mercoledì 5 dicembre 2012

Un gioco intellettuale

Il cimitero di Praga
di Umberto Eco
Bompiani, 2010

pp. 523

19,50 €

Dal suo esordio nel 1980 con Il nome della rosa Umberto Eco ha sempre ostentato, in maniera più o meno palese, una narrativa di genere ibrido, a più livelli di lettura, che si adattasse ad un pubblico estremamente variegato per estrazione sociale e cultura personale, non trincerandosi dietro leziosità tanto erudite quanto inutili e di non immediata comprensibilità. Ogni libro di Eco risulta così essere una miniera, a cui si può attingere anche solo scavando a mani nude, fermo restando che concede parecchie soddisfazioni a chi voglia cimentarsi a più elevate profondità; libri, insomma, la cui forma ideale sarebbe quella dell'ipertesto, infarcito di link per verificare le fonti utilizzate dall'autore, se non anche per ricavare informazioni più dettagliate. Il cimitero di Praga non costituisce alcuna eccezione in tal senso.

Tutto l'impianto narrativo si regge su una dicotomìa di fondo, tanto presente da passare inosservata, tra realtà e finzione.
 – Sia chiaro, caro Simone, gli spiegava, passato ormai al tu, io non produco dei falsi, bensì nuove copie di un documento autentico che è andato perduto o che, per banale accidente, non è stato mai prodotto, ma che avrebbe potuto e dovuto esserlo.
(U.Eco, Il cimitero di Praga, pp.104-105)
Data l'ambientazione di fine Ottocento, l'unico personaggio di una certa rilevanza completamente inventato è il protagonista, Simone Simonini, notaio e falsario (ad un'antichista l'assonanza con il celebre Kostantinos Simonidis non passerà inosservata anche se completamente casuale). Tutti i restanti personaggi che si alternano nell'intreccio (Garibaldi, Nievo, Dreyfus, Lagrange, Taxìl ecc...) sono reali e fanno ciò che hanno fatto nella realtà storica. Il falso viene interpretato come il processo di alterazione della realtà affidato alla parola scritta. Primo gioco metaletterario: il protagonista, falsario, raccoglie da romanzi e dicerie informazioni su cui redigere documenti compromettenti; Eco raccoglie informazioni da fonti storiche per costruire un romanzo. In entrambi gli artefatti c'è esattamente ciò che può apparire credibile al proprio pubblico di lettori, ossia notizie che hanno già conosciuto in precedenza una certa diffusione. Eco, però, fa di più: per evitare qualsiasi identificazione con la sua creatura crea un sistema di tre personae loquentes che si alternano alle redini della narrazione, addirittura distinte graficamente attraverso l'uso di un tipo di carattere diverso al momento della stampa. C'è da dire che il confine tra queste tre figure è labile, forse marcato dal solo uso della terza persona del Narratore vero e proprio che finge di ritrovare i diari del notaio Simonini e dell'abate Dalla Piccola, suo alter ego, i quali a loro volta si esprimeranno in prima persona. E se mentre Dalla Piccola e Simonini si risolveranno in un unico personaggio verso la fine del romanzo, il Narratore rimane a parte, un tramite per il Lettore, ma immancabilmente ambiguo e sornione, su cui nulla ci è dato sapere.

L'occasione narrativa, come accennato, è costituita dal ritrovamento e successiva riproposizione pedissequa quando non riassunto dei diari di Simonini e Dalla Piccola. Secondo gioco metaletterario: scopri cosa è falso e cosa è vero. I diari sono assolutamente (anche se non fosse stato già ammesso dall'autore) un falso letterario. Ciò che tradisce la composizione moderna di questo romanzo è l'architettura perfettamente geometrica, ma ancor prima la lingua, meravigliosa, ma poco credibile messa in bocca ad un personaggio di fine Ottocento. Ma questa, che altro non è che convenzione scenica, è a pieno vantaggio di una più piena fruibilità del romanzo. 
Per quanto riguarda l'organizzazione del materiale tutto è pensato in un'ottica quasi musicale. Esso viene esposto in maniera lineare e coerente, con un unico filo narrativo, con accenni di nomi che poi si evolvono come cellule tematiche che pian piano arrivano ad avere una esposizione ed autonomia proprie. In questo ambito è da ricordare l'uso ossessivo dell'interposta persona, ossia ogni nuova vicenda, personaggio, tema o circostanza non è mai innestata direttamente e a crudo su quella precedente, ma Eco si serve piuttosto di comparse e personaggi di transizione che hanno il compito di allentare la tensione in vista dell'apertura di un nuovo filone. 
Una menzione merita il sistema delle cornici temporali, concepite a cerchi concentrici: all'esterno (prime ed ultime pagine, per intenderci) c'è l'intervento del Narratore, la cui personalità è fuori dal tempo e dallo spazio, tanto da iniziare a raccontare con un lunghissimo periodo ipotetico a più riprese, col fine sottaciuto di dichiararsi estraneo alle vicende narrate; a ridosso degli interventi del Narratore c'è il presente di Simonini, ossia il momento in cui inizia a redigere un diario sotto consiglio medico per riacquistare la memoria, un presente in cui vive e scrive il suo doppio, l'abate Dalla Piccola; il nucleo centrale, il cuore del romanzo, è invece costituito dal passato di Simonini, dalle sue peripezie giovanili fino agli accadimenti più recenti.
A chi ha paragonato questo romanzo ad un romanzo d'appendice ottocentesco, basandosi semplicemente sulle incisioni che arricchiscono il bel volume della Bompiani, consiglio vivamente di ripassare Hugo, Dickens e Dumas. Il Feuilleton ha una struttura essenzialmente cadenzata ed regolare, con capitoli o puntate di dimensioni costanti e recanti in grembo elementi ed aspettative capaci di stimolare la curiosità del lettore, spingendolo all'acquisto della puntata successiva. Fenomeni questi non privi d'alcun riscontro in Eco, ma manco così frequenti da poterci appiccicare frettolosamente etichette inesatte. Ancora peggio chi tenta di ascriverlo alla macrocategoria del giallo. La realtà è che quest'opera non è strettamente catalogabile sotto questa o quella dicitura, qualsiasi tentativo in questo senso troverà scettico quasiasi lettore. 
Sul piano contenutistico la chiave di volta dell'intera narrazione è la demonizzazione del diverso, teorizzata in un antisemitismo cieco ed ottuso e concretizzata nella redazione dei Protocolli di Sion, a cui Simonini dedica quasi tutta la sua esistenza, nei quali viene divulgato un complotto ebreo per conquistare il mondo. Il fatto inquietante è che i Protocolli siano realmente esistiti e siano stati anche alla base dell'antisemitismo nazista, nonostante fosse stata ampiamente ed anticamente dimostrata la loro falsità. Che cos'è quindi l'antisemitismo di Simonini? Si tratta di un odio sopito insito nella società tardottocentesca, sobillata ad arte contro il nemico di turno (accanto ad ebrei trovansi nella fattispecie massoni, gesuiti e monarchici). Un nemico che non si è mai fatto vedere:
[...] anche se di faine non ne avevo e non ne ho mai viste (odio le faine come odio gli ebrei).
(U.Eco, Il cimitero di Praga, p.251)
Vane e insensate mi appaiono a tal proposito le accuse della storica Lucetta Scaraffia, secondo la quale il lettore sarebbe incline a prendere sul serio l'antisemitismo di cui è permeato il testo sino a risultarne addirittura influenzato, trascendendo invenzione e realtà. L'unica replica possibile è la stessa risposta data al gioco metaletterario di cui sopra: è tutto falso. Ed un romanzo che può assurgere ad un piccolo trattato di storia della diffamazione ottocentesca, non può che provare l'artificiosità delle posizioni antisemite mostrandone il loro proprio meccanismo di formazione. Simone Simonini non è un personaggio che entra in empatia con il lettore, fino a risultare a tratti sgradevole per il suo cinismo; che lui e le sue idee possano ispirare repulsione invece che favore è indubbio.

Concludendo consiglio la lettura della splendida intervista concessa da Eco a Claudio Magris, sulle colonne del Corriere della Sera, reperibile a questo indirizzo.

Adriano Morea

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