lunedì 18 agosto 2014

"Un pezzo di uomo" di Kari Hotakainen

Un pezzo di uomo 
di Kari Hotakainen
Iperborea, 2012
pp. 306



Dire che il mondo sta cambiando è la cosa più stupida che possiamo fare: il mondo cambia ogni giorno, cambia da sempre. È la cosa più stupida che c'è se ce ne serviamo per attaccare conversazione al bar tra un giro di briscola e l'altro, ma se mettiamo a fuoco il tipo cambiamento in corso, se ne registriamo le reazioni aggiungendo poi al tutto dialoghi divertenti e riflessioni che vanno ben oltre il sentito dire rischiamo di ottenere persino qualcosa di bello. Kari Hotakainen, ad esempio, su questo – e su molto altro, in verità – costruisce un ottimo romanzo.



In Un pezzo di uomo scorre la linfa impazzita di una realtà indecifrabile in via di scorporazione. Quella che chiamiamo logica del profitto e del capitale non è l'applicazione razionale di leggi di mercato ma un confuso, illogico e pervasivo colpo di straccio sul mondo, è un rimescoliò di carte in cui le vite umane figurano soltanto come elementi irrilevanti e trascurabili, utili nella misura in cui riescono a creare e a far circolare denaro.
Tra i genitori, Salme e Paavo, e i tre figli (uno muore a pochi anni di età) vi è un divario generazionale, com'è ovvio, ma l'inevitabile distanza è accresciuta dalla rapidità dei mutamenti a cui l'anziana coppia guarda con gli occhi stupiti di chi non sa capire ciò che si sta muovendo davanti alle proprie pupille: «Poi il mondo è cambiato, e io e Paavo non ci abbiamo capito più niente» (p. 48). Qual è, dunque, la trasformazione in atto? Le trasformazioni sono molte, naturalmente. Dalla precarizzazione del lavoro al capitalismo rampante e alla desertificazione morale che lascia lungo il suo cammino, ma forse il vero grimaldello con cui il “nuovo che avanza” si è aperto la strada è sostanzialmente dato dal ruolo egemone assunto dalle vacue parole a discapito dell'azione.
Salme e il marito hanno sempre lavorato in una merceria, hanno vissuto entro i confini di un universo fatto di strette di mano, di fili e ditali, di cose tangibili e definibili mediante termini univoci. I figli, che la madre crede consulenti aziendali, si muovono in un ambiente completamente diverso, ne subiscono la ferocia senza cadere nella passività o in critiche lanciate con più o meno compiaciuto fatalismo.



Helena, la primogenita, dovrà fare i conti con un'occupazione che le succhia la vita senza indicarle uno scopo da raggiungere, un obiettivo reale: «Non riesco più a mettere a fuoco nessuno. Tutta la gente attorno si dissolve, non sono che punti neri in questo biancore» (p. 108). Anche Maija è costretta a vedersela con un lavoro alienante in cui vende merci delle quali lei stessa non coglie la minima utilità (si licenzierà dopo aver bucato il palloncino formale illusorio delle buone maniere, ovvero dopo aver inveito contro l'ennesima cliente venuta a reclamare per un prodotto che «è una truffa ma non è rotto» (p.75) ). Pekka, il figlio maschio, spende da squattrinato i suoi giorni facendo tesoro delle sue istrioniche capacità imitative e guidando la sua vita lungo ghirigori anarchici e imprevedibili, tra banchetti funebri frequentati al solo scopo di riempirsi lo stomaco e la creazione di guide da distribuire ai senzatetto indicanti i luoghi in cui è possibile reperire assaggi gratuiti.


Quello che manca è un ancoraggio alla terra, una necessaria dose di pragmatismo che è condivisa dalla generazione dei padri e assente negli anni “volatili” che stiamo vivendo. Salme ha radici che affondano nel cuore duro e pulsante del proprio paese, la Finlandia, ed è in forza di quel senso del reale, magari eccessivamente semplificatorio ma salutare per non restare impigliati in un mondo dove tutto è astratto, che si scaglia contro gli inganni della letteratura e della tecnica: «Le meraviglie della tecnica mi sono del tutto incomprensibili, ma una cosa è certa: non cambiano di una virgola i problemi fondamentali dell'umanità» (p. 38).


Frutto indigesto della resa della realtà e della materia al dominio dell'astratto è un relativismo estremo, sempre prezioso e salutare finché non si radicalizza a tal punto da rendere opinione qualsiasi affermazione. Se è bene rifiutare ogni dogmatismo e deporre l'illusione di un senso da assegnare all'esistenza, resta pur vero – o auspicabile, in ogni caso – che qualche minuscolo punto fermo senza pretese dovrebbe essere visibile, al limite potrebbe anche essere inventato. Giusto per non annegare nel vortice di un mondo che si fa sempre più leggero*. L'ironia che depotenzia il pensiero e toglie incisività a ciò che tocca si insinua persino nel meccanismo dell'acquisto e della vendita, ovvero sullo scettro che governa l'impero universale del mercato: 
«Kimmo disse ridendo che scherzava, nessuno poteva più vendere niente a questo mondo facendo la faccia seria. È con lo humour che riempi il portafoglio, se la signorina mi capisce» (p. 224).
Kimmo è appunto la massima e parossistica incarnazione del cambiamento, ma al contrario di Salme e Paavo è restio ad accettare, pur senza comprendere, lo sgretolarsi delle gerarchie e l'impazzire di ogni bussola. È forse un discrimine determinante: si salva chi nel giardino della sua anima coltiva la propria diversità senza però illudersi di vivere in un ambiente che, purtroppo o per fortuna, è stato spazzato via dai flutti della modernità. Così fa Armas, uno dei più bei personaggi usciti dalla penna dell'autore. Estraneo allo sconvolgimento circostante e coerente con se stesso, dialoga con Kimmo in pagine che meritano di essere lette e rilette:
«[...] Vedi, una sola verità non esiste più. È per questo che sono uscito dal binario. Perché non potevo prendermela con nessuno. Meglio sceglierla con attenzione la bandiera da sventolare. Conviene cercare un drappo grande abbastanza da farti da tenda, in caso di bisogno» (p. 215).
Nessuno può avere sicurezze, al di là della certezza di morire, spiegherà poco più avanti. Proprio per questo si fabbrica una certezza piccola piccola che però svolge il suo compito: rende possibile vivere in mezzo al tornado. Questa certezza in minore è nient'altro che l'attesa dell'estate: 
«Se ripassi da queste parti di qui a un paio di settimane potrò dirti con esattezza l'istante preciso in cui è arrivata l'estate in questo paese. Non lo trovi rassicurante, questo sapere almeno una cosa con certezza? Che ne dici, Kimmo?» (p. 217).
Un pezzo di uomo, dicevamo, è anche molto altro. È una specola sulla menzogna e sulla verità nella letteratura come nella vita. È uno sguardo attento sull'alterità rispetto a se stessi e alla società (Biko, il ragazzo africano di Maija, dovrà affrontare pregiudizi in quantità) ed è, soprattutto, una riflessione sul segreto: il romanzo nasce perché la protagonista decide, senza farne parola al marito e ai figli, di vendere la sua vita a uno scrittore in crisi creativa. Gliela racconta – e, dunque, ce la racconta – dietro compenso. Ma un inquietante segreto legato al lutto che marchia la vita di Helena è gelosamente conservato anche da Paavo, e quel che il vecchio tace è ciò che darà il titolo al libro...
«Ma passando dalle fabbriche alle sale riunioni, non è che abbiamo modificato né abbandonato i nostri sentimenti, come fa una lucertola con la coda mozzata. Tutta la collera, la rabbia, la frustrazione ce le portiamo nei nostri uffici. Il problema è che lì non c'è un ripostiglio dove lasciarle. Non sono esplicitamente proibite, ma è sottinteso che appartengono a quella stirpe primitiva che ha costruito questo paese con una frenesia e un baccano infernali» (p. 75).

* «L'alleggerimento degli individui, la sottrazione di peso è del resto una delle principali forme di oppressione che oggi si esercitano sul singolo. Le nuove forme di assoggettamento, cioè di mantenimento dell'individuo nello «stato di minorità», quelle che oggi hanno sostituito i partiti, le ideologie e le religioni, richiedono Io leggeri, interscambiabili, esiliati dal discorso pubblico e dalla polis. Così nella rete, come fuori» (Benedetti Carla, Disumane lettere, Bari, Editori Laterza, 2011, p. 126). Così scrive il critico letterario Carla Benedetti riflettendo sulla diffusione dei blog nei primi anni dello scorso decennio. È una realtà, quella espressa in queste righe, che certo non caratterizza soltanto il mondo del web.



M. Giorgerini

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