lunedì 13 aprile 2015

Appoggiati al tavolino di un triste saloon



La ballata del caffè triste (The Ballad of the sad cafè)
di Carson McCullers
Einaudi, 2013, 1^ edizione 1951

Traduzione di Franca Cancogni
pp. 155




In letteratura ci sono due tipi di "Stati Uniti del Sud". Da una parte, le atmosfere familiari, confortanti e bonarie di autori come Fannie Flagg che riesce a pennellare di speranza e leggerezza temi anche gravi come la Grande Depressione. Dall'altro lato, gli stati del profondo sud fanno da sfondo a storie di cupezza e disperazione, di povertà e miseria. Ci si aggira per posti dove le torte non vengono messe suoi davanzali a raffreddare e i vicini non si salutano amichevolmente e con una punta di invadenza.
Il paese in sé è squallido: non c'è nulla tranne la filanda del cotone, le case di due stanze dove vivono gli operai, pochi alberi di pesco, una chiesa con due finestre colorate e una misera via principale, lunga appena un centinaio di metri.(...) Il paese è solitario, triste, come un luogo remoto ed estraniato da tutti gli altri nel mondo.
Così inizia il racconto eponimo della raccolta "La ballata del caffè triste" di Carson McCullers e non si fatica ad indovinare in quale dei due filoni letterari si collochi.


In un triste agglomerato di case, miss Amelia Evans, a seguito dell'arrivo del misterioso, gobbo e provocatore cugino Lymon e su sua ispirazione, converte la sua bottega in un punto di ritrovo serale per gli ubriaconi e i disperati lavoratori della contea. L'unico saloon della zona sembra portare un po' di luce nelle esistenze della gente del posto, ma tutto si guasta con l'arrivo dell'ex marito di miss Amelia, un avanzo di galera di bell'aspetto che pare avere un'influenza inspiegabile sul gobbo Lymon.
Là, per qualche ora almeno, potevi mettere da parte la profonda e amara consapevolezza di contare ben poco al mondo.
Gli altri racconti, anche se ambientati in diverse città e contesti sociali rispetto a quello del caffè, potrebbero benissimo essere lo spioncino sulla vita degli avventori del bar. Ci si immagina quasi che una luce a "occhio di bue" illumini uno ad uno i tavolini del caffè per mostrarci storie di fallimento e delusione. Dal fantino che, scioccato per un incidente capitato ad un collega, non ha più l'energia di cavalcare, alla bambina prodigio del mondo del pianoforte che improvvisamente sente le dita pesanti e senza vita, questa carrellata di personaggi spenti e disperati popola l'universo dell'autrice. Tutte le comparse hanno avuto sogni e speranze e provano con sempre maggiore disperazione ad essere felici, tendono verso l'amore, ma non riescono mai a raggiungerlo. Nessuno di loro è banale: hanno tutti un dono, delle capacità che potrebbero farli
emergere e portarli alla felicità, ma nell'universo del caffè questo non è possibile. Ripiombano nel buio più totale: la luce sul loro tavolo si spegne e possiamo passare alla successiva storia di alcolismo o amori perduti. Ogni tanto l'autrice assume un punto di vista esterno, rompe la quarta parete e ci fa notare un particolare, sottolinea una situazione rassicurandoci sul nostro status di spettatori. Non ci fosse questo artificio, penseremmo di essere anche noi seduti al tavolo di quel caffè e avremmo paura che la luce possa venire ad illuminarci e mettere a nudo le nostre amarezze.

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