di Lidia Yuknavitch
nottetempo, 2026
Traduzione di Alessandra Castellazzi
pp. 227
€ 19 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)
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Quando nel 2023 lessi La cronologia dell'acqua di Lidia Yuknavitch rimasi folgorata dalla sua scrittura. Leggerla era come fluttuare, ritrovarsi immersi in un flusso narrativo che non conosceva una direzione prestabilita, con ricordi che emergevano e scomparivano, si sovrapponevano, tornavano a distanza di alcune pagine.
Nuotatrice fin da bambina, Yuknavitch sembrava aver trasferito nella scrittura la stessa esperienza fisica dell'acqua: ogni ricordo si increspava attorno a una serie di avvenimenti fondamentali della sua vita, senza mai seguire un ordine cronologico in senso stretto. La cronologia del titolo, del resto, non è quella del tempo, è più una memoria dell'elemento acquatico, una successione di cadute, perdite, violenze, ricordi e (sul finale) anche speranza, nella quale passato e presente si mescolano.
Già allora mi era sembrato che la letteratura di Yuknavitch fosse soprattutto questo: un'esperienza di percezione totale in cui la memoria serve per continuare a interrogarsi.
Leggere le onde è l'ideale prosecuzione di quel primo memoir.
Un libro che guarda molto al passato ma che contiene tanto anche del presente della scrittrice, la prospettiva e la consapevolezza acquisite da donna e autrice più matura.
Ancora una volta Yuknavitch sceglie la forma del frammento in un memoir di ricordi sparsi, episodi e immagini che ricompongono parti di una vita di caos. Chi conosce la sua opera ritroverà storie, personaggi, traumi e legami già letti altrove, riconoscendo quella particolare capacità di tornare continuamente sugli stessi nuclei narrativi senza esaurirli. Non credo sia indispensabile aver letto La cronologia dell'acqua prima di affrontare Leggere le onde, ma farlo rende l'esperienza molto più ricca, perché i due libri finiscono per abbracciarsi e completarsi.
Scrivere, nuotare, vivere, morire: i quattro verbi attorno ai quali avevo provato a raccontare il primo memoir qui ci sono tutti.
Se ne La cronologia dell'acqua la scrittura era soprattutto una possibilità di sopravvivenza, qui sembra diventare qualcosa da consegnare agli altri, un passaggio che non modifica l'idea di letteratura di Yuknavitch ma ne amplia le possibilità, anche grazie a una scrittura che si mantiene corporea e istintiva, attraversata dalla stessa urgenza che aveva reso così folgorante il primo memoir.
Yuknavitch sembra ormai definitivamente riconoscersi nel memoir scomposto, in questa forma narrativa che procede per associazioni e ritorni e che trova nella frammentarietà la propria coerenza interiore.
Invece, ho scelto di passare la vita a creare letteratura come resistenza. È qui che voglio mettere le mie energie, accanto a legioni di altri e altre che hanno scelto di dedicare la vita al raccontare storie. È l'oceano in cui voglio nuotare. Il che significa stare nelle acque del lutto e dell'immaginazione, delle risate e della rabbia, dei corpi che fanno ciò che vogliono alla faccia di tutto, di non chiedere scusa per lo scrivere attraverso il tutto [...] Anziché arrivare a una conclusione, o alla prova di un giusto o uno sbagliato, abbraccio ogni volta la narrazione. Cerco i luoghi in cui le storie e le vite si intersecano, in cui le linee, che ci dividono sulla mappa, si dissolvono e svaniscono. (p. 54)
Leggere le onde parla non soltanto con La cronologia dell'acqua, ma anche con i libri successivi, Lasciarsi cadere e L'impulso, due testi nei quali la dimensione dell'infanzia è centrale.
Le bambine ferite, abbandonate, perdute e ritrovate tornano continuamente anche qui come figure di memoria e di salvezza:
C'era una volta una bambina che non riusciva a smettere di tuffarsi nell'acqua. Saltava dai pontili in spiaggia saltava nei laghi nei boschi saltava in fiumi che profumavano di pesce e pietre muschiate. Se pioveva, usciva a correre sotto la pioggia. Se sua madre si chiedeva dove fosse, controllava sempre per prima cosa la vasca da bagno. Due volte durante un uragano si appostò così in alto da non riuscire a essere recuperata tra i rami degli alberi e le raffiche di pioggia e vento [...] Forse la bambina non riusciva a smettere di tuffarsi nell'acqua perché la sua casa era in fiamme. (p. 199)
In questo dialogo costante con la propria opera la scrittrice sembra rivolgersi soprattutto alle donne.
Lo fa attraverso il racconto dei corpi ma anche con una riflessione più ampia sull'eredità e sulla maternità, che non coincide tanto con la dimensione biologica ma più con la relazione affettiva di cura e di trasmissione. I confini tra gli esseri viventi e gli elementi naturali sono continuamente attraversati, in sistema di relazioni in cui tutto appare contiguo e interconnesso. Anche la maternità può essere letta all'interno di questa prospettiva: non soltanto generare, ma contribuire alla possibilità che qualcun altro esista, cresca, trovi uno spazio nel mondo («Lì dove sono sbocciata, lasciate che mi decomponga e generi la crescita di qualcun 'altra», p. 224).
Trovo particolarmente significativa questa immagine, perché conferma che la scrittura è una potente possibilità di trasmissione.
In Lasciarsi cadere Yuknavitch ha scritto che «ogni io è un romanzo in fieri». Mi sembra una delle definizioni più efficaci della sua idea di letteratura, nonché una chiave preziosa per capirla.
Tornando a leggerla, ho ritrovato quella sensazione di fluttuare che mi aveva colpita la prima volta.
E mentre si fluttua con lei, rimane aperta alla possibilità di trasformarsi ancora.
Claudia Consoli
