sabato 1 novembre 2014

#Criticalibera. 1914-2014: un secolo dopo le "Meditaciones del Quijote" di José Ortega y Gasset

Il 2014 è l'anno in cui giustamente si ricorda il centenario dell'inizio della Prima Guerra Mondiale (1914-1918). Si tratta dell'evento storico di cui la mia generazione è pronipote, perché a vivere e combattere quel conflitto, che segnò la fine di un'epoca e l'irruzione della modernità nella vita quotidiana di allora, furono i nostri bisnonni, nati tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.

Ciononostante, vi è almeno un Paese in Europa che quest'anno non sarà impegnato nelle celebrazioni. O almeno non lo sarà direttamente. Si tratta della Spagna che in quell'occasione si dichiarò neutrale, per ragioni diverse da quelle che la portarono alla stessa scelta nel 1939 quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale. Se in questo caso vi erano ragioni logiche -il Paese usciva da tre anni di guerra civile che lo devastarono e che terminarono con una dittatura-, nel 1914 era più che altro una sostanziale estraneità alle questioni europee, complice la posizione periferica, a mantenere la Spagna fuori dalla contesa bellica. Inoltre, nel 1898 era calato il sipario sull'Impero coloniale con la sconfitta nei Caraibi contro la flotta degli Stati Uniti e la conseguente perdita di Cuba. Gli strascichi di quello che in Spagna fu un vero e proprio shock erano ancora ben tangibili alla metà degli anni '10 del XX secolo.

Detto ciò, il 1914 è però un anno particolarmente fortunato per la cultura e la letteratura spagnola. Tanto fortunato da dare il nome a una generazione di scrittori e intellettuali ben precisa i cui principali esponenti erano il filosogo José Ortega y Gasset e il poeta premio Nobel per la Letteratura Juan Ramón Jiménez.

Le periodizzazioni della letteratura sono per lo più materia per gli storici che compilano manuali. Ciononostante, la generación del '14 si distingue nettamente da quella che l'ha preceduta (detta del '98, quella di Miguel de Unamuno, per intenderci) e da quella che l'ha seguita (detta del '27, quella di García Lorca e Rafael Alberti).

Jose Ortega y Gasset (Wikipedia España)
Nei confronti della generación del 98, Ortega e compagni manifestano la volontà di uscire dal XIX secolo ed entrare nel XX. La chiave per portare a termine questa operazione, soprattutto dal punto di vista culturale, è l'Europa: porre fine all'isolazionismo periferico della Spagna. Il progetto politico, sociale e culturale di questa generazione sarà la II Repubblica (1931-1939) che, con pregi e difetti, rappresenta la più importante esperienza democratica e liberale spagnola della prima metà del XX secolo. Esperienza che si è potuta concretizzare anche grazie al fatto che i poeti, scrittori e intellettuali della generazione successiva, quella del 1927, hanno saputo apprendere dai loro “colleghi” più esperti (Federico García Lorca riconosceva in Juan Ramón Jiménez un maestro). Quella del 1914 è dunque una generazione intermedia, che fa da cuscinetto tra la rigidità dell'Ottocento e l'effervescenza delle avanguardie. E forse anche per questo motivo l'avanguardia spagnola fu particolare rispetto a quella europea, meno disprezzante della tradizione (venne recuperato e reinterpretato Góngora, uno dei poeti più importanti, insieme a Quevedo, del XVII secolo, il Siglo de Oro), ma non per questo meno audace.

Veniamo all'anno, al 1914, che in questo caso non c'entra nulla con la Prima Guerra Mondiale e con quanto accadeva in Europa. In quell'anno José Ortega y Gasset pubblica un'opera fondamentale, non solo per la Spagna, le Meditaciones del Quijote. Inoltre, il 23 marzo 1914, il filosofo (appena trentenne) tenne una conferenza dal titolo Vieja y nueva política che si trasformerà nel manifesto politico di quegli uomini che contribuiranno a dare vita all'esperienza repubblicana, tra cui ricordo Manuel Azaña, ultimo presidente e coetaneo di Ortega.

Le Meditaciones del Quijote sono uno dei testi filosofici più importanti e di maggiore spessore del XX secolo. Lo stesso autore precisa la natura chisciottesca del suo libro, consapevole che si tratta di un concetto universale e, per questo, ambiguo:

En las Meditaciones del Quijote intento hacer un estudio del quijotismo. Pero hay en esta palabra un equívoco. Mi quijotismo no tiene nada que ver con la mercancía bajo tal nombre ostentada en el mercado. Don Quijote puede significar dos cosas muy distintas: Don Quijote es un libro y Don Quijote es un personaje de ese libro. Generalmente, lo que en bueno o en mal sentido se entiende por «quijotismo», es el quijotismo del personaje. Estos ensayos, en cambio, investigan el quijotismo del libro.

La precisazione operata da Ortega è rivelatrice per chiunque si avvicini alla lettura del romanzo cervantino in quanto introduce una differenza sostanziale tra il personaggio Don Chisciotte e il libro Don Chisciotte. Del resto, ancora oggi si commette spesso l'errore di confonderli, esaltando il personaggio e dimenticandosi del libro, il cui significato è molto più complesso di quello siamo abituati a pensare. Nelle Meditaciones non vi è traccia di mulini a vento o di isole Barataria (il pezzo di terra di cui diventa governatore Sancho Panza): quello di Ortega è un vero e proprio manuale su come leggere e interpretare il mondo attraverso Cervantes, ma non il Cervantes soldato a Lepanto o quello prigioniero in Algeria; quello di Ortega è il Cervantes del Don Quijote, maturo e disilluso.

Una delle pagine più significative dell'intero libro è quella che apre la seconda parte della Nota Preliminar, quando Ortega introduce il tema della prospettiva attraverso la metafora del bosco e del suo aspetto, che cambia a seconda del punto d'osservazione. Grazie ad essa il filosofo illustra con estrema chiarezza che ci sono cose che si rivelano a noi attraverso la loro invisibilità e queste cose sono spesso quelle più importanti e profonde:

Cuando se repite la frase «los árboles no nos dejan ver el bosque», tal vez no se entiende su rigoroso significado. Tal vez la burla que en ella se quiere hacer vuelva su aguijón contra quien la hace.
Los árboles no dejan ver el bosque, y gracias a que así es, en efecto, el bosque existe. Las misión de los árboles patentes es hacer latente el resto de ellos, y sólo cuando nos damos perfecta cuenta de que el paisaje visible está ocultando otros paisajes invisibles nos sentimos dentro de un bosque.
[...]
Desconocer que cada cosa tiene su propria condición y no la que nosotros queremos exigirle es, a mi juicio, el verdadero pecado capital, que yo llamo pecado cordial, por tomar su oriundez de la falta de amor. Nada hay tan ilícito como empequeñecer el mundo por medio de nuestras manías y cegueras, disminuir la realidad, suprimir imaginariamente pedazos de los que es.
Esto acontece cuando se pide a lo profundo que se presente de la misma manera que lo superficial. No; hay cosas que presentan de sí mismas lo estrictamente necesario para que nos percatamos de que ellas están detrás ocultas.

Il commento di Ortega al celebre romanzo di Cervantes, di cui quello citato è un estratto tra i più significativi, si discosta da quello di Unamuno e simbolo della generazione che precedette quella del filosofo di Madrid. Lo scarto tra il '14 e il '98 è perfettamente esemplificato nello scarto che intercorre tra le Meditaciones orteghiane e Vida de Don Quijote y Sancho Panza del rettore di Salamanca. Quest'ultimo studia il chisciottismo del personaggio, com'è anche evidente dal titolo del testo, sostituendosi in parte allo stesso Cervantes. Ortega, al contrario, commenta senza quasi mai nominare l'opera a cui fa riferimento. Ciononostante, entrambi hanno ancora molto da dire a noi che siamo qui, un secolo dopo a leggerli e commentarli. Basti pensare al fatto che Unamuno in Vida de Don Quijote y Sancho, nel commentare l'episodio che vede il Cavaliere dalla Triste Figura sfidare un vizacaino (basco), esorta i suoi conterranei (lui era nato a Bilbao) ad esprimersi in castigliano, non tanto per omologarsi al resto della penisola, ma per farsi capire, per rendere comprensibile il mondo che quella lingua esprime. Non si tratta di rinunciare all'euskera, anzi, è questa una strategia per avvicinare gli altri ad essa, per incuriosirli, per aprirsi a loro. Come non può avere questo ragionamento una eco nella Spagna di oggi, alla vigilia del referendum catalano (9/11/2014) e pochi anni dopo quello dei Paesi Baschi (2008)?

Tornando al 1914 e alle Meditaciones è doveroso chiudere con la frase che racchiude il senso ultimo del libro: «Yo soy yo y mi circunstancia y si no la salvo a ella, no me salvo yo». La circostanza non è da intendersi come “il mio orticello”, che farebbe parte dello “yo”, ma piuttosto come il mondo che ci circonda. È un invito a disfarsi dell'individualismo e ad allargare i propri orizzonti, a ricercare quella che Ortega chiama la plenitud del significado, andando oltre il significante, l'apparenza delle cose. Un messaggio quanto mai attuale oggi, un secolo dopo, quando certe lezioni della storia sembrano non esserci ancora chiare.

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