mercoledì 5 novembre 2014

Luigi Fontanella, Bertgang


Bertgang Fantasia onirica
di Luigi Fontanella
Bergamo,  Moretti & Vitali, 2012



Ispirato dal racconto breve di Wilhelm Jensen, Gradiva, Luigi Fontanella trasforma la storia onirica che sta alla base della narrazione, in un delicato e appassionato poema in versi che vuol essere sostanzialmente una dedica alla sublimità della bellezza femminile, all’icona onirica per eccellenza che alternativamente compare e scompare dai reali luoghi di pompeiana memoria. Ed è proprio all’interno di una successione di elementi contrapposti, (« il sogno e la realtà», «l’agilità del passo femminile e leggero …» colto sull’ «ultima pietra immobile») e complementari (nel connubio di «spirito e vita», di «luce dorata nella giornata di rovente sole», in un gioco di luci e trapassi continuo) che si staglia l’immagine di questa straordinaria donna, Gradiva, sfuggente, ma fisicamente presente nella mente di chi la osserva ed elegge a protagonista del proprio Io reale.

In questo quadro scenografico di avvicendamenti, Zoe-Gradiva ricompare «sulla via di Mercurio», sugli stessi ciotoli di pietra dura che ora accolgono, in un luogo geografico che non appartiene alla poetica montaliana ma che ne rinvia agli oggetti desueti in essa situati, una lucertola avvolta anch’essa da «riflessi d’oro e malachite»; allo stesso modo la donna, attraente, emblematica, misteriosa e magra, è una figura allegorica che si presenta avvolta da immagini simbolicamente esemplari:     

Lei invece d’improvviso ricomparve

sulla via di Mercurio

di luce dorata avvolta…io intravidi

subito il suo profilo, il suo passo

agile e leggero, pura

immagine di sogno ma reale.

Sull’ultima pietra del suo passaggio

se ne stava immobile

distesa sotto il rovente sole

una grande lucertola, che m’inviava

fino agli occhi

riflessi d’oro e malachite.

[…] Non chiamarmi

Gradiva, il mio nome è Zoe,

non spirito sono, ma vita. […]

Lucidi i bei capelli bruni

La fronte alabastrina, due occhi

fissi e scintillanti su di me

“Sei tu Atalanta la figlia di Iafo?

O discendi dalla famiglia del poeta Meleagro”[1]


Il racconto dell’uomo attratto da Zoe si scioglie nel bel componimento in versi: il lettore può seguire vari itinerari di rappresentazione letteraria: il percorso reale del personaggio, stranito dall’indiscutibile bellezza della donna, cammina tra «ignoti sentieri e caseggiati in vista» che conducono verso un moderno «Albergo del Sole». La mente dell’uomo si immerge nel pensiero fisso di Zoe: la fantasia onirica diviene affresco storico con il rinvio  ai «ruderi  del grande anfiteatro pompeiano», ove è rimasto il calco di due giovani amanti a testimonianza dell’evento passato. Ma la successione di immagini, lontane e desuete, riporta per un attimo alla realtà l’uomo, infastidito dal ronzio delle mosche e incuriosito dal fermaglio femminile rimasto vicino alla cenere. I versi giocano una strana  disputa tra storia e presente, tra tragedia e bellezza, tra accordo sinfonico della natura e disaccordo tra antichità e modernità, in una divaricazione costante tra l’io e il mondo, tra «la stupenda sensualità che tutto minia e accende» e « il teatro di dossi, ebbri, calcinati» in ciò che Pasolini definiva «i due mondi»[2].


A lungo girovagai immerso

nei pensieri finché i miei passi

mi spinsero per un ignoto sentiero

di fronte ad un caseggiato mai

visto prima, presso i ruderi

del grande anfiteatro pompeiano

ove sorgeva un altro domicilio

“L’Albergo del Sole “…Entrai

per rinfrescarmi un poco, vuota

era la sala d’ingresso se non per il fitto

ronzare delle mosche in aria.[…]

Una giovane coppia di amanti

di fronte alla catastrofe

si era stretta in un ultimo

abbraccio…guardi, questo è un fermaglio

 raccolto nella cenere accanto alla ragazza”.[3]


In preda ad un stato d’animo di profonda e inconsolabile afflizione,  ecco apparire in «angolo del portico» Lei, donna d’incomparabile bellezza, altera perché «seduta su un alto gradino» e altrettanto riconducibile al tempo presente coi i piedi «penzoloni nelle scarpe color sabbia» che sottolineano l’appartenenza ad una concretezza oggettiva associata al suono della sua voce.

Ideale, illusoria, immaginaria è l’atmosfera che si crea attorno al quadro poetico creato da Luigi Fontanella. Estroso, ironico e «danzante» è, invece, il duello giocato tra il cammino e la fuggevolezza che si instaura tra Zoe e l’uomo, una favola poetica in cui manca la risoluzione di alcuni tasselli peculiari ad una vera storia d’amore e in cui persiste il desiderio/assenza di richiesta dell’uomo: Zoe poteva e doveva « rimanere dov’era».


 E proprio

in un angolo del portico ove mi aggiravo

sconsolato la vidi all’improvviso

riapparire. Era proprio lei

seduta su un alto gradino

i suoi piedi penzoloni

nelle scarpe color sabbia.

Il mio primo moto fu di fuggir via

tra due colonne del giardino. Ma

mi fermò la sua voce…Mi parlava

mi interrogava con pacata ironia

insieme ad un sorriso lieve e gaio pian piano

scioglieva l’intrico del mio rovello. “Ti è riuscito poi

di acchiapparla quella mosca

sulla mia mano? Hai fatto tutta questa strada

 per far di me esperienza

quando avresti potuto restare dov’eri…[4]


In un cammino a tratti condiviso, che giunge alla strada dei sepolcri d’Ercolano, il racconto quasi rapsodico ci rivela espressioni di “varia umanità” che evidenziano come tra i due personaggi vi sia anche un’affinità simbiotica apicale: Zoe Gradiva comprende con un sorriso invitante l’ «estrema fantasia» di lui e acconsente al suo pensiero erotico «sollevando l’abito con la mano» ed è dunque rapita dal suo sguardo affascinato; l’uomo, con un’immagine redivivus teatrale, perde il contatto con la realtà in un intenso assorbimento fantastico per lo più rivolto al passato.



Giunti alla Porta d’Ercolano

là dove la strada consolare

ha per pavimento le antiche pietre laviche

mi fermai…

Pregai Zoe Gradiva rediviva di precedermi…

Sorridente, lei capì la mia estrema fantasia.

Sollevò un po’ l’abito con la mano

e avvolta dal mio sguardo

trasognato, attraversò agile

e leggera quel lastricato

sotto un sole che tutto sfavillava

sogno, visione ed esistenza vera.[5]


Il componimento lirico di suggestione epica, ispirato al soggetto letterario e alla figura di fanciulla riprodotta in un bassorilievo antico, è rivisitato poeticamente da Luigi Fontanella che proietta il lettore in una duplicità di rappresentazione letteraria: un efficace realismo che ben si coniuga con le atmosfere surreali dell’inconscio; è infatti dall’accostamento di termini ossimoricamente molto presenti nel poema che sprizza una luce particolare, una luce dell’immagine per cui i due personaggi del racconto onirico si mostrano infinitamente sensibili e il valore di ogni sequenza poetica dipende, come affermavano i surrealisti, dalla bellezza  della scintilla ottenuta:


Noi combattiamo sotto tutte le forze l’indifferenza poetica, la distrazione d’arte, la ricerca erudita, la speculazione pura, non vogliamo avere niente da spartire con i piccoli o con i grandi risparmiatori dello spirito. Tutti i cedimenti, tutte le abdicazioni, tutti i tradimenti possibili non potranno impedirci di[6]


coltivare l’esperienza vissuta dell’incontro amoroso, valorizzando l’eterogeneità e l’incompatibilità di ordini sulle esperienze, sul ruolo dell’amore e della donna.[7] La particolarità dell’incontro, la dissonanza tra esperienze e la ricerca poetica ed extraletteraria divengono quindi per l’autore fonte costante di ispirazione e di scrittura.






[1]L. FONTANELLA, Bertgang Fantasia onirica, Bergamo,  Moretti & Vitali, 2012, p. 27-28.
[2] P. PAOLO PASOLINI, Le ceneri di Gramsci, Milano, Garzanti, 2003, p. 51.
[3] Ivi, p. 35.
[4] Ivi, p. 51.
[5] Ivi, p. 60.
[6] A. BRETON, Manifesti del surrealismo, Introduzione di Guido Neri, Torino, Einaudi, 2003, pp. 40, 69.
[7] Ivi, p. 10-11.

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