domenica 18 gennaio 2015

#CriticARTe - A Milano la mostra "Van Gogh: l'uomo e la terra"





Una coda lunghissima. Sicuramente da considerare prima di recarsi alla mostra “Van Gogh: l’uomo e la terra” fino all’8 marzo a Milano a Palazzo Reale, è la grande affluenza di pubblico: un’attesa che, soprattutto se si sceglie di visitare la mostra nel fine settimana e sprovvisti di prenotazione, può protrarsi anche per un paio d’ore nel piazzale adiacente al Duomo. Un tempo di attesa che potrebbe essere superiore all’effettiva visita quando, finalmente superata la biglietteria, ci si ritrova nelle poche sale che ospitano opere selezionate del maestro olandese. È una mostra dall’indubbio fascino, curata da Kathleen Adler, l’occasione per ammirare dal vivo quasi cinquanta dipinti e disegni provenienti soprattutto dal museo Kröller-Müller di Otterlo e dal Van Gogh Museum di Amsterdam, oltre a collezioni private mai esposte prima al pubblico ed opere provenienti da Città del Messico e Utrecht; soprassedendo poi sulla calca inevitabile in un freddo sabato pomeriggio milanese che rende difficile godere appieno della visita indugiando liberamente di fronte alle opere, è innegabile il rapporto immediato che l’arte di Van Gogh ha con il suo pubblico, quando anche non specialistico, che si muove da una tela all’altra seguendo l’audioguida fornita all’entrata e che, piuttosto dettagliatamente, accompagna durante il percorso scelto fornendo utili indicazioni via via sull’opera che abbiamo di fronte.

Eppure, nonostante il fascino delle opere scelte e il tema interessante che non mancheremo di qui a poco di considerare, a mio modesto parere il punto debole della mostra milanese è l’allestimento: ancor più inspiegabile considerando il fatto che è stato progettato dal celebre architetto giapponese Kengo Kuma i cui lavori sono sempre sorprendenti ed emozionanti. Ma emozione, almeno per quel che mi riguarda, è ciò che più di tutto mi è mancato di fronte all’allestimento delle mostra su Van Gogh. Certo, le opere del maestro sono sicuramente capaci di comunicare al pubblico tutta la complessità dell’artista, ma è innegabile quanto anche lo spazio creato intorno ad esse sia importante nell’emozione che possono suscitare nel visitatore. E nel mio – parziale, soggettivo, che non ambisce certo ad essere esaustivo o specialistico – giudizio un elemento che ha giocato un ruolo notevole è dato dal paragone con una mostra visitata un paio di anni fa in cui, oltre alla ricchezza delle opere selezionate, era difficile non rimanere colpiti dal notevole allestimento: “Van Gogh e il viaggio di Gauguin”, vista a Genova a Palazzo Ducale ad inizio 2012 e da allora rimastami impressa non soltanto per l’audacia del curatore Marco Goldin che aveva saputo abilmente accostare opere ed artisti tanto diversi tra loro ma anche, ed è quello che maggiormente mi ha deluso invece della visita milanese, per l’allestimento grandioso su cui spiccavano la ricostruzione della stanza di Arles in cui ammirare il celebre dipinto “Un paio di scarpe” e soprattutto l’intera sala dedicata all’opera di Gauguin “Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo” con il soffitto decorato in legno a richiamare lo stile di una capanna; immagini, parole e testimonianze poi, arricchivano una mostra da cui uscire davvero emozionati.
Di tutt’altro effetto perciò l’esposizione milanese, con le sale scure e spoglie, essenziali certo ma anche fredde e cupe, accostamenti semplici su base tematica, dipinti, disegni e una teca con estratti dalle lettere al fratello Theo. A guidarci nella visita, come si accennava in apertura, l’interessante percorso audio – anche se nella folla e in quelle sale dalla luce soffusa rintracciare numericamente le tele esposte non è stato semplicissimo- che permette di seguire il tema al centro della mostra: ossia il rapporto tra l’artista/l’uomo e la terra, tema che si ricollega anche all’Expo 2015 “Nutrire il pianeta, energia per la vita” e, nel caso specifico di Van Gogh, l’attenzione verso il mondo degli umili, la durezza del mondo contadino e la fatica quotidiana, un ambiente noto all’artista figlio di un pastore, collegato anche alle difficoltà creative e al lungo processo evolutivo che, fuori dai circuiti accademici tradizionali, ha portato il pittore olandese alla scoperta del proprio talento. In questo senso, l’allestimento ha senza dubbio attinenza e capacità di esaltare la profonda sofferenza e drammaticità di alcune tele, quei volti segnati dalla fatica e il travaglio dell’artista autodidatta e complicato che cerca la propria cifra stilistica. Percorso di cui possiamo cogliere alcuni aspetti mediante le opere esposte, emblematiche dell’evoluzione di Van Gogh che dall’esercizio su lavori di altri studiate nei libri raggiunge infine la propria maturità; e dai disegni cupi, i soggetti in posa intenti al lavoro nei campi, entrare nella sala con i grandi dipinti – passando per le celebri nature morte  dove troviamo ad esempio “Natura morta con piatto di cipolle” del 1889 e i ritratti tra cui quello di Joseph Roulin dell’89 - è un’esplosione di colore e pennellate sicure e vibranti che lascia sbalorditi, su cui spicca “Campo di grano con covoni e luna crescente” intorno a cui la folla si attarda. Non manca il noto "Autoritratto" del 1887, anche se la scelta di collocarlo in apertura lascia alquanto perplessi, ma a cui si torna volentieri alla fine della visita.

Assolutamente coinvolti dalle tele esposte, si attraversano le poche sale rimanendo un po’ sorpresi quando, dietro una tenda scura, scopriamo soltanto il bookshop e di essere quindi giunti alla fine dell’esposizione, che, va sottolineato, se non ha soddisfatto appieno per allestimento, è stata senza dubbio l’ennesima conferma del genio di Van Gogh e dello speciale, forte legame che la sua opera sa instaurare con il pubblico.

1 commenti:

Nicola Campostori

Reduce dalla mostra proprio oggi, confermo tutto: dalla coda immensa (anche previa prenotazione) al buio nelle sale, al fascino comunque speciale che alcuni lavori di Van Gogh riescono a trasmettere. Mi è sembrato, ma anche il mio è un parere parziale e non specialistico, che ci fossero poche opere.