giovedì 12 dicembre 2013

Beppe Fenoglio, "Un giorno di fuoco"

Un giorno di fuoco (Racconti del parentado)
di Beppe Fenoglio
Einaudi, 1988 (prima ed. Garzanti, 1963)

pp. 93

disponibile anche in formato elettronico


Quanto a me, debbo dire che quella miscela di sangue di langa e di pianura mi faceva già da allora battaglia nelle vene, e se rispettavo altamente i miei parenti materni, i paterni li amavo con passione, e, quando a scuola ci accostavamo a parole come "atavismo" e "ancestrale" il cuore e la mente mi volavano subito e invariabilmente ai cimiteri sulle langhe.

I cimiteri delle langhe come la collina di Spoon River: un mondo antico popolato da personaggi strani, a volte grotteschi, spesso tragici, che emergono dai ricordi delle lunghe estati trascorse dal giovane Fenoglio presso i parenti paterni; l'oste Placido, lo zio Paco, Superino, Maggio e tutti gli altri attori di questa epopea amara - pur con qualche raro sprazzo di comicità - che racchiude le memorie di fatti straordinari e di banalità quotidiane.
La collocazione temporale dei racconti è rilevabile già dalla prima pagina, dove il raptus omicida del vecchio Gallesio viene definito "il più grande fatto prima della guerra d'Abissinia", ovvero negli anni immediatamente precedenti al 1935, gli anni del Fenoglio poco più che bambino.




Ciò che maggiormente costituisce la cifra comune ai sei racconti è l'analisi dell'ambiente, sia dal punto di vista delle relazioni umane sia da quello meramente fisico. Una terra ingrata e sterile popolata da gente disillusa e rassegnata, uomini che si spezzano la schiena nei campi e donne abbrutite dalla fatica e dalle privazioni. Una società contadina in fondo non molto diversa da quella del Meridione, forse ancora più desolata proprio perché a contatto con i primissimi accenni di modernità e, soprattutto, con la incombente e devastante industrializzazione:


"Hai mai visto Bormida? Ha l'acqua color del sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle sue rive non cresce più un filo d'erba. Un'acqua più porca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna."



La raccolta segue un ciclo perfetto che apre e chiude con due racconti "paralleli" - Un giorno di fuoco e La novella dell'apprendista esattore - che descrivono altrettanti episodi violenti, due momenti di estrema ribellione a una vita grama e senza speranze. La prospettiva di Fenoglio è, come sempre, scevra da ogni retorica e improntata al realismo più assoluto, anche quando descrive o fa riferimento a temi scabrosi quali sessualità, usura, adulterio, gioco d'azzardo, argomenti innominabili ma onnipresenti. Nel caso di questi racconti è evidente la commistione fra i toni vagamente nostalgici - sono, in definitiva, ricordi d'infanzia - e un distacco simile a quello del cronista che si limita a descrivere i fatti. Già nel primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, la tensione narrativa è mantenuta a livelli altissimi proprio tramite il raccontare fatti non vissuti direttamente. Il conflitto a fuoco tra Gallesio e i Carabinieri, evento epocale per le sonnacchiose langhe, è ricostruito tramite l'affastellarsi confuso di notizie riportate dai testimoni al giovane Fenoglio e allo zio, impossibilitato a correre sul posto dall'imposizione granitica della consorte, quella zia che, ricorda Fenoglio, dinanzi alla quale "io, un bambino di allora sette anni, avevo presto perduto il senso di quel diritto all'indulgenza di cui fanno tanto e quasi sempre impunito uso tutti i bambini". Una donna arida e inflessibile dalla religiosità dogmatica, quasi scaramantica, perfetto campione di una tipologia umana inserita in una dinamica esistenziale rabbiosa e istintiva, ai limiti dell'animalesco.
Un giorno di fuoco, pubblicato per la prima volta nell'aprile del 1963 da Garzanti, è la prima opera postuma di Fenoglio, scomparso nel febbraio dello stesso anno. Qualche anno più tardi Einaudi pubblicava i primi sei racconti che, come si deduce dalla lettura della corrispondenza tra Fenoglio e Calvino, lo stesso autore aveva programmato di pubblicare come prima parte di un ciclo di storie ambientato nelle langhe, dal titolo Racconti del parentado, memorie delle lunghe vacanze trascorse da Fenoglio negli anni dell'infanzia presso i parenti paterni a Santo Stefano Belbo, oppure - come nel caso de La sposa bambina e La novella dell'apprendista esattore - racconti sentiti narrare da parenti durante quelle vacanze e fedelmente riportati, con tanto di citazione della fonte.
Di particolare interesse è ala nota introduttiva all'opera a cura di Dante Isella, che ricostruisce il tortuoso percorso che ha portato al riordino e alla pubblicazione di questi e degli altri racconti che costituiscono l'eredità letteraria di uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento.

Stefano Crivelli

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