martedì 25 novembre 2014

"I ragazzi Burgess" di Elizabeth Strout

I ragazzi Burgess
di Elizabeth Strout
Fazi editore, 2013

pp. 447
€ 18.50 cartaceo



«Credo che scriverò la storia dei ragazzi Burgess».
«È una bella storia», approvò lei.
«La gente dirà che non è corretto scrivere di persone che conosco».
Quella sera mia madre era stanca. Sbadigliò. «Be’ in realtà non li conosci», mi rispose.
«Nessuno conosce mai veramente qualcuno».

Sull’incapacità di conoscere fino in fondo le persone con cui condividiamo pezzi di vita, perfino noi stessi a volte, la letteratura non ha mai smesso di interrogarsi; l’umana fragilità, i rapporti famigliari, le relazioni, sono topoi che non è difficile rintracciare in buona parte della narrativa moderna e contemporanea. Ma negli autori nordamericani sembra esserci un talento tutto particolare nel raccontare famiglie disfunzionali, rapporti in crisi, conflitti irrisolti; è l’incrinarsi del mito della famiglia borghese, è il racconto delle frustrazioni quotidiane, della città alienante o della provincia bigotta e crudele.
Elizabeth Strout, che già aveva stregato pubblico e critica con il romanzo-racconto Olive Kitteridge, si è imposta sulla scena letteraria internazionale proprio per la straordinaria capacità di raccontare la fragilità umana, la complessità di sentimenti e legami famigliari; a fare da sfondo la provincia americana, le piccole comunità, spesso contrapposte alla metropoli newyorkese. Il Maine, luogo d’origine dell’autrice, reale ed immaginato è ispirazione e sfondo dei suoi romanzi, dai racconti di Olive fino all’ultimo lavoro, I ragazzi Burgess. A cinque anni dall’assegnazione del premio Pulitzer, ad oggi ancora tra i più prestigiosi premi giornalistici e letterari di richiamo internazionale, Strout è un’autrice molto apprezzata dal pubblico e celebrata dalla critica e con quest’ultimo romanzo - in Italia edito sempre da Fazi editore lo scorso anno- ha saputo dare ulteriore prova del proprio innegabile talento narrativo.


Sulle capacità letterarie della Strout non si vuole qui mettere nulla in discussione e il premio assegnatole per Olive Kitteridge è stato anche l’occasione per decretare il meritato successo dell’autrice su scala internazionale; non è difficile ipotizzare verranno altri lavori e premi a conferma di un talento che ad ogni lettura non smette di colpire ed emozionare per la straordinaria capacità di indagare l’animo e i rapporti umani, frustrazioni e debolezze. E moltissimo di ciò che ha reso Olive Kitteridge valevole del premio assegnatoli si può ritrovare – per temi, spunti di riflessione, sensazioni, luoghi – in questo suo ultimo romanzo pubblicato, che conquista pagina dopo pagina con quello stile asciutto eppure partecipe che abbiamo imparato a riconoscere ed apprezzare come voce unica dell’autrice, ma che alla fine per qualcosa che non comprendiamo fino in fondo non riesce a toccare i vertici del capolavoro della Strout. Certo non è possibile leggere un autore tenendo sempre a mente il paragone con l’opera più perfetta e celebrata, ma in questo caso I ragazzi Burgess è un romanzo godibilissimo e scritto con la consueta attenzione, eppure anche ignorando il confronto con i racconti di Olive resterebbe sullo sfondo la sensazione di un lavoro accurato, in cui non mancano spunti di riflessione interessanti, tematiche ed interrogativi su cui vale la pena soffermarsi, ma che non bastano a scacciare la sensazione di una storia destinata a declinare, presto sostituita da nuova voce, nuovo romanzo. Brutalmente, è un romanzo che non decolla, che dopo la parola fine ci rimane addosso per qualche ora, una manciata di giorni, ma nulla più. E comprendere il perché di questo mancato coinvolgimento è davvero difficile, quando anche la critica internazionale ha in generale accolto piuttosto calorosamente The Burgess boys come la conferma dello straordinario talento della Strout.

Ma partiamo proprio dai ragazzi Burgess, protagonisti assoluti del romanzo: Jim, il golden boy che dalle modeste origini in un paesino del Maine si è costruito una brillante carriera come avvocato di successo finendo in un prestigioso studio legale di New York, una bella casa, una moglie innamorata e tre figli ormai grandi all’università; Bob è all’opposto del fratello maggiore il ragazzo fragile, insicuro, complicato e meno brillante, al limite dell’alcolismo, divorziato eppure morbosamente legato alla ex moglie Pam; e Susan, la gemella di Bob, l’unica dei ragazzi Burgess ad essere rimasta a Shirley Falls, anche lei un matrimonio fallito alle spalle e uno strano figlio adolescente taciturno e solitario. Tre vite molto diverse, per tutti il peso del drammatico incidente in cui il padre diversi anni prima perse la vita investito dall’auto su cui giocavano i bambini. Un peso che ovviamente ognuno di loro si è inevitabilmente portato nella vita adulta, con esiti molto diversi. Cresciuti in una casa umile, da una madre incapace di amare ognuno di loro con lo stesso sentimento, sono diventati adulti, Jim e Bob si sono allontanati dalla provincia e hanno lasciato indietro Susan, con cui i rapporti si sono fatti via via più scostanti. Ma inaspettatamente sarà proprio Zac, il figlio di Susan, a dare motivo ai tre fratelli di ritrovarsi ancora a Shirley Falls e mettere in discussione sé stessi, il rapporto che li lega, la propria vita stessa.

La vicenda si snoda quindi su strade differenti: è la storia dei tre fratelli tornati al paese d’origine per risolvere una crisi e che finiscono con l’interrogarsi sul proprio passato e sulla piega che la vita ha preso; ma è anche il racconto delle donne che fanno o hanno fatto parte delle vite di Jim e Bob, Helen e Pam, due differenti storie matrimoniali; ed è il gesto sconsiderato di Zac e le conseguenze a cui questo ha portato, il ritorno a casa dei fratelli Burgess, interrogativi sul passato e su una società sempre più multietnica. Ma prima di ogni altra cosa ci sono loro, i fratelli Burgess, ognuno con il suo carico di frustrazione, senso di colpa, fallimenti, infelicità. Bob, che ad una prima occhiata appare come l’inetto, l’inadatto alla lotta quotidiana nella scalata al successo e alla felicità, che non ci si spiega in fondo perché abbia scelto di ripercorrere le orme del fratello maggiore dedicandosi alla carriera giuridica per poi esserne sopraffatto e ripiegare in un ruolo emotivamente meno coinvolgente; ed è difficile comprendere anche la scelta di vivere in una città come New York, bellissima e crudele, se non forse nella spiegazione che da lui stesso una sera di fronte alla finestra: è una città enorme, popolata di innumerevoli vite, in cui in fondo è impossibile essere mai del tutto soli, basta guardare fuori da una finestra, uscire in strada, entrare in un locale. Per nulla complicato comprendere invece perché abbia scelto di allontanarsi da Shirley Falls, il luogo dove la sua vita ad un certo punto si è spezzata, l’innocenza perduta, la felicità per sempre incrinata in seguito all’incidente del padre di cui è stato l’involontario colpevole. Bob, fragile, complicato, verso cui la madre aveva un’attenzione particolare, ancora legato alla ex moglie in fondo mai del tutto dimenticata; così immaturo, incapace di prendere in mano la propria vita, affrontare i fantasmi del passato, schiacciato dal senso di colpa:

Quando suo padre morì Bob aveva quattro anni, e di quel giorno ricordava solo il sole sul cofano dell’auto, il padre coperto da un lenzuolo e anche, per sempre, la voce infantile e accusatoria di Susan: «È tutta colpa tua, cretino».

Così debole e mediocre nel confronto con Jim, il giovane di successo venuto dalla provincia alla conquista di Harvard prima e poi di Manhattan, sempre vestito in maniera impeccabile, sicuro, a proprio agio, mai l’ombra della minima paura negli occhi. Una moglie devota, una casa confortevole, vacanze lussuose. Lui, che era il maggiore, ha un ricordo meno sfocato dei gemelli su quella tragica vicenda di tanti anni prima.

Cos’è che aveva Jimmy? Cos’era quella componente intangibile, affascinante? Era il fatto che non mostrasse paura, realizzò Bob. Non era mai successo. E la gente detestava la paura. La detestava più di ogni altra cosa.

E Susan, quella rimasta indietro, l’unica figlia femmina amata dalla madre in modo così freddo, mai una parola gentile, un’attenzione. L’ombra della madre ormai defunta ha inevitabilmente condizionato il modo di essere madre lei stessa: ritrovatasi sola con un figlio adolescente il cui padre ha fatto presto ritorno nel paese d’origine in Svezia, vive la vita più penosa e solitaria, nella vecchia casa gialla in cima alla collina, ritrovandosi ora al centro della lotta razziale scatenata da quel figlio introverso che non riesce a capire.

Per quasi tutti i diciannove anni della vita di Zachary, Susan si era comportata come ogni genitore quando i propri figli si rivelano molto diversi da quel che aveva immaginato: aveva continuato a fingere, sperando disperatamente che per il suo sarebbe andata a finire bene. Crescendo sarebbe diventato se stesso, si sarebbe fatto degli amici e avrebbe trovato un posto nel mondo. Crescendo sarebbe diventato se stesso, gli sarebbe passata... Infinite variazioni di questo concetto si erano snodate nella mente di Susan durante le notti insonni. Ma la sua mente aveva conservato anche l’inesorabile pulsare del dubbio: Zach non aveva amici, era silenzioso, esitante in ogni azione, e i suoi voti a scuola appena sufficienti. I test mostravano un’intelligenza sopra la media, nessun disturbo noto dell’apprendimento, eppure gli elementi della personalità di Zach sommati insieme non davano il risultato giusto. E a volte la melodia del fallimento andava in crescendo nella mente di Susan, spinta da un’insopportabile consapevolezza: era colpa sua. Come poteva non essere colpa sua?

La storia di una Shirley Falls di fronte al fenomeno dell’immigrazione poi è quasi un plot a parte, arricchisce il romanzo di nuovi personaggi e motivi di riflessione, occupando uno spazio piuttosto corposo della vicenda. Come si accennava, è Zac a scatenare questa crisi quando, del tutto inspiegabilmente, lascia cadere in una moschea gremita di fedeli una testa di maiale insanguinata: ne segue ovviamente la reazione sconvolta della comunità somala che da qualche tempo popola tra il sospetto e la diffidenza la piccola città di provincia, le accuse della polizia locale che presto si tramutano in un caso federale di fronte ad un crimine a sfondo razziale. In soccorso dell’adolescente spaventato di fronte all’enormità della situazione vengono appunto il brillante avvocato Jim Burgess e il fratello Bob, nel tentativo non tanto di comprendere i motivi che hanno spinto il nipote a compiere un’azione tanto stupida e pericolosa quanto a cercare di ridimensionare il gesto alla bravata di un ragazzo innocuo. Ma in una comunità improvvisamente multietnica, spaventata dal diverso e incapace di comprendere differenze culturali e religiose, il gesto sconsiderato di Zac obbliga la cittadinanza – e noi lettori con loro – a riflettere su una società che cambia, su tolleranza e rispetto, ignoranza e diffidenza nei confronti del diverso, sentimenti di intolleranza e il recente pregiudizio dettato dalla paura. Leggiamo da una parte le reazioni dei Burgess di fronte alla crisi scatenata da Zac, le conseguenze del suo gesto nella comunità locale, dall’altra la reazione di paura e sgomento di un popolo di immigrati arrivati negli Stati Uniti con un passato di sofferenza e violenza inimmaginabile, che si scontra con una cultura così diversa dalla propria e una società che spesso li respinge, ne ha paura.

Restare qui, in un Paese che spesso discrimina e guarda con sospetto? O tornare indietro, ma a cosa, ad una terra amatissima ma devastata dalla guerra? Abdikarim sentì arrivare il mal di testa. Si avvicinò alla porta e si fermò a guardare il marciapiedi e gli edifici di fronte. Non sapeva se si sarebbe mai abituato a vivere lì. C’erano ben pochi colori in giro, a parte gli alberi del parco in autunno. Le strade erano scialbe e grigie e molti negozi erano vuoti, con le grandi vetrine spoglie. Pensò al tripudio di colori del mercato all'aperto di Al Barakaat, allo scintillio delle sete, alle vesti guntiino variopinte, all’odore di zenzero, aglio e semi di cumino. Il pensiero del ritorno a Mogadiscio era come un bastoncino che lo pungolava a ogni battito del cuore. Forse era arrivata la pace; all’inizio dell’anno si era diffusa una grande speranza. C’era il Governo Provvisorio Federale, ancora instabile, ma quello era nel Somaliland. A Mogadiscio c’era l’Unione delle Corti Islamiche, che forse sarebbe riuscita a governare mantenendo la pace. Ma queste erano solo voci, e chi sapeva a cosa credere? ..... andare o restare, non riusciva a prendere una decisione. Vedeva che alcuni dei più giovani riuscivano ad adattarsi; ridevano, scherzavano, parlavano con entusiasmo. La maggiore delle sue figlie era arrivata negli Stati Uniti denutrita, senza sapere una parola di inglese, eppure nell’ultimo periodo, quando lo chiamava da Nashville, Abdikarim percepiva già l’entusiasmo nella sua voce. Ma da parte sua si sentiva troppo vecchio perchè lo slancio dell’entusiasmo tornasse di nuovo in lui.

È un romanzo quindi su più livelli di lettura, che permette di interrogarci su tematiche differenti con molte delle quali oggi dobbiamo fare i conti. È acuta indagine dei rapporti famigliari, del legame tra fratelli, del senso di colpa e delle bugie su cui si è costruita una vita destinata a frantumarsi, del condizionamento che la famiglia d’origine ha sulla nostra formazione come individui ed adulti, sulla fragilità umana. Sui nostri rapporti oggi con il diverso, con il sentimento di sospetto e diffidenza con cui guardiamo agli altri, con le nostre paure. Sul mondo e la società che cambiano, sulla provincia che si svuota e resta ancorata ad un passato che non esiste più, su giovani in fuga e inaspettati ritorni. Sull’amore, la crisi del matrimonio, l’incapacità di diventare adulti ed assumersi le proprie responsabilità.
Si, forse la Strout non raggiunge le vette di Olive Kitteridge, ma la straordinaria capacità di scandagliare rapporti ed animo umano sono ancora una volta innegabili, pagina dopo pagina della storia dei fratelli Burgess.

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