venerdì 28 marzo 2014

#vivasheherazade- Il Salotto: l'intervista a Rosanna Filomena


C’è una certa propensione ad attribuire le cause del femminicidio alla sfera dell’inconscio e precisamente alla follia d’amore e alla malattia; bisogna ragionare, invece, sulle radici culturali del fenomeno, che vengono da molto lontano nel tempo; l'odio per le donne, la così detta  misoginia,  ha le sue radici nella religione e nella filosofia, da Platone  a  Nietzschein, che hanno sempre tentato di inculcare lo stato di subordinazione della donna all’uomo e l’avversione verso il genere femminile per il solo fatto di essere tale.
Fondamentalmente perché la donna fin dai tempi più antichi è stata identificata in un ruolo,  nei casi più estremi concepito solo per la  procreazione, altre volte nella funzione di madre, moglie, figlia e così via.
Chi uccide una donna, è principalmente, un uomo tradito, abbandonato, rifiutato, non ubbidito, che arriva all’atto violento quando la donna esce fuori dagli schemi predefiniti della  nostra società, non uccide per amore o malattia, lo fa perché non riesce a concepire la donna “fuori dalla sua funzione”.
Bisogna cominciare a cambiare (e già molta strada è stata fatta!) il concetto stesso di donna; non funzione ma equazione, non ruolo subordinato ma individualità.


Benvenuta Rosanna!
Il tema centrale della tua ultima opera è il femminicidio. Giacomo Devoto lo spiega come “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale”, mi pare tu sia ben cosciente di questa “sovrastruttura”, dandone prova nella tua ultima pubblicazione Lo scettro del re, edita il mese scorso per Edigrafema Editore. Da dove nasce la tua opera?

Grazie! Lo Scettro del re nasce dalla mal sopportazione che una donna debba difendersi proprio nella sua casa, dove offre se stessa ogni giorno, e dalla persona cui sta dedicando la vita, portando su di sè il peso di ricatti, soprusi, sopraffazioni; costretta a rimanere col proprio aguzzino, perché se osa reagire, semplicemente opporsi a una condizione di disagio che il partner le procura e le impone, viene minacciata, intimidita, ostacolata, perseguitata dalla furia ossessiva di un uomo che non sa amare. Un uomo che ha scambiato e confuso l'amore con il senso del possesso, col pensare che una donna sia di sua proprietà e che ella non può disporre liberamente del suo essere se non dietro il suo consenso.

Come mai hai scelto la strada del teatro?

Il teatro è un'Arte che mi appartiene intimamente, la sento come canale giusto per trasmettere emozioni e, attraverso queste, giungere alla riflessione.
Auspico che parlare della sofferenza custodita nelle coscienze di troppe donne, possa essere d'aiuto a quella stessa donna che si trovi in una particolare situazione, che si riconosca in una parola, un concetto, una sofferta emozione; che trovi un'affinità, una similitudine nella propria situazione e ritrovi, quindi, quello slancio, quella forza frenata da se stessa o da altri, una intuizione che la conduca alla riflessione per prendere le distanze tra sè e la violenza subìta, a cui si è, forse, anche adattata, abituata.

Mi pare che la tua opera sia una ricerca sperimentale sul linguaggio: la povertà  della punteggiatura, il non-detto, l’enjambement, le dislocazioni, sono tutti elementi volti a comunicare le sfumature espressive, tuttavia il rischio in cui si cade è l’arbitrio della punteggiatura.
Tu sei anche registra teatrale, che tipo di impostazione dai ai tuoi attori, libertà della performance o un ritmo serrato tipico del flusso di coscienza dei personaggi?

Lo scettro del re, come anche Quando il vento soffia forte - la mia precedente pubblicazione - adottano lo stile della omissione della punteggiatura, poiché sostengo l'idea che tra narratore e narratario vi sia un interscambio, un rapporto simbiotico, dove ciò che dice l'uno sia accolto in sè dall'altro e arricchito della propria esperienza culturale e quotidiana. Il lettore si impegna così a trovare le pause, le interrogazioni, le esclamazioni, i momenti di forte tensione da quelli di scontata leggerezza, quelli dei tormenti dell'anima dagli altri di apparente rassegnazione; se si accorge di aver sbagliato, torna indietro e riformula la frase e la parola; in questo modo entra nel testo coinvolgendosi sempre più.
Il non-detto serve a dare spazio al lettore nell'inserire la propria storia, l'emozione che l'accompagna, il silenzio del non racconto, le storie taciute e custodite nell'intima anima.
Nella performance do spazio alle ripetizioni, intense o sussurrate, alle pause che ogni attore stabilisce, ma non alla sostituzione delle parole poiché ognuna di esse è inserita per restituire un concetto, che si perderebbe se si cambiassero i suoni che esse contengono. D'altronde il mio è un teatro di parola, fondato quindi sulla drammaturgia e non necessita di accorgimenti o trovate scenografiche o registiche per tenerlo in piedi: necessita, invece, di un ottimo lavoro attoriale, quell'attore che ha la capacità di attirare su di sé le energie dell'ascolto, incentrando sulla variazione di tono tutto l'intreccio narrativo. Il ritmo è lento ma non senza momenti di concitato flusso evocativo, poiché ciò che risiede all'interno si è sedimentato e, divenendo consapevolezza, lo si tira fuori nella massima coscienza di sé, concedendosi il tempo giusto per argomentare, in un'alternanza tra un'apparente normalità liberatoria del racconto e un isterico passaggio alla rabbia dell'incredulo e assurdo accaduto.

Nel tuo libro il “vuoto maschio separato dall’uomo” è l’uomo privo di umanità; l’arte è senza dubbio un’arma di denuncia, può essere anche un’arma di cambiamento(non solo delle vittime ma soprattutto del carnefice)?

Io me lo auguro vivamente; le donne devono riappropriarsi della loro identità sottomessa alle regole degli altri, imparare ad essere umilmente orgogliose di se stesse, amando la propria natura, aspirando alla propria gratificazione e appagamento dell'anima, impedendo e non accettando la sopraffazione subdola e sottile che si insinua nei rapporti di coppia; non annientarsi nell'altro e vivere il proprio sé indipendentemente dalle relazioni amorose.  Gli uomini devono imparare che una donna va amata innanzitutto in quanto essere umano, che ella non è una cosa di cui essere proprietari, non un oggetto del quale si può fare ciò che si vuole. Ma un io pensante che ha la stessa dignità di esistere al pari di quello dell'uomo, che non c'è differenza sul piano emotivo, intellettivo e culturale.
La donna non deve essere separata dalla sua interezza, è al contempo corpo e anima, al pari dell'uomo. Occorre un ripensamento del modello educativo cui ci siamo riferiti finora, u.na rivoluzione culturale da cui nessuno è escluso.

Altra lettura consigliata sul tema è il libro di Serena Dandini, Ferite a morte, che è anche un progetto teatrale, in cui l’autrice parte da storie vere su vittime di femminicidio. I personaggi  de Lo scettro del re sono inventati o si è ispirata a delle storie realmente accadute?

Mentre la Dandini presentava il suo progetto nei teatri, io avevo già custodito i miei testi, pronti per essere inviati alla valutazione della Casa Editrice Edigrafema. Due donne contemporaneamente hanno avuto la necessità di parlare di femminicidio e provato l'analoga indignazione per ciò che una donna è costretta a subire, sentito il forte bisogno di doverne parlare attraverso l'arte del teatro.
Io, umile serva dell'Arte, mi esprimo attraverso la funzione sociale del teatro, usando la "finzione" come espediente per rendere ancora più credibile ciò che già lo è nella realtà e da cui non si può prescindere.

I racconti delle quattro donne delle mie piéces non appartengono alla sfera della straordinarietà, ma si incanalano in una ordinaria quotidianità. Non si tratta di racconti confidenziali o di interviste, e neanche di confessioni strappate alle donne. Ma piuttosto di naturali testimonianze che le donne si concedono, racconti che passano di bocca in bocca tra le generazioni, racconti spontanei serviti a molte donne per stemperare ansie e tensioni accumulate all'interno delle loro famiglie e trovare ascolto, comprensione, sostegno al di fuori delle anguste mura delle loro prigioni: le loro case.


Come scrivevo nella mia recensione, il tuo saggio teatrale è un’opera del riscatto del genere femminile. Qual è la direzione in cui bisogna andare perché si raggiunga una parità dei diritti e delle opportunità?

Senza il dialogo nessun rapporto è destinato a generare il bene per l'altro. E come faccio a conoscere chi sei, il tuo essere, le tue aspirazioni, se non me ne parli?  
La libertà è il fondamento del rispetto che si desidera per se stessi, è' più facile di quanto si creda: se si guarda e pensa all'altro come a noi stessi non sarà difficile averne rispetto e desiderare il suo bene. 

Non consentiamo a nessuno di ignorare, offuscare, immiserire i nostri sentimenti, le nostre qualità, le nostre ambizioni, perché essi valgono, vivono in noi e hanno bisogno di essere espressi: Diamo ad Essi la Voce che Meritano!


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