martedì 6 gennaio 2015

Gianfranco Marrone, "Gastromania"

Gastromania
di Gianfranco Marrone
Milano, Bompiani, 2014

pp. 203
11,90 euro

e-book 8,49 euro

«La gastromania, pur somigliandole in superficie, è il contrario della grande bouffe».

Amanti della ristorazione stellata, studenti universitari alle prese con mense olezzanti o improbabili pastasciutte-panna-e-tonno, nostalgici della torta di mele della nonna, casalinghe imbranate redente dal più economico prodotto surgelato, irriducibili seguaci dell'ultima dieta alla moda, soggetti ortorettici per scelta o per condizione. E ancora: carnivori impenitenti, invidiatissimi inappetenti, celiaci, allergici, vegetariani, vegani, innocenti spiluccatori di bacche e germogli; chef in erba o all'apice della gloria, food-blogger di successo, concorrenti (trionfatori!) nei più noti cooking show o salivanti spettatori di un palinsesto televisivo ancora non pago dell'ennesima rubrica sul crudo e sul cotto, sul dolce e sul salato. Poco importa a quale di queste categorie ci si senta più affini: la  “gastromania”, il fenomeno socio-culturale-alimentare del momento, finirà col riguardarci in eguale misura, dall'alto della sua democratica pervasività, a nostra insaputa o con il nostro assenso. Ci entrerà nella cucina di casa, infilandosi nel forno o galleggiando sul teleschermo, si insinuerà tra le applicazioni del nostro smartphone, ci seguirà al cinema e al museo e ci rincorrerà più che mai in edicola e in libreria. Influenzerà i nostri regali di compleanno e di Natale e finirà con l'interrogarci in ogni dove, dal baracchino del nostro cibo di strada preferito alla cena a lume di candela durante la crociera del viaggio di nozze. Finché saturi, e probabilmente assai seccati, ritorneremo senza troppo appetito al desco domestico, e infilzando con i rebbi della forchetta il rettangolino di pesce oceanico nella sua familiare panatura fosforescente non lo riconosceremo più come tale, finendo col dubitare, in ultima analisi, perfino di noi stessi.
Queste e molte altre, spiega Gianfranco Marrone, le conseguenze e le implicazioni di questa rinnovata mania nei confronti del gastronomico – la gastromania, appunto – argomentate dal saggista, semiologo e docente all'Università di Palermo in un illuminante volume che proprio dall'attuale e sfaccettato fenomeno trae il suo titolo (Milano, Bompiani, 2014). Illuminante, vale la pena ripeterlo, perché – similmente a un regime dietetico latu sensu inteso – prova a fare ordine nel caos indistinto di eventi, discorsi, oggetti, brand e messaggi orbitanti attorno al tema del cibo e dell'alimentazione, veicolati a velocità esponenziale dall'apparato mediatico e social-mediatico ormai parte del quotidiano. Marrone lo sa bene, e lo enuncia con parole inequivocabili:
«il cuore della gastromania batte forte nei media (…) I media dicono, generandola, della gastronomia che ci invade, e lo fanno occupandosi dell'argomento che più li manda in solluchero: se stessi. Così, i media parlano della gastronomia parlando dei media che parlano della gastromania. Non stupirà: la gastromania è fatta così, e anche i media».
Un circolo vizioso, parrebbe di intendere, ma che diventa virtuoso se lo si inverte nella sua principale direttrice di senso. Perché ciò di cui la gastromania si occupa si colloca difatti oltre il mero apparato sensibile, essendo essa in primis testimonianza efficace di un'assenza:
«in un modo o nell'altro, una cosa è certa: se si parla così tanto di cucina nei media è perché se ne fa pochissima; se ci sono tanti ricettari, è perché in pochi sanno cucinare bene; se si discute tanto del gusto, è perché è difficile trovare qualcuno, normalmente, che sappia mangiare».
In altre parole, come ben dice l'autore, «laddove la cucina muore, la gastromania s'espande», erodendo terreno ad un altro importante fattore, vale a dire la commensalità:
«dovrebbe essere importante recuperare il senso della convivialità, della condivisione, per il tramite del cibo, di opinioni, discorsi e valori, di quella forma di socializzazione, verrebbe da dire, primaria grazie alla quale, stemperando le derive della hybris utilitarista, riemerge l'umanità dell'umanità».
Ossessionati e deviati dalla pervasività del cibo, sperimentiamo le più paradossali contraddizioni: ci sentiamo sazi e appagati al lounge bar dell'aeroporto, dove il finto relax promesso dall'insegna si riflette invece sull'anonimato dell'offerta al suo bancone; travisiamo il reale al punto da non renderci conto di come il biologico e l'organico non siano altro che nuovi, più subdoli, brand commerciali; forti di un'estesa cattiva coscienza, male interpretiamo ruoli e convenzioni, attitudini e mestieri, e ci convinciamo che un cuoco, pur famoso, possa essere preso a modello non solo e non tanto di savoir vivre, ma anche come punto di riferimento in campo economico e politico; smarriamo, infine, il vero senso dell'arte, e ci ritroviamo (eclatante esempio) a leggere i romanzi di Camilleri e le avventure del Commissario Montalbano per poi cadere nei tranelli degli itinerari eno-gastronomici studiati ad hoc da comuni e province discordi nella rivendicazione di misteriosi primati culinari siciliani.

Che fare, dunque? Se Marrone sembra individuare una possibile via d'uscita solo apparentemente semplicistica nella riscoperta dell'interazione e della convivialità, alla sua prosa resta il pregio, affatto raro, di fare il punto (senza la pretesa di metterlo) su un argomento notorio ma ancora da più parti approcciato con snobismo o con sospetto. E grazie allo stile chiaro e nel contempo brioso dell'autore, Gastromania si conferma uno studio tanto divulgativo quanto accademicamente rigoroso, anche per il ricco apparato di note e rimandi bibliografici interdisciplinari in coda al volume. Una lettura, senza dubbio, di grande utilità per meglio comprendere gli aspetti sociali e culturali di un fenomeno internazionale in costante e continua evoluzione. E che, volens nolens, ci riguarda tutti. Foodies o no.

Cecilia Mariani

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