giovedì 11 ottobre 2012

Giuseppe Cappello, "Scuola"



Scuola

di Giuseppe Cappello

Aletti Editore, Roma 

pp. 50 
€ 12,00


Questo libro di Giuseppe Cappello è costituito da un gruppetto di poesie, 26 in tutto, e da una scelte antologica delle stesse tradotte in inglese. Un libro, insomma, a dir poco stringato, che presenta al lettore una serie di componimenti appartenenti tutti ad uno stesso ambito tematico ed espressivo: protagonisti assoluti ed esclusivi di queste poesie sono la scolaresca, l’insegnante (o gli insegnanti) e l’aula, con tutti i suoi elementi materiali e inorganici e di cui la foto di copertina (ben scelta e ben significativa) fornisce una rappresentazione iconografica che ne conferma il ruolo tutt’altro che secondario nella trasfigurazione letteraria dell’esperienza esistenziale. Per quanto scarna, la silloge di Cappello merita, a parer mio, d’essere segnalata perché offre al lettore uno sguardo non comune sul mondo scolastico. Siamo abituati a veder rappresentato il mondo della scuola sotto una luce che ne mette in rilievo la disincantata e burocratica postura degli insegnanti, la distratta e infingarda partecipazione degli studenti e la derelitta struttura edilizia che li accoglie, l’aula, appunto. Tutte cose ovviamente innegabili e sperimentate da tutti e ciascuno, ma la poesia, la letteratura posso anche mostrarne i lati meno sconfortanti e indurre speranza per approcci meno abbrutenti. Ed è quanto fa, sospendendo considerazioni sociali stringenti e puntuali, il poeta-insegnante Giuseppe Cappello. Si tratta, beninteso, di uno sguardo idealizzante e soggettivo, ma sorretto da un’elaborazione stilistica coerente e riconoscibile, che le conferisce plausibilità e condivisibilità, letteraria, se non altro.
Secondo classificato al Premio Carver 2012, opera edita di poesia
Tra le tracce stilistiche più evidenti di queste poesie mi piace segnalare la commistione di termini di etimologia, stati d’uso e natura del tutto diversi, se non opposti, così possiamo trovare accostamenti tra “dio” e “iPod”, tra “essere” e “slang”, ecc.; le metaforizzazioni raffinate, sebbene talvolta un po’ ermetiche, che rendono rarefatta e preziosa l’espressione; le sovrapposizioni metaforiche o allegoriche tra situazioni comuni e quotidiane, il poker, il calcetto, il volley, e la proiezione mitiche che suggeriscono all’io lirico e che danno alla scolaresca una dimensione al contempo ideale e usuale, contingente e eterna. Le stesse parole, le stesse immagini, gli stessi procedimenti vengono ripetuti più volte in diverse poesie contribuendo a formare l’idea della poesia come stanza, aula, dentro cui risuonano, si richiamano, si ripercuotono, voci e pensieri, sensazioni ed emozioni, facendone un mondo chiuso, consapevolmente separato dal resto. Spesso il componimento non ha svolgimento sintattico o narrativo, e i singoli versi sono autosufficienti, collegati a quanto precede o a quanto segue in virtù del contesto, dell’aula reale che li suggerisce e di quella metaforica, la poesia, che li accoglie. Nell’ultimo componimento l’io lirico esce dall’aula e racconta il quotidiano viaggio dal centro alla periferia per raggiungere la sua scolaresca: il tono si fa più colloquiale, la trasfigurazione mitico-letteraria dell’esperienza esistenziale è modulata in forme più comuni. La clausola, però, dove il poeta incontra di nuovo la figlioletta, ripropone l’impennata improvvisa che va dal quotidiano al mitico senza passare per la storia e che val la pena di citare perché rappresentativa dei meriti e dei limiti dell’intero libro:
Ti vedo
(…) I lazzi ed i baci
Lancette d’infinito nel pendolo del dio.

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