sabato 31 dicembre 2011

CriticaLetteraria 2011-2012



A tutti i nostri lettori, amici e collaboratori
un augurio per un anno
ricco di gioia, soddisfazioni e buone letture


Buon 2012 da CriticaLetteraria



CriticaLetteraria 2011-2012: clicca per aprire il video

 


CriticaLibera: La malinconia dei luoghi, il gioco dell'identificazione tra romanzo e realtà nelle opere di Tomasi di Lampedusa


Il declino è abissale. Le cose, prima, erano molto migliori, più piene. È forse in questo momento che si avvertono i primi sintomi di nostalgia. Comincio a pensare che custodire e perdere gli oggetti non rappresentano due opposti. [...] Viktor e Emmy hanno ancora tutto - tutti questi averi, tutti questi cassetti pieni di cose, queste pareti tappezzate di quadri – ma hanno perduto il senso del futuro come ventaglio di possibilità.
Ecco la misura della loro decadenza.
Questo paragrafo, preso in prestito da Un'eredità di avorio e ambra di Edmund de Waal, pur essendo cronologicamente distante da Tomasi di Lampedusa, ha molto in comune col sentire dell'autore del Gattopardo. Di lui conosciamo bene il capolavoro che gli valse il Premio Strega postumo, lo stesso che è stato portato su pellicola da Luchino Visconti, ma spesso ci sfugge che Il Gattopardo non è l'unica opera di Tomasi di Lampedusa. Ci sono rimasti gli appunti di Storia della Letteratura Inglese e Francese, da cui sono state tratte le Lezioni su Stendhal (edite da Sellerio) e I racconti curati da Giorgio Bassani e pubblicati da Feltrinelli. E proprio all'autore del Giardino dei Finzi-Contini dobbiamo la pubblicazione del Gattopardo, romanzo dalla vicenda editoriale un po' travagliata: il dattiloscritto che Francesco Orlando scrisse sotto dettatura del Principe Lampedusa passò, tra le altre, nella mani di Elio Vittorini, che lo considerò inadatto alla collana I Gettoni, allora edita da Einaudi, restò a lungo in un cassetto di Elena Croce e vide la pubblicazione solo un anno dopo la morte dell'autore, nel 1958.
I Racconti contengono anche I ricordi d'infanzia, delle pagine assolutamente fondamentali per conoscere una parte della vita di Tomasi di Lampedusa, per capire quale fosse il suo rapporto coi luoghi in cui era nato e cresciuto, che vanno ben oltre Palermo. Ne descrive tutto: odori, colori, aspetto e le sensazioni positive che gli avevano sempre procurato. Il lettore che abbia già gustato Il Gattopardo, vi può facilmente riconoscere l'elegante palazzo dei Salina dalle molte stanze disabitate e la sfarzosa residenza estiva che l'autore colloca in una fantasiosa Donnafugata. In una delle sue ultime lettere Lampedusa risolverà il dubbio di molti studiosi sull'identità della vera Donnafugata, che poco ha a che fare con l'omonimo paese siciliano:
Donnafugata come paese è Palma; come palazzo è Santa Margherita.
Palma, ossia Palma di Montechiaro, fu fondato dai Lampedusa niente meno che nel '600, insieme al suo convento, in cui Isabella Tomasi passò i suoi giorni e morì in odore di santità: è lei la "Beata Corbera" del Gattopardo, ed è quello di Palma il convento in cui solo a don Fabrizio è lecito entrare, come del resto a Tomasi di Lampedusa, ultimo patrone del paese. Visitò il Palma di Montechiaro pochi anni prima della sua morte, una visita certamente importante per la stesura di uno dei capitoli del romanzo, in cui don Fabrizio si reca dalle monache ma lo stesso privilegio non tocca al suo nipote preferito, Tancredi.
Tancredi è fisicamente e come maniere, Giò;
Scrive ancora Lampedusa, alludendo a Gioacchino Lanza Tomasi suo figlio adottivo, che qui vediamo a sinistra, con la fidanzata, accanto a Lampedusa e la moglie.
Santa Margherita del Belice è il paese in cui i Lampedusa passavano le estati, nello splendido palazzo Filangieri Cutò, crollato nel famoso terremoto, ricostruito e oggi sede di un Parco Letterario dedicato all'autore. Le descrizioni dei giardini gattopardeschi dai profumi soavi o talvolta troppo forti furono scritti pensando a questo giardino e a quello della casa di Palermo. Persino il viaggio per arrivarvi è riprodotto fedelmente nel romanzo e nel film di Visconti, per quei paeseggi brulli e assolate della Sicilia.
Ma perché il paragrafo tratto dal libro di de Waal parla di Tomasi di Lampedusa? Perché descrive bene cosa significa la decadenza di una famiglia ricca, a cui rimangono i propri preziosi oggetti, semplici testimoni di una ricchezza che è andata perduta. E alla parola nostalgia di de Waal sostituirei malinconia, che è uno dei sentimenti che si avvertono più nettamente leggendo il modo in cui Tomasi parla della sua casa natale, distrutta durante un bombardamento nel 1943. Anche Il Gattopardo racconta della decadenza di una famiglia nobile, sorte che era toccata alla stessa famiglia di Tomasi di Lampedusa, che per vari motivi perse i luoghi della sua vita, distrutti dalle bombe o persi per i debiti di gioco di uno zio tutto particolare.
I Ricordi della sua infanzia ci chiariscono il modo in cui Lampedusa era legato ai suoi luoghi, che per lui erano molto più che semplici immobili: rappresentavano la sua stessa identità, come persona e come aristocratico e conducono il lettore nei labirinti curiosi del gioco dell'identificazione, alla ricerca di quale luogo della vita dell'autore corrisponde a quelli del romanzo e quale salone stuccato ad arte ha descritto pensando ad uno dei suoi palazzi.
I Ricordi ci parlano di un ragazzino a cui piacesse passare il tempo "più con le cose che con le persone", ossia coi libri e con gli ambienti della sua casa natale:
Anzitutto la nostra casa. La amavo con abbandono assoluto e la amo ancora adesso quando da dodici anni non è più che un ricordo.
La casa natale di uno dei più illustri autori della nostra letteratura contemporanea sarà ricostruita seguendo i pochi documenti dell'epoca, le descrizioni minuziose dell'autore si stanno rivelando più uutili di quanto si potesse sperare.
La casa (e casa voglio chiamarla e non palazzo, nome che gli è stato appioppato com'è adesso ai falansteri di quindici piani) era rintanata in una delle più recondite strade della vecchia Palermo, in via Lampedusa, al n. 17, numero onusto di cattivi presagi ma che allora serviva soltanto ad aggiungere un saporino sinistro alla gioia che sapeva dispensare. (Quando poi, trasformate le scuderie in magazzini, chiedemmo che il numero fosse mutato ed esso diventò 23, si andava verso la fine: il numero 17 le portava fortuna.)

Lorena Bruno

venerdì 30 dicembre 2011

Dei comprimari riflessi - Luigi Abiusi


Dei comprimari riflessi, Luigi Abiusi
(Sentieri Merdiani 2008)

Dei comprimari riflessi
di Luigi Abiusi,
Sentieri Meridiani 2008, Collana Le diomedee
a cura di Daniele Maria Pegorari,
prefazione di Raffaele Cavalluzzi


«Gli umani si direbbero affogati, in questi versi […] E un grande disordine […] trasforma, ha già trasformato, la vita […] in incubo senza attesa» – così scrive Raffaele Cavalluzzi in un'appassionata prefazione a Dei comprimari riflessi di Luigi Abiusi (Sentieri Meridiani 2008), preannunciando l'atmosfera rovinosa della raccolta.
Potrebbero andare di pari passo ai Capricci di Goya – per l'atmosfera grottesca e decadente –, oppure alle vedute di un Salvator Rosa post-moderno – quali ad esempio potrebbero essere i paesaggi distopici di Alessandro Busci, o le Dinamiche di Fabio Romano in cui l'artista rappresenta un doloroso e irrisolto rapporto corpo-paesaggio.
Sono «tratti, riflessi» «su un muro raschiato», sono parole scaraventate sul foglio.
Una caduta dolorosa – quella dell'albatros di Abiusi – affatto eroica, che dona al verso l'andamento d'una sorda litania e di un canto «ritmico e intricato»:

1[...]Piove ancora.
Sotto il riparo dell'arco,
il lampione si scrolla
di un varco, della faglia
nella breve muraglia.
[...]

Abiusi svolge tutto un paradigma di leitmotiv, d'immagini di decadenza che si trasformano e s'influenzano a vicenda, in base ai diversi momenti.
Interessante notare, in particolare, come le immagini e i simboli del sole e della luce vengono continuamente ribaltati come per una sorta di «inquietudine del sole». Questi versi, direbbe l'animo poetante, sono «un brusio moribondo che trasla la luce / nel silenzio»:

6
Sotto il ponte sta uno specchio
di piscio: indora dolcemente la finestra
e il lastrico, col mucchio fogliame
decomposto sole scostante
sulle piume di piccione
e gli occhi liquidi del cane
[…]
oppure:

11
[…]Nella gabbia di un balcone
i bambini giocano nel sole
arrampicato sui muri
a correre a spingere un pallone
in un tratto di sole:
corrono nella gabbia del sole.
E così possiamo capire meglio il senso di espressioni come «peso celeste», «vuoto del sole», «l'alba si appese al cielo», «cielo innervato sopra la luna», «sono / poroso d'oblio».
Più raramente, invece, il «dispositivo naturale» redime le immagini di crudeltà – si contrappone alla «meticolosa vanità della sera» ! – e si sublima «nella disposizione angelica dell'orizzonte».
Spazio interiore e paesaggio, lacerati dallo scontro luce/buio, assumono qui, inoltre, una sostanza sempre visiva.
È una poesia quasi-visiva questa che, come per un obbligo poetico imposto a priori, pare trasformare tutto in immagine-spazio, anche gli odori e i suoni.
Avvincente, anche se rischia di sfociare nella maniera, questo modo eclettico di giocare con le sinestesie: restituisce al verso, a tratti, un'atmosfera di leggerezza, rubando (ed è proprio il caso di dirlo) spazio alla cupezza generale della raccolta:

16
L'aria serale e aspra stava
dietro il silenzio monumentale,
d'incenso e striature d'altare
lune di vetri mosaici adocchiano
in mezzo al mosso fumo, incenso sale
che segna l'accesso
al portale di San Francesco:
ritorna viola, paesi sublunari,
accessi astrali, rossastri in mezzo
al deliquio d'incenso sale
dell'acqua, del canto:
lo spazio è sempre un sibilo
e un vuoto attuale,
o colma un cerchio astrale.
[…]



_____________________________________________

Luigi Abiusi (1974) è italianista e comparatista presso l’Università di Bari, dove si occupa di storia letteraria ed estetica del cinema. Su questi argomenti ha pubblicato diversi saggi, tra cui la monografia Tempo di Campana. Divenire della poesia tra Nietzsche e Deleuze (2008). È critico letterario e cinematografico: collabora con le riviste Filmcritica, Cinecritica, Critica letteraria e codirige, per CaratteriMobili, il trimestrale online di cultura cinematografica Uzak. Come poeta ha pubblicato i volumi Non un segno (2002) e Dei comprimari riflessi (2008).


giovedì 29 dicembre 2011

Una nuova prova del trasformista Baricco [recensione pseudo-soggettiva]


Mr. Gwyn
di Alessandro Baricco
I Narratori Feltrinelli, 2011

pp. 160
€ 14


A me il primo Baricco piaceva. Forse perché mi ero fatta l'impressione che I castelli di rabbia aprisse a una nuova sperimentazione; o perché Oceanomare mi aveva commossa per lirismo e stile; o perché Novecento è un monologo tanto denso da trarvi una serata teatrale di due ore col grande Foa, o un film splendido quale La leggenda del pianista sull'oceano. Poi qualcosa si è infranto, e non c'è stato niente  da fare. Se ho salvato poche pagine di Seta, la mia ammirazione è andata via via disfacendosi, perché più il caso Baricco faceva parlare di sé, e più le architetture narrative si facevano evidenti (vogliamo parlare di Questa storia, di Sangue o del tentativo quantomeno strampalato di ri-raccontare l'Iliade?). Anche il reinventarsi saggista con I barbari non ha suscitato gli effetti sperati (si legga, ad esempio, la polemica di Ferroni in quell'irriverente e godibile librettino collettivo di critica militante Sul banco dei cattivi, Donzelli 2006): o meglio, ha fatto parlare di sé abbondantemente, ma nessuna osannazione.

Poi, la svolta. Qualcosa si è incrinato, e se Emmaus è stato il primo sentore del cambiamento, Mr. Gwyn pare confermare quanto temevo: Baricco è il trasformista della letteratura italiana (vera o presunta) degli ultimi anni. Indubbio affabulatore di talento, dalla fantasia invidiabile, confeziona le sue storie secondo quanto detta il trend del mercato. Non posso e non voglio pensare, infatti, che la prima sperimentazione stilistica si sia estinta tutta nelle prime prove; più probabile, invece (e prurtroppo), che lo stile così rientrato nell'italiano dell'uso medio - senza voli lessicali né sintattici, senza artifici retorici più o meno celati -, è più probabile che questo stile punti ad accattivarsi un pubblico più esteso. Un pubblico, per intenderci, che cerca solo una storia godibile, e poco importa come sia scritta; o, se importa, importa che la storia si faccia leggere bene, senza intoppi per sfogliare un dizionario. E questo Mr. Gwyn non fa mai aggrottare la fronte: scivola bene di capitolo in capitolo, ammicca quanto basta per conquistare il lettore appassionato di storie, ma il risultato è fin troppo facilmente accusabile di gigioneria da parte di un critico qualsiasi.


Di che tratta il romanzo? Muove dall'eterna lotta dello scrittore (Mr. Gwyn) per affermare la propria indipendenza dalla scrittura. Rivendicazione inutile, soprattutto se per la nuova vita, Gwyn decide di diventare un copista; o meglio, di fare ritratti. Fin qui, niente di nuovo: ma se i ritratti sono dipinti a parole, in uno studio illuminato da lampadine fatte a mano, e i modelli camminano nudi, senza parlare, per ore davanti allo scrittore-ritrattista? A spogliarsi è la loro realtà interiore, resa manifesta da comportamenti inattesi, piccoli gesti inconsci, o anche solo dal loro modo di vivere il silenzio e di riflettere così a lungo tra sé. E, attorno ai ritratti, si realizzano rapporti sociali da ripensare, amicizie vere (come quella tra Gwyn e il suo agente), ma anche morte, frustrazione, ipotesi di fallimento, ...
Tutto questo, sia chiaro, è ben poco problematizzato. I personaggi di Baricco vivono in un mondo astorico, in cui solo la ricerca di sé e della propria affermazione sembrano rilevanti. Se si sfogliano anche le pagine dei vecchi libri, i protagonisti vivono la loro storia, senza mai partecipare della Storia o dei tempi, o dei luoghi dove si ambienta l'azione. Ammesso che si possa parlare di ambientazione. Piuttosto, se chiamata a parlare per metafore, penserei a un gigantesco occhio di bue puntato a illuminare i personaggi (non solo il protagonista), con una luce poco impietosa ma diretta, pronta a sfumarsi su quegli spigoli che potrebbero levare ogni incanto. Una luce, sì, determinata a non rompere l'incanto della letteratura quale evasione, e mai come invasione.

Gloria M. Ghioni

Editori in ascolto - Aìsara Edizioni




Editori in ascolto
- Aìsara Edizioni, Cagliari -

Quando è nata la vostra casa editrice e con quali obiettivi?
Aìsara è nata nel 2006, quando un imprenditore sardo ha deciso di dar vita a una casa editrice capace di guardare oltre i confini non solo regionali ma anche nazionali, con l'obiettivo di diventare in breve tempo una realtà imprenditoriale competitiva e di qualità. Alla base c’è la ferma convinzione che qualità non significhi necessariamente elitarietà e vocazione al suicidio economico: c’è una parte di lettori che non compra i libri a peso, che apprezza un volume cucito, un testo curato, la scelta di titoli senza data di scadenza. È per loro che noi lavoriamo, e crediamo che non siano pochi.

Come è composta la vostra redazione? Accettate curricula?
La redazione è composta da quattro redattrici, giovani e con alle spalle importanti percorsi di specializzazione e formazione volti ai mestieri dell'editoria, e una grafica che completa il gruppo redazionale.
Riceviamo ogni giorno curricula, e li archiviamo sperando di aver presto bisogno di ingrandirci, ma per ora siamo a posto. Squadra vincente non si cambia. 
 
La redazione

Qual è stata la vostra prima collana? E il primo autore? 
Aìsara è nata subito con diverse collane, ma già sapendo che la narrativa sarebbe stata la sua vocazione principale. E capostipite di questa collana è stato il romanzo Per le mute vie, di Eliano Cau, che i suoi tre anni e mezzo se li porta benissimo, dato che continua a trovare ogni giorno nuovi lettori. È il primo ed è anche il nostro “longseller”.
 
Se doveste descrivere in poche parole il vostro lavoro editoriale, quali parole usereste?
Se dovessimo descrivere il nostro lavoro di sicuro le parole che verrebbero fuori per ognuna di noi sarebbero "qualità" e "passione". Prima che un lavoro, si tratta per noi di una passione. La passione per i libri, per le letture di qualità. È vero che un lavoro come questo, che non è mai uguale a sé stesso, assorbe moltissime energie, ma altrettante te ne dà. Spesso con gli autori si crea un rapporto personale, l’occasione di uno scambio veramente arricchente che ripaga al di là delle vendite.

A distanza di 5 anni dalla fondazione della vostra casa editrice, quali obiettivi ritenete di avere raggiunto e a quali puntate?
Cinque anni per una casa editrice sono in genere un periodo di vita ancora corto. Eppure in cinque anni Aìsara ha messo su un catalogo che conta una settantina di titoli, ha una distribuzione nazionale, partecipa ai Saloni del Libro più importanti e vede i suoi autori invitati ai Festival letterari di rilievo. Tra gli obiettivi ancora da raggiungere sicuramente c'è una maggiore diffusione, che significa un ampliamento del nostro bacino di lettori, e l'esportazione di autori Aìsara all’estero. Dall’anno prossimo, per cominciare, avremo un distributore anche per la Spagna.
Régis de Sá Moreira al PBF2011 © Sanzio Fusconi

Un libro che vi è rimasto nel cuore e che continuerete a riproporre al vostro pubblico.
Probabilmente Il libraio, di Régis de Sá Moreira, perché in fondo questo personaggio che vive solo di libri un po' ci rappresenta tutte, noi che davvero viviamo quasi solo di libri.

Come vi ponete nei confronti delle nuove tecnologie?
La tecnologia è un prezioso alleato, non un nemico. Già da un anno, tutti i titoli per i quali abbiamo i diritti elettronici sono pubblicati non solo nel classico formato cartaceo, ma anche in ebook. Abbiamo, oltre ovviamente a un sito internet sempre aggiornato sulle novità in catalogo e gli ultimi eventi, una pagina Facebook e un account Twitter che ci permettono di mantenere aperto il dialogo non solo con i lettori, ma anche con librai, giornalisti, bloggers, critici, etc. Proprio perché siamo convinte dell'importante ruolo che si stanno ritagliando questi nuovi mezzi di comunicazione, nel mese di novembre abbiamo partecipato, insieme ad Arturo Robertazzi, all'evento milanese Librinnovando, per cercare di capire meglio come sfruttare al meglio gli strumenti che il mondo digitale ci offre.
 
Cosa pensate delle mostre-mercato del libro? Hanno accusato forti cambiamenti negli ultimi anni?
Noi possiamo valutare solo cosa rappresentano per noi. Siamo da poco sulla scena nazionale ed è difficile fare discorsi generali. Per quanto riguarda Aìsara, le fiere sono servite tanto negli anni scorsi per farci conoscere, e ora che i nostri libri si trovano in libreria e hanno buone recensioni sulla stampa, il pubblico ci conosce già e la fiera diventa, oltre che una bella vetrina e occasione di incontri con i lettori, sempre più mercato.
 
Come vi ponete nei confronti dell’editoria a pagamento e del print-on-demand? 
Rispetto all'editoria a pagamento la sola cosa che vorremmo precisare è che l'errore fondamentale è quello di definirla "editoria". Si tratta di un servizio, che come tale richiede il compenso dovuto a chiunque voglia vedere stampato su carta il proprio manoscritto. Ma a queste aziende manca una cosa fondamentale che ogni casa editrice ha: un filtro. L'editore non è colui che stampa, per quello ci sono i tipografi. L'editore è colui che sceglie, seguendo una scala di valore certamente personale, un prodotto che si sente di certificare come prodotto di qualità. E poi lavora sul testo con professionalità. L'editoria a pagamento offre un servizio di stampa, niente di più.

Ritenete che il passaparola informativo, tramite blog o siti d’opinione, possa influenzare il mercato librario? E la critica tradizionale?
I siti d'opinione e i blog hanno conquistato un ruolo fondamentale nel mercato librario, avvicinandosi sempre più a quello dei canali di critica tradizionali quali carta, radio e televisioni. L'informazione sulla rete viaggia a grande velocità e può arrivare a spandersi a macchia d'olio, ma questo avviene solo se il prodotto è di qualità. Sono tanti i casi in cui il passaparola innescato dalle pagine di blog e siti Internet sono riusciti a muovere il mercato librario in una direzione piuttosto che un'altra.
 
Lucian Dan Teodorovici (2011)
Pubblico: quali caratteristiche deve avere il vostro lettore ideale?
Il lettore di libri Aìsara quasi certamente somiglia alle redattrici. Vale a dire che il lettore di libri Aìsara non è soltanto un lettore occasionale, ma un lettore appassionato, sicuramente un lettore forte, che ama libri di qualità che si tratti di noir o di letteratura surreale. È un lettore che chiede e pretende un prodotto curato nei minimi dettagli. Un lettore che non si accontenta.

Un aspirante scrittore può proporvi i propri manoscritti? Come deve fare? Sono graditi consigli!
Ogni aspirante scrittore può proporre il proprio manoscritto inviandolo in versione cartacea o elettronica alla redazione. Di certo il modo migliore per farlo è quello di verificare che il manoscritto possa rientrare nella linea editoriale della Casa Editrice. Un consiglio di banale captatio benevolentiae: leggere almeno uno dei libri che abbiamo pubblicato prima di proporcene uno. Quando alla domanda “ha letto qualcuno dei nostri libri per pensare che il suo sia adatto a noi?” ci sentiamo rispondere “no, ma mi piace il vostro sito”… be’, è un po’ avvilente, non trovate?

Avete un sassolino nella scarpa o un piccolo aneddoto da raccontarci circa la vostra casa editrice?
Una cosa molto carina che ci è successa quest’anno è che alcuni librai di quelli come si deve hanno “adottato” un nostro libro, Il libraio, di Régis de Sá Moreira, si sono immedesimati nel protagonista e, come lui, hanno iniziato a strappare pagine dai libri (da questo libro, in realtà) e a mandarle in giro per il mondo. “Ogni cliente, una tisana” è il motto del libraio di Régis, “Ogni cliente, una pagina” sembra diventato il motto del libraio di Piazza Repubblica Libri (di Cagliari), di Libri&Bar Pallotta (di Roma), e altri che ne stanno seguendo l’esempio. Non sono impazziti, eh, è solo che chi ne assaggia una pagina poi lo vuole leggere tutto e torna indietro a comprarlo.
 
Qual è il vostro ultimo libro in uscita? Lo consigliereste perché…
Il nostro prossimo libro in uscita è Sono una vecchia comunista, di Dan Lungu. Lo consigliamo perché è una divertente rilettura del regime di Ceauşescu (ma probabilmente di tutte le dittature) che colpisce per la sua ironia e sincerità, senza idealismi e strumentalizzazioni.

Volete preannunciarci qualche obiettivo per il vostro futuro?
Obiettivi per il futuro? Conquistare il mondo, naturalmente.

Avete in serbo qualche sorpresa per i vostri lettori, nel 2012?
Sì, abbiamo scoperto uno scrittore del quale siamo molto entusiaste, tanto da acquisire i diritti per pubblicare in Italia tutte le sue opere: è uno spagnolo, si chiama Pablo d’Ors. È uno di quei rari casi che mettono d’accordo critica e pubblico e siamo convinte che piacerà ai nostri lettori e - per esempio - a tutti i lettori di Milan Kundera. 
 
Intervista a cura di Gloria M. Ghioni
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Clicca qui per andare al sito della casa editrice: http://www.aisara.eu/

mercoledì 28 dicembre 2011

Vita "dedicata": lettere a Seneca sulla felicità


Vivere non basta. Lettere a Seneca sulla felicità
di Marcello Veneziani

Mondadori, Milano 2011
pp. 133
€18.50



A volte si fa fatica a trovare un libro che corrisponda al proprio sentire e alla soddisfazione delle proprie aspettative. Capita di vagare tra gli scaffali dei propri argomenti preferiti senza però riuscire a fermare lo sguardo su quel titolo desiderato. Inaspettatamente, un fatto di cronaca o di attualità fa saltare all'attenzione dell'intelletto proprio il testo che si cercava, quello adatto, quello che sia in grado di risvegliare il piacere della lettura.
Con Vivere non basta molti hanno sperimentato questo tipo di eventi. Un libro nuovo, sulla scia della fantasiosa scoperta delle lettere che Lucilio scrisse a Seneca; ecco allora che un personaggio di spessore come il grande filosofo torna a galla dall'aurea di classicità in cui gli accademici lo hanno relegato. E oggi ancora, invece, grazie a un appassionato come Veneziani, il lettore si trova non tanto a riprendere in mano la filosofia e il latino classico ma a pensare con un raziocinio altro, fino a toccare sfere più alte. In questo testo, ardito per l'accostamento al nobilissimo destinatario/mittente Seneca, uno stile buono, fluente e maturo si estende in una serie di lettere al “maestro” con cui Lucilio quasi interloquisce o si confessa vis à vis con l'amato, dotto e illustre amico. Lucilio portando nella sua penna le gioie e le angosce, le domande e le ribellioni di ognuno di noi espone al maestro la sua visione del mondo che vuole essere, e al contempo non vuole essere, quella di Seneca stesso. Il fluire dolce e rispettoso dell'autore delle missive si cimenta in una serie di esposizioni in cui di volta in volta si asseconda o si critica in senso costruttivo quelle che sono state le idee stesse del filosofo, incredibilmente attuali ed eccezionalmente vicine al messagio cristiano.
Non c'è ipocrisia in queste pagine. Si affrontano i problemi e le domande con un principio solido di maturità, in cui le fasi della vita ed i vari aspetti che la animano - il dolore, la gioia, l'amore e le sue manifestazioni - sono messe a disposizione della riflessione di ognuno dei lettori, quasi ad imbandire una tavola da cui attingere ma senza idee precostiutite o intoccabili.
Fa sempre piacere incontrare autori come Veneziani, perché nella produzione scrittoria se ne percepisce il senso ed il desiderio di voler comunicare l'umanità, un umanesimo che non stanca per la monotonia di idee prese in prestito ma che attinge direttamente all'esperienza della propria corporeità.
Esperienza del limite e della grandezza dell'uomo in un lodevole intento di condivisione nella sua forma più alta e sublime che è quello del pegno dello scrittore nei confronti del lettore. Il messaggio è chiaro e forte: anche oggi gli individui non possono limitarsi a vivere la vita che hanno ricevuto ma devono potersi impegnare affinché la preziosità dell'esistenza sia spesa nel dedicarsi, facendo fruttare le ore del nostro vivere nella delicatezza dell'implicito donarsi.

Francesco Bonomo

martedì 27 dicembre 2011

CriticARTe - Rosanna Arena, dalla natura all'arte



sottovetro siciliano. la sacra famiglia.
Rosanna Arena ha sempre coltivato l’interesse per l’arte. Nel 1985 si è diplomata all’istituto statale di arte “Ernesto Basile”, e da subito ha iniziato a partecipare a diverse mostre, molte delle quali collettive. In particolare, si è distinta rilanciando l’arte sacra del sottovetro siciliano, una tecnica utilizzata dai marinai siciliani nell’ottocento, oggi quasi dimenticata: «L’arte del sottovetro siciliano è molto antica -dice-. Non ricordo la data precisa, ma siamo a cavallo tra ottocento e novecento. La particolarità è che i vetri venivano dipinti dai marinai, storpiando la figura umana dei soggetti sacri, non definendo le mani e i piedi, utilizzando colori molto forti e contrasti di toni freddi e caldi… cioè, i colori della nostra terra! Ci sono dei quadri nella zona di Palermo e Vulcano. Negli anni novanta ho avuto l’occasione di lavorare ad alcune riproduzioni antiche, ed io ho accettato. La tecnica è molto difficile, perché si dipinge al contrario su vetro trasparente, con colori acrilici. I colori si asciugano subito, dunque è necessario lavorare velocemente i chiaroscuri. Il vetro, inoltre, deve essere voltato di continuo. I questo modo si possono notare gli effetti».
Oltre alla riproposizione del sottovetro, nel maggio del 2011, a Londra, in occasione delle nozze del principe William, Rosanna Arena ha partecipato a una mostra tenuta alla “Royal Opera Arcade Gallery”, esponendo l’opera astratta intitolata “Lo specchio del sole”. È un trittico, olio su tela e smalti. Il quadro centrale, quello che contiene la raffigurazione circolare del sole, emana dei raggi fluidi, che si interrompono e vengono ripresi dalle tele ai lati. Prevale la tonalità di verde, intervallata dai raggi gialli e rossi. Note azzurre e bianche si fondono nel dipinto, che pare danzare come veli mossi dal vento, ricordando tuttavia le venature di una tenera foglia primaverile.
Rosanna Arena l’ho incontrata un pomeriggio a una mostra internazionale di arte contemporanea. Sbadatamente, non mi ero accorto di alcuni suoi lavori e, discutendo, ella mi fece notare “l’errore”. Mi accompagnò, così, al suo spazio, gentilmente. Lì mi presentò “Rinascita dallo Stromboli”: una donna nuda stesa sul fianco del vulcano omonimo. «Una donna», mi disse, «che è tutte le donne. Perché la forma è il significato del contenuto». Mi permise di avvicinarmi al dipinto e -questo lo trovai rilevante- ella lo toccò. Sentivo le sue dita scivolare tra i colori, tra quei minuscoli puntini dorati distribuiti per tutto il quadro, mentre raccontava i suoi segreti creativi. Capivo che stava per rimodellarlo con le parole, e ascoltai abbandonandomi al suo racconto. In un cielo con il sole al tramonto, forse a bordo di una barca, si nota il Tirreno placido e il vulcano in eruzione. I capelli della donna, ritratta di spalle e senza volto, si fondono con il rosso magma, sangue della terra, giungendo alle caviglie appena accennate, le quali coincidono con il perimetro estremo dell’isola. Curiosa è la sproporzione della figura femminile, adagiata su una “guancia” del vulcano, ma perfettamente in armonia perché, mediante il colore, risulta leggera e bilanciata: «Ero stata invitata ad una rassegna internazionale a Taormina, e il tema era l’armonia del corpo nella sua essenza, immerso negli elementi di aria, fuoco, acqua, terra. Mi sono riferita ad un soggiorno presso lo Stromboli, che mi aveva ricaricato di energie. Pensai ad un’isola, binomio perfetto di terra e acqua, e creai in seguito questa donna che nasce dal fuoco del vulcano, che guarda i due gabbiani, elemento di aria e di libertà, e che non ha un volto definito. Ero interessata a rappresentare tutte le donne del mondo, la loro rinascita ogni qual volta soffrono e devono riprendere in mano la vita. Quelle donne forti che guardano il futuro… magari un futuro roseo, come i colori del tramonto che ho dipinto».
Meno spontaneo, forse, ma dai tratti più definiti e sentimentalmente carico, è il profumato “Limoni”, il quale ci richiama, come se esso fosse il tassello di un mosaico, alle illustrazioni semplici riprodotte sui carretti siciliani, in cui vengono presentate spesso le scene salienti della Chanson de Roland. Su uno sfondo illimitato, costruito da una luce che cade da destra e che illumina il dipinto per metà, attraverso un porpora che varia gradatamente, spiccano una decina di agrumi, adornati da gelsomini e freschissime foglie: «Questo quadro è stato inserito nell’annuario di arte italiana “Artpages 2010”. Mi era stato commissionato da un cliente che ama i limoni, ma ho voluto riprodurre una scena tutta mia. Ho preferito lo sfondo scuro, per risaltare il giallo e l’arancione. Osservandolo da ogni angolazione, si ha l’illusione che gli agrumi ruotino. È uno dei miei preferiti, perché sembra di sentire l’odore dei gelsomini in primavera, tra le campagne della nostra amata Sicilia».

Dario Orphée

I fiori blu


I fiori blu [Les fleurs bleues]
di Raymond Queneau
Einaudi, Torino 2005


€ 11
pp. 278

1^ edizione originale: 1965

Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all’orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I Normanni bevevano calvadòs.
Non è il nuovo spettacolo di Bergonzoni.
Probabilmente è vero: non è l’incipit di Anna Karenina che tutti conoscono, in traduzioni più o meno buone, e che tutti citano a proposito e a sproposito. Ma l’attacco di questo romanzo andrebbe ugualmente imparato a memoria e inserito in ogni tipo di conversazione.
Leggere questo romanzo genera la stessa sensazione che si ha quando ti viene presentato un personaggio importante, uno studioso da cinque stelle, una personalità che fa eco anche solo entrando in una stanza: sei convinto che si tratterà di un tipo antipatico, sostenuto e pieno di sé. Immaginate la sorpresa quando invece scoprite che è alla mano, affabile e per niente arrogante. La mia paura di non essere all’altezza di un simile libro si è sciolta dopo le prime battute.
In ogni analisi del testo che si rispetti, di quelle che si facevano alle medie e alle superiori, si deve riassumente il contenuto dell’opera, la trama. Proprio come quando ti chiedono di spiegare esattamente e razionalmente perché il personaggio importante, di cui sopra, ha fatto una così buona impressione, non ho saputo rispondere. Potrei dire che ci sono due personaggi principali: il Duca d’Auge, feudatario e dispotico castellano con tre figlie, e Cidrolin proprietario di una chiatta che passa il suo tempo a dormire e ridipingere la cancellata vittima di graffiti vandalici. Ci sono delle date: il Duca d’Auge vive nel 1264, almeno all’inizio, e Cidrolin nel 1964, almeno alla fine. Ci sono i viaggi che compie il Duca d’Auge in groppa al suo fido destriero Demostene e ci sono i campisti candesi o irochesi che transitano davanti a Cidrolin. E ci sono i sogni: Cidrolin quando dorme sogna di essere il Duca d’Auge… oppure è il Duca d’Auge che quando dorme sogna di essere Cidrolin? Si ha l’impressione di essere a metà tra Don Chisciotte della Mancia e La vita è sogno di Calderòn de La Barca.
Sempre nelle buone analisi del testo c’era la domanda “Cosa voleva comunicare l’autore? Qual è il significato dell’opera?”. Il titolo aiuta poco: in francese indica ironicamente le persone nostalgiche, pure e idealiste. Forse potremmo dire che l’idealismo è lo scudo contro la durezza e l’opacità della vita reale. Oppure questi “fiori blu”, gli idealisti, emergono dal fango della Storia ormai in disfacimento. Italo Calvino, traduttore dell’opera, rimpiange di non aver chiesto lumi dettagliati all’autore, laconico e taciturno di suo: lo rimpiango anch’io, perché se mi fosse capitato un simile compito in classe non avrei strappato nemmeno la sufficienza. Spero sia comunque sorta un po’ di curiosità.
Italo Calvino conclude il volume con una splendido mini- saggio sulle difficoltà di traduzione, sui significati dell’opera e sulle finezze nascoste tra le righe. Lui si è sentito tirate per il lembo della giacca da questo libro che chiedeva di essere letto e tradotto: vi farà lo stesso effetto.
E se non indossate la giacca sicuramente tirerà il vostro golf, la camicia, i pantaloni.

Giulia Pretta

lunedì 26 dicembre 2011

Vincenzo Consolo tra viaggi immaginativi e reali

Il corteo di Dioniso
di Vincenzo Consolo
La Lepre Edizioni, Roma 2009

con illustrazioni di Cecilia Capuana

pp. 61
€ 10,00


Due racconti inediti, questi di Vincenzo Consolo, intervallati dalle illustrazioni di Cecilia Capuana, create ad hoc per un librino del tutto inaspettato. Come inaspettato è ciò che accade nei viaggi - reali e/o immaginari - che coinvolgono l'io narrante e i personaggi secondari (quasi comparse, irrilevanti ai fini della narrazione). Nel primo racconto, tutto ambientato in Grecia, è l'ekphrasis tradizionale a innescare un racconto nel racconto: l'io narrante, che viaggia con la moglie, davanti a monumenti, sculture e dipinti del passato viene immaginificamente a rivivere i tempi mitologici. Vero e proprio cammeo di marca descrittiva, il viaggio - quasi onirico -, non trasforma la realtà circostante, né ha un impatto sul ritorno al presente dell'uomo, né l'esperienza è condivisa con la moglie o con il folkoristico taxista. Il viaggio riprende, ed è curioso chiedersi se questo viaggio nel passato non sia per Consolo una minima pausa ritagliata entro la scontatezza del presente:
Smuovo le mani nell'aria per fugare l'affanno, frantumare allucinazioni, fantasmi. Cerco di muovere i passi, fuggire dall'incantesimo, da quello spazio stregato, dalla lunga storia angosciosa di questa superba città, dell'incantevole isola, che in figure, in ossessione mi viene. (p. 47)

Fantasmi e rovine dense di storia popolano anche il secondo racconto, dedicato alla bella Palermo. Qui, l'io-narrante, che impersona uno scrittore (forse lo stesso Consolo?), si trova a dover descrivere il presepe natalizio, o meglio a costruire un racconto che metta in parole una delle più ineffabili e commoventi tradizioni cattoliche. Riflessioni e dialoghi con il signor Baudot, che gli commissiona il racconto, innescano una dialettica sempre aperta tra la descrizione e l'ineffabilità della bellezza stessa: come rappresentare quanto è da sempre - e non solo per i dogmi cristiani - inesprimibile?
"Non è meglio lasciar tutto questo senza parola, commentarlo con solo la musica?" dico al signor Baudot.
"No, no, scherziamo? La parola ci vuole, ci vuole il racconto per far capire ai bambini, incantarli di più".
Ma cosa posso mai inventare? Posso solo descrivere, e nel modo più banale, tutta questa bellezza.
(pp. 55-56)
E proprio perché non si può inventare nulla, Consolo propone un racconto problematizzato, metaletterario e tutt'altro che scontato. Spontaneo, per entrambi i racconti, è maledire la loro brevità: si vorrebbe molto più Consolo, poi. Per questo li definirei un allettante invito alla lettura della produzione di Consolo.

Gloria M. Ghioni

domenica 25 dicembre 2011

Speciale Natale: A Christmas Carol di Charles Dickens

Il frontespizio della prima edizione inglese (1843)

La storia del Canto di Natale è un pilastro della memoria collettiva, tanto quanto quella del Don Chisciotte o di Romeo e Giulietta. In tutti e tre i casi la civiltà occidentale si è appropriata di simboli letterari – di quelle ombre che siamo soliti definire «personaggi» – che si sono rapidamente trasformati in veri e propri archetipi. È un processo che, in retorica, ha un nome preciso: antonomàsia. Così come don Chisciotte è diventato il termine di paragone di chiunque viva in un universo bislacco e velleitario, e Romeo e Giulietta rappresentano infinite schiere di amanti schiacciati dal fato, la storia del Canto di Natale ha consegnato col suo protagonista, Ebenezer Scrooge, un esempio imperituro di gelida aridità spirituale. 
Che la storia di Dickens sia ormai divenuta un classico non soltanto letterario, ma socio-antropologico, è dimostrato dalle numerosissime riduzioni teatrali e cinematografiche (per il solo cinema, si contano ben 25 adattamenti fedeli del testo, l'ultima in 3D con Jim Carrey, la più tradizionale coi noti personaggi Disney). Scrooge ha «prestato» il suo nome e la sua fisionomia caratteriale a un altro grande personaggio, stavolta del fumetto: Scrooge McDuck, il nostro Paperon de’ Paperoni, che al contempo è risultato essere un fratello della creatura di Dickens e un campione del sogno americano. 

Paperon de' Paperoni (Scrooge McDuck) come Ebenezer Scrooge
in Mickey's Christmas Carol  (Canto di Natale di Topolino, 1983)

Alla prima edizione (1843), Charles Dickens restò piuttosto deluso dai proventi che riuscì a ricavare: ma questo suo racconto di allegoria e redenzione era destinato a grandi successi nel lungo percorso, non nell'immediato. Presto la tipica esclamazione incredula di Scrooge, «Bah! Humbug!» (che nelle nostre edizioni corrisponde al «Bah! Sciocchezze!») è entrata a pieno titolo nella lingua inglese come frase idiomatica; e secondo una corrente di studi storiografici, è stato proprio A Christmas Carol a stimolare in epoca vittoriana un vero e proprio revival del Natale. Revival, certo, ma con caratteristiche peculiari. Perché il Natale di Dickens ignora i rituali liturgici e dottrinali, o quanto meno li mette da parte. Ciò che gli interessa non è indagare il rapporto tra l’uomo e Dio, quanto ridefinire quello tra l’uomo e l’uomo. Così Fred, nipote di Scrooge, spiega nella Prima Strofa cos’è per lui il Natale: 
un bel giorno, un giorno in cui ci si vuol bene, si fa la carità, si perdona e ci si spassa: il solo giorno del calendario, in cui uomini e donne per mutuo accordo pare che aprano il cuore e pensino alla povera gente come a compagni di viaggio verso la tomba e non già come ad un’altra razza di creature avviata per altri sentieri. 
È una limpida dichiarazione di umanesimo sociale, di aspirazione alla concordia e all’equità, alla cooperazione degli individui per una felicità collettiva. Scrooge, archetipo (positivistico, si potrebbe dire) dell’avaro e dell’arido di spirito, non riesce ancora a capirlo: ma lo scopo di Dickens – quest’autore per cui l’indimenticabile performance narrativa dev’essere sempre al servizio di uno scopo pedagogico e civile – è proprio dimostrare che anche l'archetipo non è una figura fissa, condannata per predestinazione. 
Anche per il più rigido dei razionali e per il più crudele degli «uomini della City» è possibile una redenzione. La componente soprannaturale del racconto – l’apparizione del fantasma di Marley, il vecchio socio di Scrooge, e dei tre Spiriti – non è che un artificio narrativo. Per un uomo che non conosce rimorso, l’intervento del meraviglioso incarna lo scavo memoriale che è necessario al pentimento e alla risoluzione del cambiamento. I tre viaggi di Scrooge – due nel tempo, uno nello spazio – altro non sono che l’oggettivazione narrativa di una proiezione di sé nel passato. Scrooge è crudele perché la sua esistenza è basata sulla rimozione dei contesti, del tempo e dello spazio intorno a sé. Basta porlo di fronte alla fatale esistenza di queste due coordinate per provocare il crollo del suo castello di carte (o meglio, di monete). 

Ebenezer Scrooge (Jim Carrey) in A Christmas Carol (2009) 
  
È utile leggere tutto il Canto di Natale all’insegna dell’opposizione passato/presente (includendo il futuro come un “presente possibile”) e caldo/freddo. Ci sono altre polarità, è vero: proprio perché A Christmas Carol è un racconto esplicitamente allegorico. Vale la pena di ricordare che si innesta sulla tradizione inglese delle moralities, rappresentazioni teatrali di argomento morale o religioso a scopo didattico, caratterizzate spesso da componenti orrorifiche o scatologiche: il modello si applica soprattutto per l’apparizione del terzo spirito, quello del Natale futuro. Ma non dobbiamo dimenticare che, nonostante la fortissima carica di disperazione, povertà e crudeltà, si tratta sempre di un Canto. Non ha caso Dickens ha chiamato i suoi capitoli «Strofe»: ogni viaggio e ogni apparizione suonano lo stesso tema – il percorso della redenzione – con uno strumento diverso – la memoria, la spazialità e l’altro, la paura della morte.
Il risultato è la trasformazione di un uomo. Il messaggio più bello di Dickens è proprio che il segno di questa trasformazione è nel recupero della socialità: Scrooge, in partenza, è un gelido Io che fagocita l’altro imponendogli il proprio sistema di valori; alla fine del Canto di Natale, Scrooge ha capito che la felicità più autentica è quella che si realizza nell’altro per irradiare infine su di lui la propria luce. Diventando un secondo padre per il piccolo Tim («Tiny Tim») Cratchit, l’avaro di sempre si sottrae alla schiera dei suoi fratelli letterari – l’Euclione plautino, l’Arpagone di Molière, il Pantalone della Commedia dell’Arte – per tornare uomo tra gli uomini, realizzando quello che per di Dickens è lo spirito più autentico del Natale. 
 Ebenezer Scrooge (Jim Carrey) e Tim Cratchit in A Christmas Carol (2009)


Laura Ingallinella

Natale 2011



a tutti i nostri lettori




da sinistra, in ordine di apparizione: Gloria M. Ghioni, Francesca Fiorletta, Michele Rainone, Lorena Bruno, Claudia Consoli, Dario Greco, Isabella Corrado, Laura Ingallinella, Debora Lambruschini, Martina Pagano, Stefano Crivelli, Serena Alessi, Marco Giorgerini, Elisa Pardi e Silvia Surano.

sabato 24 dicembre 2011

CriticaLibera - Dante a Palermo (4)

Dante a Palermo (4)
(Verosimile al 50%)





10. Nella buca delle lettere, Dante e io trovammo una busta. Fin qui, nulla di strano: cosa avremmo mai potuto trovare nella buca delle lettere, un ornitorinco? C’era un nome riportato nel mittente, scritto a mano: “Servizi segreti”. Pensai all’inizio che si trattasse di uno scherzo fattoci dai ragazzi bengalesi (abbiamo una tenzone epistolare in corso), e invece era una cosa seria. Sì, era una cosa seria, perché nessuno ancora sapeva dell’esistenza del nostro libro; e la sua presentazione, si sarebbe dovuta tenere a giorni. Con una lunga pagina stilata interamente a penna, i Servizi ci invitavano a dimostrare le tesi sostenute nel “Liber de arte grammatica et de inflatio mentis” in maniera immediata, presso i laboratori da loro indicati in codice, altrimenti ci avrebbero inviato un loro aguzzino dell’igiene mentale, accusandoci di propaganda romantica e amore empatico, disprezzatori della guerra e svelatori del senso del mondo. Inoltre, con molta sorpresa da parte nostra, aggiungevano:
Come vi siete permessi di raccontare l’esistenza? Non avete notato come, in letteratura, tutto si allontana da ciò? La letteratura deve essere distrazione dalla vita, non scioglimento di quesiti. Dimostrateci le vostre tesi, o saremo costretti a…
Forse per i “Servizi Segreti” si trattava di un equivoco ermeneutico. Con Dante ci preoccupammo, dunque, di capire in che modo dimostrare tutte le stronzate scritte nel testo ed evitare ulteriori incomprensioni. Il Sommo espose una teoria, secondo la quale avremmo dovuto rendere esoterico, almeno in parte, la dottrina del “Liber de arte grammatica et de inflatio mentis”, secondo il principio seguente: capovolgere un significato è svelarne la vera essenza (boh?)[1]. Il Sommo mi assicurava che non sarebbe stato impossibile: era necessario negare il rapporto tra causa ed effetto in un fenomeno; per esempio, negare l’effetto “cotone bruciato”, a partire dalla causa “fuoco”. Se fossimo stati in grado di non bruciare il cotone, cioè se fossimo stati in grado di evitare una causalità, cioè ancora se avessimo potuto dimostrare il carattere esoterico del “Liber de arte grammatica et de inflatio mentis” capovolgendone il significato, ci saremmo evitati l’aguzzino. Perché? Questo non lo sapevamo, ma fu l’unica idea sensata che la nostra ricerca zetetica avesse partorito in un momento di paura. Dopo una camomilla, però, controbattemmo a noi stessi che la negazione di una causa in potenza non poteva essere uno strumento adatto. Primo, perché il “Liber de arte grammatica et de inflatio mentis” non aveva rapporto con la causalità; secondo, perché alle doti magiche di esso si sarebbe dovuto credere a priori. Mi ricordai, allora, di come il monaco cinese Hui-ssu[2] indicasse, nella sua opera “Significato del Sutra di Loto”, la maniera per comprendere tale sutra. Egli sosteneva che lo studioso deve impegnarsi in due tipi di meditazione: quella con atti di devozione esteriore (la recitazione del testo), quella con meditazione silenziosa[3]. Con la vera lettura del “Liber de arte grammatica et de inflatio mentis”, chiunque avrebbe incontrato Virgilio, l’ispiratore, e avrebbe compreso la natura del testo. Compilammo una lettera, il cui inizio faceva:
Cari “Servizi segreti”,
vi ringraziamo innanzitutto per aver letto il nostro libro, ancor prima che esso sia stato distribuito in commercio. Come sapete, lo stato della letteratura in questo periodo storico è pessimo.
Poi continuava:
…all’interno della busta troverete le istruzioni per leggere il “Liber de arte grammatica et de inflatio mentis”. Non fate caso agli schizzi di ketchup.
E terminava:
Ci farebbe tanto piacere offrirvi un caffè un giorno. È inutile dirvi dove potete trovarci. Ci permettiamo, vista la stima reciproca, di svelarci in una vostra prossima lettera alcuni segreti, come:
1) Dove va la fogna?
2) Il sole è veramente caldo?
3) Quando finirà il petrolio?
4) Cosa c’è dopo la morte? E, soprattutto, cosa c’è di bello nella vita?
5) Perché le patatine fritte in casa non sono buone come quelle comprate in friggitoria?
6) La poesia è scaduta?
7) Sono stato veramente bambino?
8) L’acqua minerale è infinita?
9) Perché l’umanità è divisa in belli e brutti?
10) Perché siete “segreti” se tutti vi conoscono? E che “servizio” fate?
Per adesso ci limitiamo a dieci domande, ma ne avremmo tante altre.
Con affetto,
i vostri amici.
Ebbene! La teoria del “significato capovolto” sembrava funzionare. Ecco conclusa una delle più complicate vicende dell’ermeneutica. È così logica l’assurdità!
11. Non so come, ma Dante scoprì l’esistenza della psicologia. Avrei preferito che ciò non accadesse, che Dante avesse potuto vivere senza scoprire questo lato bruto della scienza, eppure… Eppure, il Sommo mi disse che era pronto per entrare in analisi. La verità è che il “Liber de arte grammatica et de inflatio mentis” fu un fallimento. Alla presentazione, tenuta in una taverna della Vucciria, vennero soltanto la nostra editrice, ovvero la responsabile del negozietto di intimo femminile, un ubriaco che sonnecchiò per tutto il tempo (in realtà, l’uomo si trovava lì a bere), un cane (che mi sembrò molto interessato), Gennarino O’ Sentimentale e le signorine dell’associazione culturale “Fiori dell’asfalto raccolti da automobili”. In totale, escludendo gli autori e gli animali, eravamo in cinque. Libri venduti? Uno[4]: fu acquistato da un pescivendolo che aveva terminato i quotidiani per avvolgere i gamberi. Forse avevamo sbagliato con la campagna pubblicitaria, forse avremmo dovuto indossare la cravatta… Tuttavia, è terribile non conseguire risultati dopo aver lavorato per qualcosa che si ama. Una risposta al fallimento (questo è l’incoraggiamento che ricevetti dal cane-spettatore, impietosito dal mio imbarazzo, e che fornisco a chi dovrebbe trovarsi in situazioni simili), potrebbe essere un cambiamento di prospettive, per esempio: impegnarsi maggiormente, analizzare le critiche, focalizzare l’obiettivo e altre scemenze simili. So che applicare un nuovo metodo può aiutare a perfezionarsi, ma, per Dante, non fu così semplice. Purtroppo, questo fatto lo amareggiò; e dopo una nottataccia passata a urlare istericamente a causa del disastro editoriale, egli mi chiese di accompagnarlo nel più breve tempo possibile da uno psicanalista. Ero contrario: non ci si può rivolgere a una scienza che ha rubato alla filosofia il mestiere, no[5]! Non ci si può rivolgere a una scienza che è nata da scopiazzature e che non ha nulla di originale! Molto meglio la consulenza filosofica! Molto meglio la sincerità di Gerd Achenbach! Ma il Sommo aveva deciso: voleva lo psicologo, lo psicologo a tutti i costi. Mi rivolsi al mio fedele collaboratore, cioè a Fulippu Ogghiu Friutu, affinché mi indicasse un professionista in grado di curare[6] Dante. Fulippu, frequentatore di divanetti e di analisti (ma anche di cliniche psichiatriche, camice di forza e psicofarmaci), mi fornì una lista di quattro pagine, indicandomi però una sola preferenza, sottolineando il nome in rosso e incorniciandolo con un rettangolo adornato di fiorellini. Si trattava della dottoressa Sinikka Valborg Lillemor Trallallà del Mar Mediterraneo, una contessa italo-svedese specializzatasi in Inghilterra, ex strutturalista, ex gestaltista, yogini e scrittrice di gialli molto celebri. Chiedemmo un appuntamento e ci andammo. La donna, che ci accolse coperta unicamente da dei veli secondo me parecchio trasparenti, secondo Dante alla moda, abitava in un bellissimo attico del centro. Fatti immediatamente i complimenti per l’abitazione, come buona educazione comanda, ella ci permise di visitarlo. Il solo terrazzo era di almeno un centinaio di metri quadri, con una piscina al centro, tanti cactus dalle forme più strane e vari filippini maggiordomi che correvano di qua e di là. Non c’era la cucina, o forse non la vidi io. C’era, invece, una sorta di bar… sì, un bar all’interno di un appartamento (mai visto!). Il “bathroom”, come lei lo chiamava, aveva il cesso che scompariva a muro, specchi alti tre metri e una doccia talmente enorme che era possibile passeggiare all’interno, con l’acqua che scorreva dall’alto, dal basso, dai lati e chissà da quali altri direzioni (una sfida alla fisica umana). Rimasi sbalordito quando entrai nella stanza detta “la libreria”: a due piani, con scaletta elettrica. «Vi piace? Pensate che tutti questi picciuli me li sono fatti con i pazzi!», disse la contessa, fissando la bava che fuoriusciva della mia bocca (stavo pregustando ogni tomo leggendo i titoli. Ma, soprattutto, ammiravo l’assenza di polvere tra gli scaffali). «Non è ironico?», concluse la donna tirando sulle spalle quel velo trasparente e scoprendo altre parti del corpo. Non sapevamo che rispondere. Per non offenderla avremmo dovuto dire di sì? Poi, arrivammo allo studio, arredato come un ristorante indù. La psicologa sexy si sedette a cavallo di una strana scultura, a forma di banana; inspirò profondamente e domandò: «Dunque, miei giovani amanti, perché volete divorziare?». Non c’era dubbio: era proprio una bravissima psicologa.
12. Dopo circa quattro ore di yoga forzato, tantra, terapia di danza tribale, circle time e di “liberazione dell’urlo inconscio represso” (mi pare si chiami così), tornai a casa. Dante era un gorilla, pieno di sé, con tanta voglia di fare. Io avevo l’emicrania e settecentocinquanta euro in meno nei risparmi. I termini di pagamento erano chiarissimi: avrei dovuto versare tutto nelle tasche della psicologa sexy in contanti e fino all’ultimo centesimo, aiutato da comode rate settimanali, con un tasso di interesse del 4%. Le sedute successive, che si prevedevano senza termine -anzi tendenti all’infinito-, sarebbero costate cinquecento euro “a botta”[7], riducendo il tempo se necessario, ma aumentando di cinquanta euro in maniera progressiva. Mostrai un grafico a Dante, affinché potesse comprendere l’andamento delle nostre finanze se avessimo continuato a frequentare la psicologa sexy: nell’asse dell’ascissa c’era il tempo e la salute del Sommo, nell’asse dell’ordinata il denaro e la salute mia. Dal punto zero partiva una linea, che saliva e scendeva, saliva e scendeva, cercando disperatamente la soddisfazione di entrambi, ma che terminava con un tracollo catastrofico, simboleggiato da una piccola ambulanza e un omino sorridente con un cartello in mano: “Fine!”. Dante capì, allontanò il malessere con tanta buona volontà, e la linea del grafico tornò stabile, anche se un po’ stressata. Il Sommo declinò la sua voglia di fare mangiando panelle, lupini e bevendo Zibibbo. Non avendo più nulla da fare durante il giorno, decidemmo di occuparci di politica. Non sapendo da dove iniziare, iniziammo a leggere tutti i manuali di filosofia politica in commercio. Per caso, mentre in libreria vagavamo come zombie, incontrammo un piccolo libro intitolato “Indignatevi!”, di Stéphane Hessel. Leggemmo il pamphlet in piedi, in pochi minuti. Alla fine della lettura, quando incontrammo i nostri occhi, capimmo di avere la stessa voglia: indignarsi, indignarsi per la miseria in cui ci trovavamo.
RESISTERE È CREARE,
CREARE È RESISTERE.
Questo meraviglioso mantra, ricamato da un novantenne, fu ripetuto da Dante in continuazione per la strada, mentre ritornavamo a casa. Si rivolgeva ai passanti, invitandoli a resistere e a creare, a creare e a resistere[8]. Nessuno, per fortuna, ci alzò le mani. A cena, Fulippu Ogghiu Friutu ci informò di una manifestazione: «Si terrà la prossima settimana, a Roma. Ci saranno gli “Indignati”. Ci sarò anche io. Sapete cosa sono gli “Indignati”?». Pensavamo di saperlo. Egli ci spiegò: «Il nome corretto sarebbe “Movimiento 15-M”, cioè movimento del 15 maggio 2011. Ricordi», mi disse, «quando andai in Spagna per le elezioni amministrative? Ecco… fu proprio in quell’occasione che il movimento nacque. E io ero presente!, con il pamphlet di Hessel nel taschino della giacca e il mio cuore tra la folla in protesta. È stato straordinario: la protesta ti aiuta a capire che la coscienza di tutto l’essere è una… Non so è chiaro quello che ho detto. Che importa? Lo capirete. Andremo alla manifestazione!». Fulippu rivolse lo sguardo al rubinetto gocciolante e ai piatti sporchi della sera precedente. Poi aggiunse: «È questa la Storia, miei cari: è ciò che accade, che ti passa dentro, che vivi e che puoi raccontare. Io posso affermarlo: sono nella Storia. Anzi,», e qui scoppiò a ridere, «lo sono stato… e adesso non sono più. Per riesserci, devo creare… per raccontare, devo resistere…». Fulippu saltellò intorno al tavolo apparecchiato canticchiando “Ciuri ciuri, ciuriti tuttu l’annu…”[9], per tutta la notte. L’indomani acquistammo i biglietti dell’autobus per Roma.

Dario Orphée


[1] Su Dante e l’esoterismo consiglio di leggere un bel libro: “L’esoterismo di Dante”, di René Guénon, Adelphi.
[2] Discepolo di Hui-wen, appartenete alla scuola T’ien-t’ai.
[3] Daisaku Ikeda, “Buddhismo in Cina”, Bompiani.
[4] Feci pure la ricevuta fiscale.
[5] Cfr. Alcmeone e il “De Anima” di Aristotele, del 322 a. C. La psicanalisi nasce a cavallo tra ottocento e novecento. Si consolida con Freud, ma è mediante la ricerca sperimentale dei medici J.M. Charcot e J. Breuer che essa prende avvio. Secondo la mia analisi, non supportata da alcuna bibliografia, tale ricerca altro non è che un approfondimento del metodo maieutico praticato dai greci. Riconosco la serietà della psicologia, ma la critico quando essa pensa a se stessa senza la filosofia. La psicologia scientifica, invece, nasce con Wilhelm Wundt, nel 1879, quando fondò il primo laboratorio a Lipsia.
[6] Gli psicologi amano questa parola: curare.
[7] Di volta in volta.
[8] Ma la risposta ricevuta dalla gente non fu soddisfacente: “resistere a cosa?, creare cosa?”, dicevano tutti, come se non appartenessero a questo mondo, come se non avessero mai avuto un’anima.
[9] Bellissima canzone popolare siciliana. Traduzione: “Fiori fiori, fiorite tutto l’anno…”, ecc.