è la perfetta anima in pena di un inferno moderno. Senza rendersene conto dà inizio a una serie di eventi che rischiano di trascinare nell'abisso lui e la sua famiglia; per ben due volte si trova in condizione di arrestarne il corso, ma, del tutto soggiogato dalla malìa del Palazzo dei sogni, non è in grado di intuirne la pericolosità. Del resto, nei sogni come nei tempi oscuri dei totalitarismi in genere qualunque mossa è sbagliata. Così, sempre più confusamente, Mark-Alem si muove al confine tra la realtà fisica del mondo esterno al Palazzo e la realtà sognante delle sale di lavoro e dei corridoi, cominciando a perdere di vista dove finisca l'uno e cominci l'altra.

Che cos'era dunque successo alla vita, agli uomini, a tutte le cose di qui? Là (sorrise fra sé e sé come al ricordo di qualche prezioso segreto), là, fra i suoi fascicoli, tutto era così diverso, così bello, così pieno di fantasia... Le tonalità delle nuvole, gli alberi, la neve, i ponti, i comignoli, gli uccelli, tutto era talmente più vivo, più deciso! E i movimenti delle persone e delle cose talmente più liberi, lievi e armoniosi, in grado di sfidare le leggi dello spazio e del tempo! Come sembrava limitato, gretto e irritante, questo mondo, in confronto all'altro che lui serviva!

E si muove anche, Mark-Alem, lungo il confine tra le sue due patrie: la capitale dell'Impero in cui vive e lavora, e che lo opprime con la sua tetraggine soffocante, e i territori dell'Albania, la sua patria d'origine che ama senza conoscere, dove i bardi cantano le gesta della sua casa e in cui forse sta nevicando in silenzio quando viene per lui il momento di aggiungere gli episodi della sua vita al pesante volume della cronaca familiare: quando si rassegna a sacrificare se stesso, i propri desideri e aspirazioni, in nome del mantenimento del potere della famiglia e dell'Impero, come hanno sempre fatto i Quprili sin dall'inizio.

Attenzione, però: la valenza socio-politica del romanzo come denuncia allegorica dei metodi oppressivi dei totalitarismi non deve far passare in secondo livello l'avvolgente abilità narrativa di Kadaré, che raccontando una storia imperniata su uso e abuso dei sogni allestisce uno scenario che del sogno ha l'andamento e la tipica aleatorietà. All'interno del Palazzo dei sogni, la realtà si sdoppia e il tempo scorre secondo leggi proprie: ora quasi immobile, ora mortalmente fulmineo. I corridoi si estendono a perdita d'occhio, confondendosi alle estremità in aloni di luce e riempiendosi negli angoli bui di bisbigli e movimenti inquietanti; in essi si muovono figure senza scopo né forma, che compaiono e svaniscono e poi ricompaiono improvvisamente, a volte trascinando con sé delle bare. Le azioni determinano reazioni che non sono né uguali né contrarie, ma semplicemente imprevedibili.

Il palazzo dei sogni di Ismail Kadaré è un sogno che fin dall'inizio si trasforma in un incubo, in cui l'unica speranza sta nel non sognare se stessi. E anche in quel caso si può essere forse salvi, per il momento, ma comunque mai al sicuro.


Luca Pantarotto
@HoldenCompany

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